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L’AUSTRALIA VIETA I SOCIAL AGLI UNDER 16” MA IN ITALIA COME PROTEGGEREMO I MINORI?

Attualita’/ Marcello Martelli/ 228

 L’Australia ha scelto una strada drastica: vietare l’accesso ai social network ai ragazzi sotto i 16 anni. Il provvedimento, presentato come un modo per “restituire il controllo alle famiglie”, ha subito fatto il giro del mondo, accendendo un dibattito che arriva naturalmente anche in Italia. C’è chi applaude, convinto che l’unico modo per tutelare lo sviluppo psichico ed emotivo dei minori sia applicare ai social le stesse regole di altri prodotti potenzialmente dannosi, come l’alcol e le sigarette. E c’è chi, al contrario, giudica il divieto una scorciatoia destinata a fallire: educare sì, proibire no. La questione, però, è più complessa di così. I social network non sono un semplice passatempo: rappresentano oggi un ambiente sociale, un luogo di formazione dell’identità, una piazza pubblica dove i ragazzi imparano — nel bene e nel male — a confrontarsi con il mondo. Ignorare questa realtà sarebbe ingenuo. Ma altrettanto ingenuo sarebbe pensare che un divieto, per quanto benintenzionato, possa davvero funzionare in un ecosistema digitale che già oggi aggira con facilità ogni limite di età.

Un divieto può dare un senso immediato di sicurezza agli adulti, ma spesso produce l’effetto opposto su chi dovrebbe proteggere: spinge i più giovani a cercare scorciatoie, profili “fantasma”, accessi di nascosto. Così facendo, il controllo tanto invocato svanisce del tutto. Il rischio è creare un mondo parallelo, privo di supervisione adulta, ancora più pericoloso.

Chi dice “non è vietando che si educa” non parla per slogan: parla per esperienza. D’altra parte il problema esiste, eccome!

Cyberbullismo, dipendenza da notifiche, contenuti tossici, sessualizzazione precoce, disturbi dell’immagine corporea, esposizione ai predatori online: sono fenomeni reali, documentati e in aumento. Non si può far finta di niente. L’infanzia e l’adolescenza andrebbero protette con più forza, non con meno. Ed è comprensibile il fastidio di tanti genitori che, davanti a giganti tecnologici opachi e algoritmi disegnati per massimizzare il tempo di permanenza, si sentono disarmati.

Allora qual è la soluzione? Forse sta nel mezzo. Non in un divieto totale, ma in una corresponsabilità chiara: delle piattaforme, che devono adottare sistemi di verifica dell’età e strumenti di progettazione più sicuri; dello Stato, che deve fissare regole e controlli; delle famiglie, che non possono delegare tutto alla tecnologia; della scuola, che deve insegnare l’educazione digitale come una lingua madre del XXI secolo.

Ai  ragazzi non si restituisce il controllo togliendo loro la possibilità di stare online, ma insegnando a starci senza farsi travolgere. Il vero obiettivo dovrebbe essere questo: formare cittadini digitali competenti, non utenti sorvegliati.

Il divieto australiano è un segnale, non una risposta. E l’Italia, nel decidere da che parte stare, dovrebbe ricordare che la libertà non è il contrario della protezione. La libertà — soprattutto quella dei più giovani — si costruisce. Si educa. Si accompagna.

È qui che si vince davvero la battaglia.

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