POST della settimana / Centralmente / 265
C’è chi teme che la lingua italiana stia morendo soffocata tra abbreviazioni, refusi, congiuntivi desaparecidos e messaggi scritti di corsa. Basta aprire un social network per imbattersi in un campionario di apostrofi smarriti, accenti messi dove capita e verbi che sembrano aver rinunciato per sempre alla grammatica. Ma davvero dobbiamo preoccuparci? Forse sì.
Una lingua non si rovina perché cambia. Cambiare è la sua natura. L’italiano di Dante non è quello di Manzoni, e quello di Manzoni non è certamente quello che parliamo oggi. Le parole nascono, invecchiano, cambiano significato, alcune scompaiono e altre arrivano da lontano. Una lingua viva è, per definizione, una lingua in movimento.
Il problema è un altro: non il cambiamento, ma la sciatteria. Sui social scriviamo spesso come parliamo, anzi più velocemente di come parliamo. La fretta diventa regola, il controllo del testo un lusso, la punteggiatura un optional. E così può capitare che un messaggio di poche righe richieda al lettore più fatica di un articolo di giornale. È qui che un libro come Ecco 101 errori di italiano che non farai più, di Massimo Birattari, pubblicato da Ponte alle Grazie, può diventare un piccolo antidoto quotidiano. Non un manuale da esibire come una clava contro chi sbaglia, ma uno strumento per ricordarci che conoscere la lingua significa soprattutto avere più possibilità per esprimersi. Perché un errore grammaticale non è una colpa morale. Ma la padronanza delle parole è una forma di libertà.
Chi conosce le regole può anche decidere di infrangerle; chi non le conosce, spesso non sa nemmeno di averle infrante. E allora il vero pericolo per l’italiano non è l’inglese, non è lo slang dei ragazzi. È la convinzione che scrivere bene non serva più. Invece serve. Eccome. Serve per farsi capire, per non essere fraintesi, per raccontare meglio un’idea, per dare precisione a un pensiero. Serve persino sui social, dove cento parole possono bastare per costruire un’opinione, una relazione, una polemica o un equivoco.
Salvare l’italiano, dunque, non significa imbalsamarlo. Significa usarlo con cura. E magari, prima di premere “pubblica”, rileggere quello che abbiamo scritto. Anche solo una volta.
Il nostro povero italiano potrebbe ringraziarci.
(Marcerllo Martelli – Facebook – 30/09/26)




