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CHAMPAGNE OUT, SPUMANTE AL TOP PER LE FESTE

Attualità  Paolo Rico /182

«Libiam ne’ lieti calici/che la bellezza infiora…»

Giuseppe Verdi, La Traviata(1853)

 

CHAMPAGNE OUT (-8%), SPUMANTE AL TOP (+7%) PER LE FESTE

     Prima la notizia buona o la cattiva? Superiamo subito gli inciampi, per poi puntare al meglio.  Per le feste, il turismo è previsto malauguratamente in calo, soprattutto per la perdita della domanda estera, fortemente condizionata  – tra scenari di guerra e di crisi economica –  dall’avversa congiuntura mondiale. Né questo trend negativo straniero verrà compensato dalle vacanze degli italiani. I quali  – formichine –  sembrano propensi a scegliere, per i loro periodi di riposo, stagioni meno affollate e soprattutto meno costose. Sicché nemmeno il richiamo-Giubileo al momento riesce a far breccia più di tanto nelle prenotazioni, deprimendo ulteriormente il livello complessivo degli arrivi natalizi e di fine-anno nelle località di soggiorno: stazioni in quota e città d’arte, per lo più. Si calcolano, pertanto, 16,3mln di presenze, con un taglio di un punto e mezzo rispetto al corrispondente periodo di feste del 2023. Le stime sono di Confesercenti sulla base di un sondaggio a campione, elaborato dalla rappresentanza fiorentina dell’organizzazione di categoria. Se non ci premieranno i soggiorni vacanzieri a Natale e i turisti non si accalcheranno  – dubito, meteo permettendo –  agli ski-lift o alle biglietterie di mostre d’arte e monumenti storici, certamente non si rinuncerà al brindisi, da dove arriva l’attesa nota lieta.

    Lo spumante italiano ce l’ha fatta a superare il record produttivo di 1mld di bottiglie vendute quest’anno. 355mln di questo stock di successo costituirà la riserva da stappare nelle prossime ricorrenze assieme: a tavola o nei cin-cin al bar, per gli aperitivi, e nei locali di ritrovo e in famiglia o con gli amici, nel nostro Paese e dovunque, nel mondo.

Secondo le previsioni di UIV (Unione italiana del Vino) e Ismea (Istituto di Servizi per il Mercato agricolo-alimentare), il successo delle nostre bollicine appare uno scudo merceologicamente refrattario a qualsiasi urto impattante della congiuntura. Tanto che le stesse stime provano a proiettare  all’estero l’ottimo piazzamento dei consumi di sparkling tricolore, calcolando in almeno 251mln di bottiglie l’export (+9% rispetto all’anno precedente) e in 104mln (+2% di crescita in rapporto allo stesso momento dello scorso anno) le bottiglie che serviranno ai brindisi qui, in Italia.

      Né va omesso, trattando di trionfo del cin-cin nazionale, l’arretramento nei consumi del concorrente delle bollicine, lo champagne. Se ne stapperanno 5,1mln di bottiglie  – calcolano gli esperti di marketing –  marcando un calo dell’8% in un anno.

     Del pari, spumante con il vento in poppa pure sul resto del beverage di nicchia, costituito dai cosiddetti vini fermi, insomma inibiti dallo sviluppo di bollicine, e da altri superalcolici, quali birre e spiriti.

     I cocktail cresceranno, invece. Quel che sosterrà, comunque, l’ascesa dei nostri spumanti, componente attiva dei mix, preparati secondo composite formule, originali, ma sperimentate dal gradimento del palato come dai neurotrasmettitori cerebro-gastrici. Di fatti la domanda di cocktail è in costante e progressivo aumento, a partire dagli Usa. Qui  – ha apprezzato l’UIV –  sono stati serviti quasi 2,8mld di cosiddetti spritz a base di spumante italiano, principalmente, prosecco o altri charmat. Talché, di bollicine tricolori, per la preparazione di un tale serbatoio di cocktail a stelle-e-strisce , si sono esportate 340mln di bottiglie, specificamente destinate all’operazione-aperitivo in Nord-America. E in cima alle preferenze, per etichetta di spumanti, marchi di origine controllata (Doc) e garantita (Docg), volti ad assicurare l’80% circa dell’imbottigliato di nicchia. Un assortito campionario di ben 70 denominazioni certificate e 17 di origine vigilata e garantita. Conferma di quella preferenza al metodo classico della spumantizzazione italiana, che ha portato ad un incremento nelle vendite del 15%.

 Del 12% l’aumento, registrato dalle vendite di vini rossi di pregio, ad etichetta medio-alta, quali: Amarone, Montalcino e Barolo, che si citano in quanto le preferite al consumo in retail. Perfino per vini dolci e passiti c’è un balzo in su nelle vendite natalizie, in particolare. Infine, in questa girandola fortunata del successo dell’enologia tipica nazionale si inserisce la vendita di rosati, cresciuta in un anno del 18%, pur in presenza di un aumento medio dei prezzi del 10%. Inoltre i portavoce delle associazioni esperte enfatizzano: «i consumatori premiano storia, autenticità ed identità territoriali dei nostri distillati, perché adatti sia alla versione liscia che alla mixology».

     Ma in cosa differiscono spumante e champagne? Quest’ultimo  – l’evocazione topologica è netta –  nasce e si sviluppa nell’omonima regione vinicola francese. 35mila ettari, ad un centinaio di km. a N-E di Parigi, interessati dalla coltivazione di 3 vitigni: Chardonnay, Pinot Meunier e Pinot Noir. Il prezzo “scostante” lo rende un bene di lusso, a causa degli elevati costi dell’esclusivo metodo di fermentazione: lo champenoise. Quasi un anno e mezzo in bottiglia, chiusa esclusivamente con tappo di sughero naturale. Tutto controllato da rigorosi protocolli produttivi e all’interno di un ambito di commercializzazione quasi liturgico, i quali ne esaltano, però, la valenza luxury.

     Per contro, trattando di spumante, tutto, nelle regole, diventa flessibile. L’area di produzione non ha confini né è prescritta e i controlli non rappresentano un cappio. Finché non si è dentro lo scenario delle specifiche di qualità (grado di alcolicità, esclusione di anidride carbonica). E pure la fermentazione può avvenire in capienti serbatoi o in bottiglia, per 9 mesi, in analogia, nella fattispecie, con lo champagne. E quest’ultima opzione è contraddistinta dall’orgoglio del metodo. Cosicché pressione e tempi di fermentazione deporranno per la posizione sul podio delle bollicine nostrane.

     Ma siamo in pieno clima di festa e amicalità: non resta che scambiarsi cin-cin. Anche qui c’entra la geografia; ci si deve riferire a territorio, a tradizione. Se, seguendo un napoletanista si scopre che l’augurale elevazione verticale della coppa di bollicine si richiama alla città pugliese di Brindisi, dove si cominciò, nell’antichità romana, a salutare astronomicamente il Natale , allineando data di fondazione urbica, orientamento del decumano e punto di nascita del sole*. Pur se altre fonti, accreditano il brindisi come gesto di ringraziamento al dio Dioniso, che aveva fatto scoprire agli uomini le delizie del cosiddetto “nettare degli dei”. Di qui, il brindisi, appunto. Al quale volentieri la nostra testata  e chi firma  si associano virtualmente con la platea dei lettori, al richiamo del salmista: «Non ti ho forse comandato: “sii forte e coraggioso”?» (Giosué, 5-9)

* (Claudio PENNINO, Elogio del brindisi. Storie di aneddoti del bere conviviale

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