Ai confini dell’Impero/ Roberto Puzzu/217
La figura di Mike Winkelmann, meglio noto come Beeple, costituisce un nodo cruciale per comprendere le trasformazioni dell’arte nell’era digitale. La vendita di Everydays: The First 5000 Days da parte di Christie’s nel 2021 per 69,3 milioni di dollari – la terza cifra più alta mai pagata per un artista vivente, dopo Jeff Koons e David Hockney – ha sancito non solo il suo ingresso nel pantheon del mercato internazionale, ma anche l’emergere di una nuova configurazione dell’oggetto artistico: smaterializzato, replicabile, ma al contempo garantito da un dispositivo tecnologico, l’NFT, che ne certifica l’unicità.

Per comprendere il caso Beeple, è inevitabile richiamare le riflessioni di Walter Benjamin sull’“opera d’arte nell’epoca della sua riproducibilità tecnica”. Secondo Benjamin, la possibilità di riprodurre indefinitamente un’immagine segna la perdita dell’aura, ossia di quella singolarità irripetibile legata alla presenza materiale dell’opera. Nel caso di Beeple, la contraddizione appare estrema: immagini nate per il consumo digitale, seriali e replicabili, vengono trasformate in esemplari “unici” proprio grazie alla tecnologia blockchain. L’NFT si configura così come una sorta di surrogato dell’aura perduta, un meccanismo che simula l’unicità in un contesto che per sua natura tende alla proliferazione illimitata.

Il linguaggio visivo di Beeple, caratterizzato da un uso massiccio di riferimenti alla cultura pop, alla politica spettacolarizzata e all’estetica della computer grafica, si presta a essere interpretato alla luce delle teorie di Jean Baudrillard sul simulacro e sull’iperrealtà. Le immagini di presidenti deformati, celebrità mutanti e scenari fantascientifici non si limitano a rappresentare la realtà, ma producono mondi autonomi che funzionano come iper-simulazioni, prive di referente stabile. In questo senso, Beeple riflette l’universo contemporaneo dell’immagine digitale, dove la distinzione tra reale e virtuale è definitivamente collassata e l’opera diventa pura superficie visiva, destinata alla circolazione virale.

La ricezione dell’opera di Beeple si colloca inoltre nel quadro della riflessione di Nicolas Bourriaud sull’“estetica relazionale”. Se Bourriaud descriveva, negli anni Novanta, pratiche artistiche volte a costruire situazioni di interazione e socialità, nel caso di Beeple la relazionalità si traduce in partecipazione mediatica: le sue immagini sono concepite per essere condivise, commentate, remixate, generate come contenuti nella rete globale. L’opera diventa così il punto di partenza di una dinamica partecipativa, ma inscritta non in una dimensione comunitaria, bensì all’interno di un capitalismo delle piattaforme, dove la visibilità e la viralità coincidono con valore economico.

In definitiva, Beeple, può essere considerato un sintomo del nostro tempo: le sue opere non sono tanto innovazioni estetiche quanto manifestazioni esemplari della logica che governa la cultura contemporanea – velocità, accumulazione, spettacolarizzazione e finanziarizzazione dell’immagine. Se Koons aveva incarnato l’artista-imprenditore della tarda modernità e Hockney il pittore capace di dialogare con i nuovi media senza rinunciare al medium pittorico, Beeple è l’artista nativamente digitale, inseparabile dall’infrastruttura tecnologica che ne legittima la produzione e la circolazione.







