Home La Rivista LA POESIA INCIVILE DI GIANNI D’ELIA: IL VERSO SULLA RIVA DELLA STORIA

LA POESIA INCIVILE DI GIANNI D’ELIA: IL VERSO SULLA RIVA DELLA STORIA

C’è, all’origine della poesia di Gianni D’Elia, una frattura che non si è mai davvero ricomposta: quella fra la vita e la scrittura, fra l’urgenza dell’azione e la necessità del verso. La sua poesia nasce dalle macerie di una stagione politica e generazionale, quella degli anni Settanta, quando la militanza e l’idea di trasformazione della realtà costituivano ancora un orizzonte concreto dell’esperienza. La poesia arriva dopo, quando l’azione sembra essersi consumata o essere diventata impraticabile, e assume su di sé il compito di conservarne la memoria e insieme di misurarne il fallimento.
È questa origine a rendere la scrittura di D’Elia difficilmente separabile dalla storia. Ma definirla semplicemente “poesia civile” sarebbe riduttivo. Il dato più interessante è il tentativo di costruire una lingua capace di tenere insieme esperienza privata e coscienza storica, lirica e discorso pubblico, memoria individuale e memoria politica.
Già in Non per chi va, esordio del 1980, D’Elia stabilisce una posizione destinata a segnare il suo percorso: la poesia non può più precedere l’azione né coincidere con essa. Può seguirla, interrogarla, registrare ciò che l’azione lascia dietro di sé. La sua funzione non è dunque quella di sostituire la politica, ma di sottrarre almeno una parte dell’esperienza alla logica dell’immediato.
Questa scelta produce una conseguenza stilistica precisa: D’Elia diffida tanto dell’ermetismo autoreferenziale quanto del verso completamente sciolto dalla tradizione. La sua poesia cerca una forma riconoscibile, soprattutto attraverso la rima e la strofa, ma la sottopone continuamente alla pressione del parlato e del presente. La forma non è decorativa: serve a impedire che l’esperienza si disperda nel semplice flusso della cronaca.
È nei libri della maturità iniziale, in particolare Segreta e Notte privata, che questa soluzione raggiunge il suo punto più alto. Qui D’Elia riesce a fare qualcosa che nei testi più scopertamente politici gli riuscirà meno spesso: trasformare la materia contemporanea senza esaurirla nel suo significato immediato. Televisori, telefoni, frigoriferi, canzoni, oggetti domestici e rumori della comunicazione entrano nel verso, ma non vi rimangono come semplici reperti sociologici.
È precisamente questo il confronto che permette di misurare la qualità della sua poesia. Quando D’Elia parte dall’oggetto e lascia che sia la forma a modificarne la percezione, è più vicino alla grande tradizione della lirica moderna; quando parte invece da una tesi politica e utilizza il verso per renderla più incisiva, il risultato è generalmente meno complesso.
La differenza non è astratta. In Segreta e Notte privata il quotidiano viene trasformato attraverso quartine, rime, ripetizioni foniche, interrogazioni e sospensioni. La forma produce ambiguità e stratificazione: un oggetto può essere contemporaneamente cosa concreta, ricordo privato e segnale di un’epoca. Il lettore deve attraversare il testo per ricostruirne il significato.
Nei momenti più deboli della poesia civile, al contrario, il procedimento tende a invertirsi: il significato è già stabilito e il verso deve soprattutto sostenerlo. Ne deriva una poesia più esplicita, spesso energica, ma meno capace di produrre quella seconda dimensione di senso che distingue la poesia dalla testimonianza.

Il punto di svolta è Congedo della vecchia Olivetti. La macchina da scrivere diventa emblema di una scrittura che vuole misurarsi direttamente con il presente: cronaca, politica, televisione, cultura di massa, memoria collettiva. D’Elia rivendica il diritto di raccontare l’impoetico, di nominare ciò che la tradizione avrebbe considerato troppo comune o contingente.
Ma qui il confronto fra i due D’Elia — quello della trasformazione lirica e quello della dichiarazione civile — diventa ancora più netto.
Nei poemetti politici, soprattutto La delusione e Voto d’aprile, il materiale storico tende talvolta a rimanere materiale storico. La forza dell’enunciato prende il posto della complessità dell’immagine; l’invettiva prevale sulla polifonia; la cronaca viene affermata più che trasformata.

