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L’ENIGMA FRANCESCO D’ASSISI

IL LIMITE / Raniero Regni / 265

Madonna Povertà chiese ai fratelli che le fosse mostrato il chiostro del convento. La condussero su di un colle e le mostrarono tutta la terra che si apriva di fronte a loro, dicendo “Questo, signora, è il nostro chiostro”.  

Sacrum commercium sancti Francisci cum Domina Paupertate, in Fonti francescane, p. 1663

 Chi era Francesco di Assisi? Il santo, il frate, l’uomo, il profeta? Dopo diversi giorni di straordinarie e raffinate conferenze di quasi tutti i più grandi storici e studiosi del francescanesimo e non solo, nel bellissimo Festival del Medioevo intitolato proprio Il tempo di Francesco. Homo homini lupus, che si è da poco concluso a Gubbio, la domanda non trova una risposta? Anzi, più si conosce e si approfondisce la sua vita, le fonti francescane, tutti gli studi che nei secoli si sono accumulati su di lui, e più si scopre che, da una parte, esiste una questione francescana nel senso che diamo alla espressione gemella di “questione omerica”. Essa riguarda le fonti e gli scritti, che sono tanti, come tante sono le biografie, le vite, a partire da quella di Tommaso da Celano, piene di sottili differenze, e che sono sopravvissute nonostante San Bonaventura ne avesse ordinato la distruzione per imporre la sua Legenda maior (1263). Francesco è uno dei personaggi del Medioevo di cui sappiamo di più, rispetto a molti suoi contemporanei. Ma la molteplicità delle conoscenze rende più fitto il mistero e più indecifrabile la personalità. Dall’altra, la ricerca storica, filologica, filosofica, teologica, antropologica, artistica, più accende riflettori, che illuminano la figura del Santo di Assisi, e più si moltiplicano paradossalmente le ombre, i chiaroscuri, come nel caleidoscopio di una vetrata di una cattedrale medievale. La luce che illumina questo gigante dei cosiddetti, e a sproposito, secoli bui, ne moltiplica i volti in un affascinante gioco di specchi e di ritratti multipli.

Eppure sembrava tutto così facile, un santo sì unico e particolarmente simpatico, che amava gli animali e la semplicità, ma oramai ridotto a “santino” edificante, superficiale e dolciastro, una specie di rock star ante litteram a cui vengono attribuite anche sul web frasi che non ha mai detto, si mostra invece un gigante di una complessità irriducibile e di un fascino ineguagliabile.

Chi era Francesco, il santo di cui si celebra oggi la morte, anche se si sa che è morto il 3 ottobre, ma siccome è morto dopo i vespri e la giornata liturgica era oramai conclusa, lo si celebra il giorno dopo? Anche in questo dettaglio si vede quanto sia ingannevole lo sguardo superficiale che gli è stato spesso rivolto. Per il santo della semplicità niente è in verità così semplice, con Francesco la semplicità è sempre complessa, sempre apparente. E forse è necessario smettere di appropriarsene per farne, come è stato fatto, un fascista, un comunista, un ecologista, un italiano, un protestante, un romantico, un’etichetta, persino gastronomica.

La figura di Francesco è sotto il segno del paradosso. Voleva la povertà e non voleva neanche una casa e il suo ordine ha costruito migliaia di chiese e monasteri straordinari in tutto il mondo, dando vita ad uno stile architettonico.

