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MIGUEL ÁNGEL PAYANO JR . PALATE PIVOTS :TRA LA BOCCA ED IL MONDO

L’opera di Miguel Ángel Payano Jr. nasce nello spazio instabile della traduzione: tra lingue, culture, corpi e sistemi di immagini. Nato a New York in una famiglia afro-caraibica e formatosi tra il New England e la Cina, dove ha vissuto e lavorato per oltre un decennio, Payano ha costruito la propria pratica nell’attraversare contesti culturali differenti, senza mai ridurli ad identità separate. La sua ricerca prende forma proprio nel punto in cui questi mondi si sovrappongono, si fraintendono e si trasformano reciprocamente. Per Payano, lingua e cultura sono strutture attraverso cui organizziamo il pensiero e costruiamo relazioni. Imparare un’altra lingua significa entrare in un diverso sistema di associazioni, memorie e significati. Ma nessuna traduzione è mai perfettamente equivalente: una parola può indicare lo stesso oggetto ed, al tempo stesso, evocare mondi completamente diversi. È questa distanza — tra ciò che una cosa significa e ciò che può significare altrove — a diventare uno dei materiali fondamentali della sua arte.


Il motivo della bocca a forma di pesca costituisce il fulcro di questo linguaggio. Comparsa per la prima volta nel lavoro dell’artista nel 2017, la pesca-bocca è insieme corpo, frutto, volto e parola. Ridotta a un solo organo, la figura umana diventa quasi un organismo unicellulare: una creatura elementare capace però di parlare, cantare, ridere, piangere, fumare, fischiare, desiderare.
La scelta della pesca non è casuale. Nella cultura cinese il frutto è tradizionalmente associato alla longevità, alla fertilità ed alla primavera ed è anche protagonista di un vasto immaginario mitologico. Il suo significato, tuttavia, non coincide con quello che può assumere, per esempio, in un contesto americano. La stessa immagine produce associazioni differenti a seconda della cultura attraverso cui viene letta. La pesca diventa così una figura della traduzione: qualcosa che sembra familiare e che, proprio per questo, rivela quanto siano differenti i mondi che attribuiscono significato alle cose.


La bocca è anche il luogo nel quale il corpo diventa linguaggio. È attraverso la bocca che parliamo, mangiamo, respiriamo, ridiamo e comunichiamo. In Payano, questo organo non rappresenta semplicemente un individuo: diventa il punto di partenza per costruire identità ibride, corpi immaginari e narrazioni che sfuggono ad una lettura univoca.
Questa ricerca sul linguaggio si riflette nella stessa evoluzione della pratica dell’artista. Formatosi inizialmente nella pittura, Payano ha progressivamente trasformato il quadro in un campo espanso, introducendo collage, oggetti trovati, elementi scultorei, materiali trasformati e pannelli di forme irregolari. I suoi “heavy collages” mettono in crisi la distinzione fra pittura e scultura: immagini dipinte incontrano oggetti reali, mani modellate, superfici che sporgono dalla parete e frammenti che sembrano fuoriuscire dall’immagine.
Il quadro non è più una superficie chiusa, ma una soglia.


Payano ha a lungo interrogato il rapporto fra il dipinto e lo spettatore: come possiamo entrare dentro un’immagine? E, una volta aperto questo passaggio, come può l’immagine uscire dal quadro e occupare lo spazio reale? Le opere rispondono a queste domande attraverso pannelli curvi, elementi che emergono dalla parete, superfici specchianti, dettagli nascosti e composizioni che avvolgono il campo visivo. L’immagine diventa un ambiente percettivo nel quale lo spettatore è simultaneamente osservatore e parte della scena.


In questo processo, anche la materia assume la funzione di un linguaggio. Come una parola, un materiale porta con sé un significato ma anche una costellazione di associazioni culturali e personali. Un oggetto non è soltanto ciò che rappresenta: è la memoria di ciò che è stato, il contesto da cui proviene, il valore che una determinata cultura gli attribuisce. Payano costruisce le proprie opere proprio attraverso queste collisioni semantiche, lasciando che materiali e immagini producano significati che eccedono ogni interpretazione letterale.
Le mani introducono un ulteriore livello di questa riflessione. I calchi delle mani dell’artista compaiono nelle composizioni come presenze corporee, ma progressivamente cessano di essere riconoscibili come autoritratto. Diventano mani di personaggi immaginari, gesti sospesi, frammenti di corpi sconosciuti.


La loro presenza acquista tuttavia un significato personale. I primi tremori della mano destra e la successiva esperienza del Parkinson hanno trasformato il gesto manuale in un luogo di consapevolezza del tempo e della vulnerabilità. I calchi possono essere letti come una sorta di archivio tridimensionale del corpo: tracce di un momento preciso, testimonianze di ciò che cambia. Ma, una volta incorporati nell’opera, questi frammenti autobiografici vengono trasformati in qualcosa di condivisibile. La mano dell’artista diventa il corpo di un altro.
Un analogo processo riguarda le bocche, ottenute dai calchi di persone diverse — familiari, amici, conoscenti e lo stesso artista. Una volta entrate nella pittura, le loro identità originarie vengono dissolte e ricomposte. Il ritratto non rappresenta più una persona specifica, ma una figura emergente, composta da memorie, corpi e significati differenti.


Questa logica della stratificazione trova un importante riferimento nei viaggi compiuti da Payano attraverso la Cina occidentale, tra le grotte buddhiste di Kizil, Dunhuang e Maijishan ed il tempio di Shuanglin a Pingyao. Di fronte a dipinti, rilievi e sculture realizzati nell’arco di secoli, l’artista ha riconosciuto una forma storica di comunicazione capace di attraversare lingue e culture. Questi complessi, situati lungo antiche vie di scambio, testimoniano come l’arte possa viaggiare, trasformarsi e trasmettere storie là dove le parole incontrano i propri limiti.
Per Payano, questa storia non costituisce un repertorio esterno da citare, ma una componente della propria esperienza. Dopo aver vissuto a lungo in Cina, l’artista non può più ricondurre il proprio lavoro ad una sola genealogia dell’arte. Tradizioni visive occidentali e cinesi convivono nella sua pratica non come sistemi opposti, ma come parti di un linguaggio personale costruito attraverso l’attraversamento.


È in questo senso che Palate Pivots diventa il titolo di una condizione: il palato come luogo della parola, del gusto e della formazione del suono; il pivot come movimento, deviazione, cambio di asse. La bocca rimane, ma tutto ciò che la circonda è in trasformazione. La pittura diventa scultura, la scultura ritorna immagine, il corpo diventa materia, la materia diventa linguaggio.
Le opere di Payano non chiedono allo spettatore di risolvere queste ambiguità. Al contrario, lo invitano ad abitarle. Umorismo e grottesco, familiarità e perturbante, pittura e oggetto, memoria personale e immaginario collettivo convivono senza essere ricondotti ad un unico significato.


Il lavoro di Miguel Ángel Payano Jr. si sviluppa così come una pratica della traduzione imperfetta: un’arte che non cerca di eliminare la distanza fra mondi diversi, ma di trasformarla in uno spazio fertile. Tra una lingua e l’altra, tra il corpo e la sua immagine, tra la superficie e lo spazio, l’artista costruisce un luogo in cui il significato non è mai definitivamente stabilito.
Un luogo in movimento. Un pivot continuo.

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