IL LIMITE / Raniero Regni / 266
Mentre la filosofia europea cercava di trovare la realtà nella sostanza, la filosofia cinese provava a trovarla nella relazione J.Needham
Il titolo di questo testo apre immediatamente a molte interpretazioni. “Tutto è connesso”, sembra una frase presa a prestito dalla visione cosmica che le religioni spesso ci presentano per mettere a tacere il senso di solitudine cosmica. Potrebbe essere presa da un testo del pensiero taoista cinese in cui è forte l’idea che tutto è unito da un unico flusso vitale. Oppure potrebbe essere frutto di un afflato poetico, il senso di unione che ci accade di provare quando sentiamo di essere in armonia con il mondo in una forma di “corrispondenza di amorosi sensi”. Ancora, potrebbe alludere più prosaicamente al sentirsi parte di un insieme che ci supera e ci comprende. Tutte queste accezioni dell’espressione sono esatte ed ognuna dice qualcosa di vero, però si cercherà di dimostrare che con l’espressione “tutto è connesso” intendiamo non un sentimento o una speranza, ma una realtà dimostrabile sul piano scientifico, soprattutto a partire dal punto di vista biologico o biofisico o più semplicemente ambientale, per poi però comprendere anche il piano sociale, economico e politico.
La connessione rimanda al concetto di rete e quella di rete al concetto di complessità. Tutto ciò che esiste, sia esso parte del mondo vivente che di quello non vivente, è connesso a tutto il resto. Non esiste un organismo che non sia connesso, in un rapporto di interdipendenza e di relazione multipla con il suo ambiente, con cui scambia continuamente energia e informazione. Per comprendere però questo nuovo paradigma, questo nuovo corpo di conoscenze e di valori di base, è necessaria una rivoluzione, che la scienza ha compiuto ma che non è ancora passata nel senso comune, che modifichi il vecchio modo di pensare la realtà a tutti i livelli.
Facciamo un passo indietro e andiamo agli albori della rivoluzione scientifica del ‘600. Il successo di tale rivoluzione è stato di ridurre la complessità dei fenomeni ai loro elementi semplici, studiandoli separatamente e scoprendo le leggi che li governano. Così si è imparato a conoscere la natura e persino a comandarla e dominarla. La metafora che guidava questa rivoluzione è quella della macchina: un insieme coordinato di parti che hanno tra loro un rapporto lineare di causa-effetto. L’attenzione è tutta dedicate alle parti e si tratta di un modo di pensare il mondo e la vita di tipo meccanicistico, riduzionistico e atomistico.
Lo sviluppo successivo della chimica, della biochimica e della fisica cominciò a mettere in discussione questo asserto dando vita al sorgere del pensiero sistemico che cominciò a costruire un nuovo paradigma che possiamo definire olistico (da olon che in greco significa tutto), organicistica o ecologica. Tutti gli organismi sono collegati all’ambiente e fra loro, e il mondo è fatto di connettività, relazione e contesto. Per cui, alla fine, osservando un sistema complesso (e tutti sono sistemi complessi!) vediamo che il sistema è superiore alla somma delle sue parti, per cui i rapporti tra le parti non sono di tipo lineare ma sono costituiti da una fitta rete di interazioni. Così con il vecchio paradigma non si poteva capire come funzionava il cervello ma neanche l’intestino e neanche l’interazione tra il DNA e gli organismi che ne derivano.
Il modello meccanicistico è stato però applicato ad ogni settore, soprattutto a quello economico e questo ha portato alla creazione di una scienza che ignora le reti e i cicli ecologici che costituiscono la rete della vita. Trattando tutti i beni allo stesso modo, collegandoli astrattamente al denaro e al profitto, utilizzando il PIL (prodotto interno lordo) come unità di misura e lo sviluppo illimitato come fine ultimo, finisce per ignorare tutti gli altri aspetti non monetari dell’economia, come i costi sociali e ambientali, che vengono liquidati come esternalità. Il riduzionismo economico, che ignora i meccanismi della natura, ha portato all’incapacità degli economisti di vedere le attività economiche inserite all’interno di un più ampio e complesso contesto ecologico, dando vita ad una più complessa contabilità ecologica.

Coeve alla rivoluzione scientifica si diffondevano in Occidente le due tendenze fondamentali, che hanno reso grande e potente la nostra civiltà, che sono l’individualismo e il razionalismo, che facevano tutt’uno con la distinzione cartesiana tra mente e corpo, tra pensiero e materia: il corpo è una macchina. La versione economica di tale visione dell’essere umano è l’attore economico razionale ed egoista che compete con gli altri per massimizzare il proprio guadagno. Questa visione si basa sul “fondamentalismo del mercato” che dovrebbe essere invece sottoposto ai nuovi paradigmi della complessità per ritrovare una sua misura e un suo equilibrio. Le teorie riduzioniste e meccaniciste hanno avuto anche una grande influenza sulla visione della stessa società. Ci siamo sempre più pensati come individui e non come persone. La dimensione della persona è quella della relazione, la dimensione dell’individuo è quella della soddisfazione. L’individualismo moderno mostra oggi i suoi limiti. Se ognuno di noi si percepisce come separato, chiuso in sé stesso e nella sua prospettiva vede di fronte a sé il mondo come una collezione di cose da conoscere, da utilizzare, da possedere, finisce per perdere la visione di appartenere ad una realtà più vasta, di essere connesso al tutto. Questo modo di vedere i rapporti tra noi e il mondo che ha dominato per più di due secoli, si mostra oggi fallace. Perché nulla esite isolatamente e ogni cosa è intrecciata a tutte le altre. Siamo diventati bravi a isolare e separare noi rispetto al pianeta Terra, ma siamo impreparati a capire un mondo basato sulle relazioni. Relazioni di cui abbiamo bisogno, relazioni su cui si regge la rete della vita. Abbiamo imparato a vedere gli oggetti e non le relazioni, questo è il limite della visione moderna del mondo. Eppure sono proprio le relazioni che tengono in vita il mondo, sia umano che naturale. Ci resta difficile immaginarci come comunità, e tanto meno come comunità non solo umana ma animale e naturale. Ecco che l’individualismo, da punto di forza della civiltà è diventato un punto di debolezza.
Ora dobbiamo apprendere e studiare il nuovo pensiero della complessità, come ci propone da tempo anche la fisica quantistica, e applicarlo in ogni contesto. Solo così saremo capaci di produrre futuro. Possiamo immaginare un futuro migliore, non una previsione né una promessa, ma qualcosa che possiamo fare solo in una maniera: insieme.