È qui che la poesia di D’Elia mostra il proprio limite più preciso: quando il testo sa già quale giudizio deve pronunciare, il lavoro poetico si restringe. Non perché la poesia debba essere neutrale — non lo è e non vuole esserlo — ma perché una posizione ideologica, per diventare poesia, deve subire una trasformazione formale che la renda nuovamente problematica, sensibile, aperta.
Il D’Elia migliore è dunque quello che non consegna al lettore una conclusione, ma gli impone una percezione.
È una distinzione che lo separa anche dai modelli che attraversano la sua formazione. Da Penna eredita una capacità di concentrazione lirica e una attenzione al corpo e all’eros; da Pasolini, più profondamente, il bisogno di misurarsi con la storia e con il conflitto civile; da Montale, almeno sul piano dichiarato della tradizione, la consapevolezza che la poesia debba difendersi dalla retorica dell’immediatezza.
La memoria generazionale è una materia potente, ma non è automaticamente poesia. Quando il “noi” storico diventa troppo compatto, la complessità dell’esperienza viene semplificata in una genealogia morale: da una parte la perdita, dall’altra la fedeltà all’utopia. Il testo acquista forza testimoniale, ma rischia di perdere quella pluralità di prospettive che rende la poesia capace di sopravvivere al proprio momento storico.
Il problema, in altri termini, non è che D’Elia parli troppo di politica. È che talvolta parla della politica con una lingua che non riesce a diventare abbastanza altra dalla lingua della politica.
Quando invece la cronaca passa attraverso la forma — quando il fatto diventa ritmo, immagine, montaggio, memoria, figura — il risultato cambia radicalmente. La storia smette di essere il contenuto della poesia e diventa la sua materia costruttiva.
La sua «inciviltà» consiste allora meno nell’antagonismo dichiarato che nel rifiuto della poesia come spazio protetto. D’Elia porta nel verso la televisione, la cronaca, la politica, il rumore domestico, la memoria collettiva e il linguaggio comune. Ma il valore di questa operazione non sta nell’aver ampliato semplicemente il repertorio dei temi poetici. Sta nell’aver verificato, testo dopo testo, quanto la forma poetica possa assorbire il presente senza esserne assorbita.

Il risultato più significativo della sua opera non è dunque l’aver dimostrato che la poesia può cambiare il mondo. È aver mostrato quanto sia difficile, e quanto sia necessario, impedire che il mondo entri nella poesia senza diventare forma.

Tace un vecchio suono morto;
tace un risorto rimorso,
tace o stride; tace un vecchio bisogno,
in questo spazio chiuso d’orizzonte…

Sospesi nel passato,
con un gessetto in mano,
nudi nelle stanze di nascosto
con il viso sul letto e i fantasmi…

Rivisto nello specchio dove guardavo
il tuo corpo sfuggito alla sua storia,
oggi fisso sulla tomba leggera
della casa maniaca…

*

Di questi ricchi, di questo,
solo del proprio…
E quanto sonno poi
a sé dando poco…

E suono d’un archetto,
e violini, per quei
giudizi, per quelle
misure, di tutto

pieno, vuoto…
Ed in precipite canto –
futuro, un passato,
trascritto, bianco…

*

E il ronzare del frigo, intermittente, tremìo
il rumore subacqueo dei caloriferi,
una sirena che attacca, il continuo
slanìo dei televisori, appena spenti…

Qualche colpo di tosse, gli sciacquoni,
l’adiacente distanza dei viventi, ecco
ciò che a notte già avanza senti,
l’irritante e il cordiale della vita…

Ma c’è una fiammella stupita, nella casa
nuova, che anche nelle altre illuminava,
l’azzurrognolo tremulo del boiler, che alza
una combusta vampa, riattizzando la fiamma votiva…

*

E quando agli anni urtati verranno
ragazzi ancora, senza sapere,
incontro a rabbie si metteranno
ad assestare un proprio pugno…

Ma volgendo, agli anni, le spalle –
e così ancora nessuno vedrà,
ché guardare sempre vorrà
ciascuno i propri compagni…

Ed in quegli anni alcuno avrà
il suo pensiero da quello dell’altro
mai saputo distinguere, tanto
una sola cosa, arsa, sarà…

*

O un prima, o un poi,
immerso, tutto, quanto
col resto, entrato
nella tua casa, un mondo…

O un quotidiano scoprire,
venuto, improvviso,
che intorno si guarda,
e breve, stupito…

O un diletto, dimenticato,
ma sempre stato, nell’alba,
davanti a cose, non per altri,
creduto in queste carte…

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