Attualità /Paolo Rico /191
| «L’uomo che sposta la montagna comincia portando via i sassi più piccoli»
(proverbio cinese) |
Primato troglodita? Si passi l’ironia “cavernicola” nel caso del podio italiano del settore litico. Comunque la si tratti questa posizione di vertice, è un risultato importante per la nostra economia. Specialmente, per le fortune che arridono alle transazioni mondiali, dove i lapidei italiani si impongono con un ragguardevole 70% del movimento globale. I dati ufficiali censiscono 3200 aziende con poco meno di 34mila addetti. E il volume di affari si fa ascendere a 4,5mld di euro. L’export vi concorre, come anticipato, con 7mld e 200mln di euro, pari ad una crescita di quasi 4 punti l’anno, nonostante la rarefazione della domanda da parte di qualche Paese, immediatamente compensata da nuovi picchi di richieste da parte di nuova clientela straniera. Vitalità di un settore, in cui la “grezza qualità”, per così dire, della materia prima è, nell’esempio italiano, proprio il contrario della “consistente quantità” valutaria conseguita. Senza dover tralasciare problemi che si affacciano nelle crisi internazionali, pregiudizievoli obiettivamente all’importanza già attiva del vantaggio competitivo, toccato alla nostra filiera litica. Mi soffermo su un esempio regionale, nel Mezzogiorno.
“Pietre di Puglia” è, così, il lapideo dop con un suo special appeal per gli intenditori. Per il mercato delle costruzioni, ad esempio, attento a finiture di pregio nell’ornamento immobiliare. Ma adesso segna il passo l’impresa estrattiva pugliese, precipitata dal secondo al quinto posto nella graduatoria produttiva nazionale. Dopo decenni di costante crescita, la crisi ha eroso la vitalità del comparto, che annovera 1058 imprese e 3913 addetti, secondo le rilevazioni ufficiali del 2024. Stime, che denunciano, appunto, un arretramento operativo del lapideo pugliese, pur se da 3 lustri ormai sotto l’egida di un apposito “distretto” regionale, articolato in quattro aree produttive: 1) Apricena; 2) Trani, Barletta, Andria; 3) Fasano, Ostuni; infine, 4) Lecce. Altrettante realtà, nelle quali situano varietà di pietra, le quali per consistenza; cromatismo; impiego preferenziale danno vita ad una primaria gamma di proposta all’utenza finale.
Quasi 10milioni i m³ di inerti, ottenuti l’anno scorso nelle 399 cave della regione. L’attività degli impianti è stata, come sempre, rilevante per l’export: quasi 12,5milioni di fatturato, che rappresenta solo lo 0,6% del business italiano all’estero, collocando la Puglia – quinto produttore nazionale – solo al 13° posto delle regioni più attive sul mercato internazionale del lapideo. Segnale – non l’unico – di un arretramento della filiera, nonostante i 190 tipi differenti di estrazioni compiute nei cantieri della manifattura pugliese, sicuramente la più assortita. Perciò, lo scatto in avanti, per superare la congiuntura negativa. In che forme? Sfidando nuova domanda estera, per lo più, in Europa, ma addirittura in Africa, contro la concorrenza delle tradizionali piazze araba, statunitense e russa. Di qui, la scelta della diversificazione, potenziando la ricerca; concentrandosi sull’innovazione tecnologica; promuovendo – anche tramite consorzi di consulenza e progettazione – la “novità” di una materia prima ancor più interessante.
«È il tatto che fa l’arte», spiegava nel 1769 il filosofo olandese FRANS HEMSTERHUIS (1721-1797) nel suo capolavoro dell’estetica moderna: Lettera sulla scultura. È, dunque, la metafora di questo fiutare l’alternativa che sta incentivando la risposta alla crisi da parte delle aziende lapidee pugliesi. Troppo “micro”, invero, con una media di 3,7 addetti per ogni impresa, a disagio negli investimenti, pur se va crescendo il numero di attività di capitali contro le aziende individuali o le società di persone, meno dotate finanziariamente. E – quel che più conta – sono in aumento i centri di ricerca, le università, non solo pugliesi, i partners (fondazioni; consorzi; studi di consulenza ecc.), a vario livello impegnati complessivamente in un restyling manageriale, economico e produttivo. Garanzia di un atteso salto di qualità, che faccia la differenza per “vetrinizzare” sul podio la celeberrima pietra pugliese.
Del pari, altre realtà locali: tutte – chi più chi meno – con loro blasoni nel comparto. Che non fa dimenticare, ad esempio, la controversia ambientale sulle cave estrattive: ferite nel territorio, per l’assetto idrogeologico delle aree cantierate; per la loro evidenziazione geomorfologica come per il danno alle risorse naturali ipogee e alla disponibilità di beni comuni; all’approvvigionamento potabile ed idromeccanico e ai livelli e alle opzioni di potenzialità produttive. Ma non difettano sensibilità e concretezza in quest’ambito. Il caso di Pietra Naturale Autentica (PNA), sorta oltre 6 anni fa nel comprensorio litico delle Alpi Apuane: «tra il bianco accecante delle cave, gli impervi crepacci e un paesaggio lunare segnato dalla polvere e quasi inaccessibile anche agli stessi cavatori», spiega la giornalista Maria Adelaide MARCHESONI, commentando l’importanza di PNA ai fini della salvaguardia e rigenerazione dell’ambiente produttivo nei siti minerari carraresi. Fa eco Stefano GHIRARDI, il presidente del consorzio tra una quarantina di imprese, organizzazioni, centri di ricerca, a vario titolo coinvolti nell’azione protezionista del PNA: «La nostra innata vocazione alla sostenibilità è di trasmettere al mondo della progettazione e delle costruzioni che l’uso della pietra naturale non è solo bello, ma anche utile e coerente con gli interessi del suolo», conclude il presidente Ghirardi, richiamando la sfera delle possibili azioni impattanti delle attività estrattive: dal contesto fisico alla biologia animale; dalla diversa articolazione vegetale alla qualità dell’antropizzazione, della cultura, degli aspetti sociali ed ambientali in senso lato.
Al fine di rispondere – come fece lo scrittore e giornalista Fausto GIANFRANCESCHI (Roma, 1928-2012) – al quesito: «Quale il fascino della pietra? Così dura, variegata, irradiante e presaga di eternità, è servita addirittura per fondarvi su la Chiesa petrina». Oppure, occorre far intervenire l’ESOPO delle Favole: «Il vero amico è colui che toglie le pietre e le spine dal cammino della nostra vita». In quanto la pietra ha una sua versatilità non solo nell’impiego, ma già fin dall’origine. Con rocce ornamentali; altre, destinate alla manifattura seriale. Poi, i conci squadrati o i blocchi informi rappresentano assieme ai granulati differenti e suggestive suscettività di trattamento della pietra, simbolo di un’economia forte e davvero… legata al territorio.





