TERAMO CAPITALE DEL LIBRO 2027? (E QUELLI CHE ABBIAMO NON DEVONO FINIRE NEGLI SCATOLONI)
“Leggere apre a mondi lontanissimi e libera dall’isolamento». Sono parole di Antonella Di Pietrantonio, scrittrice di Arsita, Premio Strega, pronunciate per sostenere la candidatura di Teramo a Capitale italiana del libro 2027.
Parole belle, condivisibili, persino inevitabili quando si parla di una città che vuole presentarsi come luogo della cultura, della lettura, della memoria e della conoscenza. Ma c’è una domanda che dovrebbe precedere ogni slogan: che cosa facciamo, concretamente, dei libri che abbiamo già? Perché mentre Teramo racconta la propria ambizione di diventare Capitale del libro, migliaia di volumi e documenti di straordinario interesse rischiano di rimanere chiusi in scatoloni, lontani dagli studiosi, dai cittadini, dagli studenti. Al buio. All’umido. Nel silenzio. È la storia, paradossale, del prof. Giuseppe Profeta, anche lui di Arsita, terra che evidentemente non ha lesinato talenti.
Profeta, nella sua lunga attività di accademico, studioso e antropologo di rilievo nazionale, ha costruito nel tempo una biblioteca e una raccolta documentaria di grande valore, donata ormai quattro anni fa alla Biblioteca Delfico di Teramo, la sua città d’adozione. Una donazione non è semplicemente un trasferimento di scatoloni. È un atto di fiducia. Chi dona una biblioteca consegna a una comunità una parte della propria vita: anni di ricerca, di studio, di passioni, di incontri intellettuali. Consegna libri che hanno una storia, annotazioni, dediche, documenti, relazioni, tracce di un percorso umano e scientifico. E quando un’istituzione accetta una donazione, assume una responsabilità. La responsabilità di conservarla, catalogarla, renderla accessibile e, soprattutto, darle una funzione pubblica.
È proprio qui che il paradosso diventa difficile da ignorare. Da una parte si chiede a Teramo di credere nel libro come strumento di emancipazione, di apertura e di comunità. Dall’altra, secondo quanto viene denunciato, un patrimonio librario arrivato quattro anni fa nelle disponibilità della città sarebbe ancora confinato negli scatoloni e, soprattutto, non avrebbe trovato spazio nel dossier della candidatura a Capitale italiana del libro 2027, Se è così, non siamo davanti a un semplice problema organizzativo. Siamo davanti a una contraddizione culturale. Perché una città non diventa capitale del libro soltanto perché scrive un dossier convincente. Non lo diventa moltiplicando eventi, presentazioni, conferenze e fotografie con pile di volumi sullo sfondo. Una città del libro dovrebbe innanzitutto dimostrare di saper riconoscere, custodire e mettere in circolo il patrimonio librario che possiede. Altrimenti il rischio è quello di costruire una vetrina nuova mentre, nel magazzino accanto, si lascia impolverare ciò che già si possiede. E qui la vicenda Profeta diventa qualcosa di più grande della sorte di una singola donazione. Diventa una domanda rivolta alle istituzioni: quanto vale davvero un libro, quando nessuno può leggerlo? Quanto vale una biblioteca se i suoi fondi non vengono catalogati? Quanto vale un patrimonio documentario se resta invisibile? Quanto vale una donazione se chi l’ha ricevuta non riesce — o non vuole — trasformarla in patrimonio accessibile alla collettività? Sono domande che non hanno bisogno di polemiche per essere scomode. Anzi, meriterebbero risposte semplici e pubbliche. Quanti volumi sono stati donati dal prof, Profeta? Quali fondi documentari comprendono? Dove sono conservati oggi? Qual è lo stato di conservazione? È stato effettuato un inventario? È iniziata la catalogazione? Esiste un progetto per renderli consultabili? Quali risorse sono state destinate alla loro valorizzazione? E, soprattutto, perché un patrimonio di questa natura non dovrebbe essere parte integrante del racconto con cui Teramo chiede di diventare Capitale italiana del libro?
Servono risposte. E servono fatti. Perché se esiste un patrimonio di migliaia di volumi e documenti donato alla città quattro anni fa e ancora inutilizzato, allora quegli scatoloni non sono soltanto scatoloni .Sono il simbolo di un’occasione perduta. La cultura, quando è autentica, non si limita a proclamare che «leggere libera dall’isolamento». La cultura libera quando rende accessibile ciò che altrimenti rimarrebbe chiuso. Quando apre porte. Quando mette in contatto generazioni e studiosi. Quando salva dalla dimenticanza ciò che qualcuno ha raccolto per una vita intera. E soprattutto quando non lascia i libri al loro destino.
Teramo vuole essere Capitale del libro? Allora cominci dai libri che ha già ricevuto. Apra gli scatoloni. Li inventari. Li cataloghi. Li conservi adeguatamente. Li renda consultabili. Li faccia conoscere. Ne racconti la storia. Costruisca attorno a quel patrimonio un progetto culturale vero, aperto alla città e al mondo della ricerca. Perché la candidatura a Capitale del libro non dovrebbe essere soltanto una promessa sul futuro. Dovrebbe essere la prova di come una comunità tratta il proprio patrimonio nel presente.
E un libro chiuso in uno scatolone, per quanto prezioso, non apre nessun mondo. Lo chiude.
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