Voleva la semplicità dell’illetterato, definendosi addirittura, in uno scritto autografo, “ignorans sum et idiota”, ed ha fondato la nostra lingua, dando vita ad una rivoluzione culturale quale è stato l’umanesimo. Non voleva possedere niente, neanche due tuniche come dice il Vangelo, voleva una vita “sine proprio”, senza possedere niente (lo “spossessamento” e il “lasciare andare”). L’unico possesso doveva essere quello degli attrezzi di lavoro, perché tutti i frati dovevano lavorare.  Voleva vivere per strada e abitare in capanne di frasche, mentre il suo ordine ha accumulato tesori di arte a partire dalla basilica affrescata da Giotto. Si definiva “illitteratus”, cercando una fede vissuta e non solo pensata, comportandosi da pazzo e giullare, ed ha dato vita ad un ordine da cui sono venuti fuori Duns Scoto, il dottor sottile, e Guglielmo di Ockham, alimentando una riflessione teologico-filosofica potente e raffinatissima, una filosofia francescana o dei francescani. Ha rifiutato non solo ogni possesso ma anche ogni potere e, ancora in vita, aveva già decine di migliaia di seguaci in tutta Europa che lo veneravano come un santo.

Chiesa San_Francesco_(Gubbio). Nel Chiostro Grande si è tenuto il Festival del Medioevodedicato a “IL Tempo di Francesco”

Voleva morire steso a terra per riposare sul nudo terreno, ed il suo corpo è stato nascosto da frate Elia, il suo primo successore alla guida dell’ordine dei frati minori, in un luogo segreto alla base della gigantesca basilica a due piani che è uno dei monumenti più grandiosi di tutto l’Occidente. Non voleva né che lui né che i suoi fratelli fossero chierici, membri della casta sacerdotale, e tredici anni dopo la sua morte, come ha detto il grande storico J. Dalarun, lui stesso non sarebbe stato accettato tra i frati perché veniva comunque richiesto un titolo di studio. Un uomo selvatico, che ripara il proprio saio, quello che per la prima volta aveva indossato proprio a Gubbio, con la corteccia d’albero, viene raffigurato da Giotto con morbidi abiti monastici dall’ampio cappuccio, quasi di sartoria, anche se è l’unico che ha i piedi scalzi.  Ammansisce il lupo ma rimane  in realtà, lui come persona, un essere che rifiuta ogni addomesticamento.

Ma, allora, è stato tradito? L’interpretazione dei seguaci di Francesco è sotto il segno negativo del tradimento? Lui, che è stato salutato anche da Dante, come una specie di Alter Christus, un nuovo sole che sorge da oriente, ha subito la stessa paradossale sorte del suo Maestro, il Cristo, di cui la Chiesa e la società cristiana hanno tradito tante volte il messaggio? Come è successo architettonicamente con la magniloquente basilica di Santa Maria degli Angeli che racchiude, quasi imprigiona, la piccola cappella della Porziuncola, poco più di una capanna contadina? Neanche questo è completamente vero. La categoria del tradimento appare troppo semplice per un frate che voleva comunque l’obbedienza alla Chiesa. Per Marco Bartoli la storia del francescanesimo non è un tradimento ma una metamorfosi del messaggio originario.

Cercava la perfetta letizia e forse l’ha trovata proprio nello svuotamento, nella kenosis, nell’abbassamento, come davvero è successo a Dio, nella generazione di Cristo, il Dio-Uomo che ha perduto ogni potere, accettando tutto della tragica condizione umana. Alla fine della sua vita, Francesco, dopo il buio della malattia e della cecità degli ultimi anni, dopo aver attraversato anche lui la notte dell’anima e il silenzio di Dio, fino a sentirsi sconfitto, quella stessa esperienza di cui parlano molti grandi mistici e santi, ha scritto forse il più grande inno cosmico e visionario di lode al Creatore e alle sue creature, cantato assieme (cum) tutte le sue creature, perché nessuno può pregare da solo.

Eppure, come è stato detto nel Festival di Gubbio, “Francesco non è solo un santo, ma è un santo solo, un uomo solo”. Per questo dobbiamo cercare di stare vicino a questo visionario, ascoltandone ancora la voce, così lontana ma anche così vicina. Un essere straordinario che eleggiamo a modello anche se sappiamo che rimane inappropriabile, unico, singolare. Francesco, con il suo enigma che ci interroga, non appartiene al passato, è un nostro contemporaneo capace di ispirarci in questi tempi difficili.

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