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IL RECINTO E IL LUPO

Valore & Valori /Mario Travaglini / 264

 Nel corso delle ultime tre settimane abbiamo commentato gli sconcertanti comportamenti del presidente Trump e di Scott Bessent, segretario al Tesoro USA  in carica dal 21 gennaio 2025. Durante le prossime tre analizzeremo quelli, altrettanto incomprensibili, della Commissione Europea e dei due Paesi che ne hanno egemonizzato l’indirizzo politico. Partiamo da un fatto passato quasi inosservato: il discorso sullo Stato dell’Unione del 16 settembre 2026. Ursula von der Leyen ha scoperto — con sette anni di Commissione alle spalle — che il deficit commerciale dell’UE con la Cina è di un miliardo di euro al giorno, che quel deficit ha raggiunto un «punto di svolta» e che il secondo shock cinese, ha detto, «non sta arrivando: è già qui». “Deindustrializza i distretti europei”. “Il dialogo con Pechino deve produrre risultati”. “L’Unione userà tutti gli strumenti”. «Le parole vanno bene. I fatti vanno meglio». Parole. Solo parole da chi ha avuto, più di chiunque altro a Bruxelles, il potere di produrre i fatti. Nelle trattative che seguono quel monito, la Commissione sta chiedendo a Pechino di limitare volontariamente le vendite di auto ibride al 15 per cento del mercato europeo, rispetto a oltre un terzo di oggi. Stesso schema su altri prodotti, chimica compresa. E, naturalmente, la Cina dovrebbe anche comprare di più dall’Europa.

E qui che comincia il paradosso. Mentre per anni l’Europa ha costruito una trasformazione economica fondata su obiettivi ambientali sempre più ambiziosi, scadenze regolatorie stringenti e una rapidissima riconversione tecnologica, la Cina costruiva capacità produttiva proprio nelle filiere destinate a diventare decisive per quella trasformazione: batterie, veicoli elettrificati, fotovoltaico, componentistica, materie prime critiche e produzioni chimiche. Da un lato l’Europa fissava la meta, dall’altro la Cina costruiva le fabbriche per arrivarci prima.

Oggi Bruxelles scopre che quella competizione presenta un conto molto più salato del previsto e chiede al vincitore industriale della partita di moderare volontariamente il vantaggio acquisito. Perché dovrebbe farlo?                           Quale razionalità economica o strategica dovrebbe indurre un Paese che ha investito per conquistare quote di mercato a rinunciarvi per proteggere l’apparato industriale del proprio concorrente?

Von der Leyen non è una cronista arrivata ieri da Marte. È la presidente della Commissione imposta dalla Cancelliere Merkel nel 2019. La stessa Cancelliere che dopo aver avviato la deindustrializzazione della Germania ha pensato bene di lasciare in Europa il suo frutto avvelenato. La Von der Leyen ha tenuto il Green Deal, il calendario dell’auto, la cornice energetica, la politica commerciale, la regolazione industriale. Ha celebrato obiettivi, scadenze, “transizioni”. Oggi constata la deindustrializzazione come se fosse un temporale. Non lo è. È l’esito, almeno in parte, di scelte che lei ha proposto, difeso e forzato facendo propria una parte rilevante dell’agenda verde e progressista europea.

La domanda diventa inevitabile e non è soltanto: che cosa farà la Commissione? Ma anche: chi risponde delle scelte compiute finora?

In uno Stato nazionale gli elettori possono cacciare un governo. Nell’Unione la catena si dissolve: Commissione, Consiglio, Parlamento, capitali. Tutti hanno deciso. Quasi nessuno risponde. Von der Leyen incarna meglio di altri questo privilegio: autorità massima, responsabilità sfumata. Annuncia il danno, minaccia Pechino, cambia registro. Il bilancio della sua era resta fuori dal verbale. Non basta dire che la Cina è diventata più competitiva. Bisogna chiedersi quanto l’Europa abbia lavorato per renderla tale rispetto a noi.            Quanto abbiano pesato il differenziale energetico, le scadenze della transizione, le dipendenze tecnologiche e industriali accumulate nel frattempo. E soprattutto perché quelle vulnerabilità siano state riconosciute così tardi.                                                                                                                      Von der Leyen oggi chiama tutto questo «punto di svolta» e si rivolge a Pechino come a un partner tenuto a cooperare. Perché dovrebbe? Quale razionalità avrebbe un Paese che ha vinto la corsa a fermarsi per consolare chi ha scritto le regole e perso il terreno?                                                                   Ed eccoci al lupo. Il problema non è che il lupo faccia il lupo. È aver costruito un recinto vulnerabile e scoprire, quando il lupo è già dentro, che l’unica soluzione immediata sembra chiedergli di moderare l’appetito.

C’è poi un secondo paradosso, questa volta politico. Chiedere alla Cina di «riequilibrare» il rapporto rischia di spostare all’esterno una domanda che dovrebbe essere posta anzitutto all’interno dell’Europa. Prima di chiedere a Pechino che cosa sia disposta a fare, sarebbe opportuno domandarsi: quali decisioni abbiamo preso noi? Chi le ha proposte? Chi le ha approvate? Quali risultati hanno prodotto? E chi nerisponde?                                                             È qui che la questione commerciale diventa una questione politica.  L’Unione scopre di essere vulnerabile proprio in alcuni dei settori sui quali aveva scommesso la propria trasformazione. La Commissione che ha fatto di quella trasformazione la propria bandiera chiede ora al principale concorrente industriale di moderare il vantaggio acquisito. Si può discutere sulle cause della crisi industriale europea e sul peso da attribuire a ciascuna di esse. Molto più difficile è eludere un’altra domanda. Può esistere un’autorità politica senza una responsabilità altrettanto riconoscibile?              Perché se chi esercita l’autorità può rivendicare le proprie decisioni quando promettono il futuro e confondersi nella complessità delle istituzioni quando arriva il momento di valutarne gli effetti, il problema non riguarda più soltanto la Cina, le automobili o il Green Deal. Riguarda il modo stesso in cui l’Europa esercita il potere. Ed è da qui che bisogna cominciare.

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