LA PIETÀ E LA DISTANZA:GAZA, OVVERO LA VERGOGNA DEL MONDO

 Il Limite / RANIERO REGNI / 217

 L’inquieto e, in parte, tragico XXI secolo, il nostro tempo, è attraversato da un continuo dibattito sulla globalizzazione. Per alcuni essa è entrata in crisi nel 2001, con l’attacco alle Torri gemelle, per altri con la crisi economica del 2008, per altri ancora con la pandemia.

Sì, ma che cos’è la globalizzazione? Una delle più precise ed eleganti definizioni l’ha data, molti anni orsono, il sociologo inglese A. Giddens: globalizzazione vuol dire “azione a distanza”, significa “uccisione della distanza“, per cui le nostre società convivono ed agiscono al di sopra delle distanze. Per globalizzazione egli intende l’intensificazione di relazioni sociali mondiali che collegano tra loro località distanti, facendo sì che gli eventi locali vengano modellati dagli eventi che si verificano a migliaia di chilometri di distanza e viceversa. E chi ha ucciso la distanza? La velocità. Mezzi di comunicazioni che viaggiano alla velocità della luce, trasporti aerei, informazioni, denaro, tecnologie, individui, che viaggiano di qua e di là, e così via. Tutto è diventato più veloce per cui anche il lontano è diventato vicino.

Se questa definizione, come io credo, è vera, allora la globalizzazione non è affatto finita. E, senza entrare nel fondamentale dibattito che l’accompagna, tra chi ne vede gli aspetti positivi e chi quelli negativi, tra pro-global e no-global, tra chi ne denuncia i rallentamenti e chi ne esalta le accelerazioni, penso che la globalizzazione sia ancora il nome del nostro tempo. Nonostante i muri del nazionalismo, le guerre e il respingimento dei migranti, noi tutti viviamo immersi in un mondo di fittissime connessioni, fatte di notizie e immagini, di merci e inquinamento, di relazioni non volute oppure cercate, con tutto il resto del pianeta. Volenti o nolenti, la globalizzazione è lo sfondo su cui si svolgono le nostre vite, che sono coinvolte in fatti e avvenimenti distanti ma che fanno sentire subito i loro effetti sull’ambiente a noi più vicino. Siamo sempre più connessi e sicuramente l’icona del nostro tempo è il web, la rete che ci coinvolge in tutto quello che accade nel globo. La previsione di M. McLuhan si è avverata: viviamo in un villaggio globale, dove tutti sanno tutto di tutti gli altri.

Ma, se si guarda più a fondo, ci si accorge che la distanza ha tanti aspetti. Esiste infatti la distanza fisica, quella che si misura in chilometri e che è stata vinta dai nostri mezzi di trasporto superveloci e dai mass-media. Esiste poi la distanza culturale, ovvero il fatto che nel mondo globalizzato si fondono e confondono lingue e culture, religioni e valori, credenze e abitudini, molto diverse fra loro che si incontrano e si scontrano, che non sempre riescono a convivere. Ci si accorge subito che la tecnologia non può abbattere questo genere di distanza, che è molto più complessa e vischiosa di quella fisica. Ma non è finita qui. Esiste infatti la distanza sociale, quello strano fenomeno per cui posso sentirmi molto vicino ad una persona che vive a migliaia di chilometri lontano da me, ma che condivide il mio reddito e i miei interessi, e lontanissimo da una persona, di un altro ceto sociale, che mi sta seduta accanto nella metropolitana. Esiste poi la distanza etica, ovvero la risposta alla domanda che echeggia nella famosa parabola evangelica del “buon samaritano”: chi è il mio prossimo? Di chi sono responsabile? Di chi mi devo prendere cura? Dei miei familiari, parenti e amici, dei miei concittadini. E poi? Qui le cose si fanno ancora più complicate perché si scontrano con limiti, ancora più grandi, che hanno a che fare con la nostra capacità di agire moralmente e di impegnarsi socialmente per gli altri, con la nostra capacità provare empatica, di mettersi nei panni degli altri: ma quanti altri e quanto distanti può contenere il mio cuore?  C’è poi anche la distanza te2mporale. Quella di cui ci siamo occupati spesso in questa rubrica, ovvero la distanza nei confronti del futuro e dei posteri, per i quali è minore l’empatia e anche il senso di responsabilità. Questa si sviluppa infatti di più tra i vicini, i conoscenti e i presenti. E quelli, come mio nipote, che non sono ancora nati?

Ogni giorno siamo stati inondati di notizie e immagini di Gaza. E qualcuno dirà giustamente che quella guerra, ingiusta come tutte le guerre, è solo uno dei cinquantasei conflitti oggi in corso. Ogni giorno abbiamo ricevuto la dose di orrore, magari appena alzati o poco prima di metterci a tavola. Numeri di vittime innocenti, volti di madri e bambini alla ricerca di cibo per sopravvivere, mani tese in cerca di aiuto.

Tra le tante immagini ce ne è una che mi è rimasta negli occhi e nel cuore. Un ragazzino di meno di dieci anni che, piangente, porta sulle spalle suo fratello, un bimbo di due o tre anni. Cammina, nonostante tutto, al di sopra delle sue forze, gridando tra le lacrime lungo quella strada che da Gaza, dalla sua città e dalla sua vita, non conduce da nessuna parte. Enea in miniatura e senza epica, che di nuovo fugge da Troia, salva la sua vita e quella del fratellino, scappando dalla città in fiamme.

E, poi, scegliendo dal catalogo dell’orrore, un’altra immagine, quella di un padre che tiene il figlioletto morto, appena estratto dalle macerie, tra le braccia. È immobile, non prova più neanche rabbia ma solo dolore.  Non piange ma è una statua di sofferenza, un’immagine della pietà. Quella pietà ritratta per tutti e per sempre da Michelangelo. Immagine universale dell’umanità che soffre nell’abbraccio del dolore. Madri e padri, di tutti i tempi e di tutti i luoghi, che piangono figlie e figli assassinati.

La Pietà (Vaticano9 By Michelangelo – The Pietà by Michelangelo, CC BY-SA 2.0, https://commons.wikimedia.org/w/index.php?curid=82525062

Qualcuno ha detto che “la vergogna è un sentimento rivoluzionario”. Come possiamo sopportare questa vergogna? Come possiamo girarci dall’altra parte di fronte a Gaza, la vergogna del mondo? Come possiamo addirittura farne oggetto di una di8scussione politica mediocre e senza futuro?

‘Alla Scala di Milano appello di Roberto Bolle per Gaza: “Stop al genocidio”

Le quattro forme di distanza di cui ho parlato fanno sentire i loro effetti anche in questo caso. Noi umani condividiamo questo spazio grande, ma in realtà piccolissimo, che è la Terra. Non dobbiamo dare solo un nome alla nostra impotenza. Non possiamo solo provare pietà. Dobbiamo abbattere le distanze. Dobbiamo fare qualcosa. Le parole non bastano. Ci vogliono i gesti. Anche i gesti simbolici come quello della Global Sumud Flottilla. Gesti per gli altri e per noi stessi, sempre. Salvare Gaza è salvare noi stessi, è salvare l’umanità.