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NEL MONDO DELLE AI CHI RICORDERÀ PER NOI?

Al MEET Digital Culture Center di Milano, 2030: Collective Resonance. Human, AI, Rituals and Virtual Memory riunisce diciannove artisti della scena new media taiwanese attorno a una domanda che appartiene già al nostro presente: che cosa accade alla memoria quando a conservarla, selezionarla e persino reinventarla non siamo più soltanto noi?

Curata da Hsin-Chien Huang, la mostra evita di affrontare l’intelligenza artificiale come semplice dispositivo tecnologico. VR, sistemi generativi, ambienti immersivi e pratiche interattive diventano piuttosto strumenti attraverso cui interrogare la natura stessa della memoria culturale. Il punto non è dunque quanto possiamo archiviare, ma che cosa accade quando l’archivio comincia a partecipare alla costruzione di ciò che ricordiamo. È significativo che il titolo non scelga la parola memory, ma resonance. La risonanza presuppone infatti qualcosa di diverso dalla conservazione: non un passato immobilizzato, ma un passato che continua ad attivarsi attraverso incontri, interpretazioni e trasformazioni. La memoria, in questa prospettiva, non è un deposito dal quale attingere informazioni, bensì un campo relazionale. Un’immagine, un rituale, una lingua o una storia tornano a vivere quando entrano in rapporto con un corpo e con un presente.

È qui che emerge una delle questioni più interessanti della mostra: la crescente capacità delle macchine di trattare la cultura come dato rischia di produrre una forma di omogeneizzazione. Huang parla di «entropia culturale» per indicare la progressiva attenuazione delle differenze quando sistemi statistici e modelli generativi trasformano tradizioni, immagini e linguaggi in materiali da classificare, ricombinare e riprodurre.

L’intelligenza artificiale può dunque ampliare enormemente il nostro archivio senza necessariamente ampliare la nostra esperienza. Possiamo conservare un rituale in migliaia di immagini senza averne mai condiviso la dimensione corporea; possiamo recuperare una canzone in un istante senza averle realmente dedicato attenzione. La quantità di memoria disponibile non coincide con la capacità di ricordare.

Da qui la questione curatoriale si sposta dall’archiviazione all’attenzione. Se gli algoritmi possono aiutarci a trovare quasi tutto, il problema diventa scegliere a che cosa dedicare il nostro tempo limitato. È una distinzione decisiva: l’algoritmo può organizzare l’accesso alla memoria, ma non può sostituire l’esperienza attraverso cui quella memoria acquista significato. La prospettiva taiwanese rende questa tensione particolarmente fertile. Taiwan è presentata da Huang non come un’identità culturale immobile, ma come uno spazio storicamente attraversato da traduzioni, stratificazioni e trasformazioni. È anche, contemporaneamente, uno dei nodi fondamentali dell’infrastruttura tecnologica globale. Il paradosso è evidente: un territorio la cui identità è stata continuamente riscritta dalle forze della storia si trova oggi a partecipare alla costruzione delle tecnologie che stanno riscrivendo la cultura su scala globale.

In questo senso, la mostra non propone semplicemente un’immagine della cultura taiwanese. Propone un’esperienza della cultura come processo di continua negoziazione. Ciò che resiste alla traduzione algoritmica non è necessariamente un simbolo nazionale o una tradizione intatta, ma quella dimensione incarnata della memoria che comprende lingua, famiglia, rituale, luogo, gesto e relazione.

Il rischio più grande, allora, non è forse che il futuro disponga di pochi dati sul nostro presente, ma che ne disponga di troppi. Chi ci osserverà attraverso i nostri archivi digitali potrebbe conoscere una quantità sterminata di informazioni su ciò che abbiamo fatto, senza per questo comprendere davvero come abbiamo vissuto. I dati registrano tracce, non la vita che le ha prodotte. Ed è proprio nelle lacune dell’archivio che la mostra individua una possibilità critica. Ciò che non è stato registrato — un silenzio, un odore, un abbraccio, una sensazione corporea, una conversazione senza testimoni — non è necessariamente una perdita da colmare. L’assenza può essere parte stessa della memoria, così come il silenzio di 4’33”di John Cage rende percepibile ciò che normalmente resta sullo sfondo.

La conservazione culturale, in questa prospettiva, non coincide più con l’idea di mantenere intatto un oggetto. Il riferimento alla ricostruzione rituale del santuario di Ise Jingū è emblematico: ciò che attraversa le generazioni non è semplicemente una struttura antica, ma la capacità di ricostruirla, insieme alle conoscenze, ai gesti e ai rituali che rendono possibile quella ricostruzione. È forse questa la proposta più radicale di 2030: Collective Resonance: smettere di pensare la memoria come qualcosa che deve essere semplicemente salvato. Una cultura sopravvive non soltanto quando viene conservata, ma quando continua a poter essere praticata, reinterpretata e trasformata.

Nel mondo delle AI, dunque, la domanda «chi ricorderà per noi?» rischia di essere formulata nel modo sbagliato. Le macchine potranno archiviare, correlare, ricostruire e generare una quantità crescente di passato. Ma ricordare non significa soltanto possedere informazioni sul passato. Significa stabilire relazioni con ciò che è stato, attribuirgli attenzione e lasciargli modificare il presente.

Forse ciò che dobbiamo affidare alle macchine non è il compito di ricordare al posto nostro, ma la possibilità di continuare a risuonare con ciò che altrimenti rischieremmo di dimenticare.

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