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MANIFESTARE È DOVEROSO, FARSI MALE DA SOLI È UNA SCIOCCHEZZA

 Editoriale /PIERLUIGI PALMIERI/217 

 Questo editoriale, come spesso accade,  vuole essere sostanzialmente una guida alla lettura degli articoli pubblicati  in altre sezioni della Rivista su una tematica molto delicata.La situazione drammatica di Gaza non autorizza a fare troppi giri di parole ma ci obbliga a porre la lente d’ingrandimento su alcuni aspetti che se trascurati possono portare al caos non solo mediatico.

 Postulato che siamo dalla parte del popolo palestinese stretto nell’assurda morsa di due follie opposte: da una parte l’invasione spietata dell’indefinibile Netanyahu e dall’altra l’irriducibilità dei terroristi di Amas. Occhio per occhio, strage per strage! Comportamenti disgustosi che azzerano il significato della parola “uomo”. Gli articoli di Marcello Martelli e di Raniero Regni, ma anche la citazione di apertura della prima pagina scelta da Roberto Puzzu per il numero di questa settimana della nostra Rivista, a cui rimando i lettori, dicono tanto sulla nostra attenzione e soprattuttodella preoccupazione

 per le drammatiche conseguenze della pazzie dei guerrafondai, 

Torna pressante in chi scrive il “Se questo è un uomo” di Primo Levi, testimone delle atrocità dei campi di sterminio.  Siamo quindi a fianco di tutti coloro che hanno intrapreso iniziative per manifestare la loro solidarietà al popolo costretti all’esodo del XXI secolo.  Manifestare è un dovere, farlo  in modo civile è un obbligo: è questa la sintesi di quanto affermano nei loro due pezzi i nostri Regni e Martelli. Questi rivendica allo Stato il ruolo di garante della legalità e ritiene assurdo che decine di agenti di polizia vengano feriti da chi invoca giustizia per un popolo e invoca Pasolini che, difendendoli,  li definì come “figli del popolo”. La Costituzione sancisce  il diritto a manifestare,  ma se  la protesta diventa assalto, quando la rivendicazione si trasforma in devastazione, allora la linea di demarcazione è superata. Non si tratta più di dissenso democratico: siamo di fronte a una vera e propria sfida allo Stato di diritto. Aggiungo di aver provato disgusto anche  nel sentire in TV  ,  nel corso di una manifestazione di “solidarietà” il grido  “Dobbiamo bloccare tutto!”.

Sembra banale dire che invadere binari ferroviari e raccordi autostradali, provoca danni incalcolabili per i lavoratori pendolari che usano i mezzi pubblici e per chi lavora nei trasporti su gomma  (figli del popolo). In pratica ci si fa male da soli. E’ vero e sacrosanto che, come afferma Regni,  “non possiamo solo provare pietà. Dobbiamo fare qualcosa. Le parole non bastano. Ci vogliono i gesti. Anche i gesti simbolici come quello della Global Sumud Flottilla. Gesti per gli altri e per noi stessi, sempre. Salvare Gaza è salvare noi stessi, è salvare l’umanità”.

Sottoscrivo e inserisco i link degli articoli del decano del giornalismo e del pedagogista sociale ( LA PIETÀ E LA DISTANZA:GAZA, OVVERO LA VERGOGNA DEL MONDO – Centralmente ,  QUANDO LA VIOLENZA SFIDA LA DEMOCRAZIA E METTTE IN GINOCCHIO LO STATO – Centralmente), ma, in conclusione, voglio dedicare qualche riflessione  proprio all’iniziativa intrapresa dalla Global Sumud Flottilla. La sottolineatura va posta sull’aggettivazione se il gesto di condurre verso i territori di guerra le imbarcazioni cariche di generi di prima necessità, utili alla sopravvivenza del popolo martoriato è “simbolico”. Credo che nessuno possa mettere in dubbio lo scopo umanitario dell’iniziativa che in questo senso non esito a definire encomiabile. Organizzare una flotta e dirigersi con in prezioso carico verso la parte africana del Mediterraneo  è stata un’idea mediatica geniale. Altrettanto dicasi del “DICHIARARE” di voler sfondare il blocco navale. Ma provare a farlo veramente come se si stessero invadendo i binari della stazione di Torino (cosa già grave in sé), non è una semplice sciocchezza è una pazzia. Concedo agli organizzatori il beneficio della speculazione mediatica e perfino di quella politica, ma un gesto simbolico non può trasformarsi in autolesionismo. A presidiare il blocco non  ci stanno i “celerini con scudi, manganelli e idranti, bensì cacciatorpedinieri e droni   carichi di munizioni e di cattive intenzioni.  Sono convinto che nessuna nave della marina sarebbe dovuta intervenire ( a costi non indifferenti) per  proteggere la Flottilla se (a mo’ delle navi di Greenpeace), gli organizzatori avessero dichiarato di voler solo sfiorare la linea del blocco (attacco “simbolico”) per poi, come è logico e necessario, consegnare il loro carico a chi può farli arrivare a destinazione. Così ci si fa male da soli: il gesto  da “simbolico” diventa temerario e anche sciocco. Comunque  DUE STATI SUBITO!

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