Home La Rivista GIORGIO ORELLI E L’ORLO DELLA VITA: POETICA DELLA TRASFORMAZIONE, MEMORIA E PAROLA

GIORGIO ORELLI E L’ORLO DELLA VITA: POETICA DELLA TRASFORMAZIONE, MEMORIA E PAROLA

L’opera poetica di Giorgio Orelli si presenta come una lunga meditazione sulla relazione fra esperienza e linguaggio, fra tempo vissuto e sua incessante trasformazione nella parola. L’immagine del poeta come colui che «si muove continuamente entro un mondo di relazioni, trasformazioni che non lo lasciano in pace» costituisce, in questo senso, una vera e propria dichiarazione di poetica. Il riferimento a Paul Valéry è tutt’altro che occasionale: come per il poeta francese, anche per Orelli la poesia non coincide con un risultato definitivamente acquisito, ma con un processo incessante di ricerca, correzione e riassetto. Il testo pubblicato non rappresenta necessariamente il punto conclusivo dell’opera; è piuttosto una momentanea configurazione di possibilità linguistiche, destinata potenzialmente a essere ancora modificata.
Questa concezione della poesia permette di comprendere in profondità la particolare fisionomia dell’ultimo libro, L’orlo della vita. La raccolta, rimasta in parte inedita e non definitivamente ordinata dall’autore, sembra infatti incarnare materialmente la poetica dell’incompiutezza che attraversa l’intera esperienza orelliana. Il libro è «finito-non finito»: una formula apparentemente paradossale che, in realtà, esprime perfettamente il rapporto di Orelli con la scrittura. La poesia è compiuta soltanto provvisoriamente, perché ogni parola rimane inserita in un sistema di relazioni foniche, semantiche, memoriali e intertestuali suscettibile di ulteriori trasformazioni.
Uno degli elementi fondamentali della poetica di Orelli è dunque la tensione fra compimento e revisione. Il poeta attribuisce alla riscrittura un valore persino superiore a quello della pubblicazione: correggere, ritoccare, ricercare l’equilibrio ideale fra suono e significato costituisce il vero lavoro poetico. In tale prospettiva, la stampa di una poesia non coincide con la sua definitiva conclusione, ma rappresenta piuttosto una sospensione del processo.
Questa impostazione consente di leggere retrospettivamente l’intera produzione orelliana come un’opera sostanzialmente unitaria. L’affermazione secondo cui, con il passare degli anni, il poeta sente di «star scrivendo un solo libro» non deve essere interpretata come una semplice metafora autobiografica. Essa individua un principio strutturale della sua poesia: testi appartenenti a raccolte diverse continuano a dialogare fra loro attraverso immagini, parole, situazioni e nuclei tematici ricorrenti.
L’orlo della vita costituisce così non soltanto l’ultima raccolta, ma anche una sorta di luogo di ricapitolazione. Vi confluiscono motivi già presenti nelle opere precedenti: la famiglia, l’infanzia, la vecchiaia, il paesaggio alpino, gli animali, il dialetto, il plurilinguismo, Dante, la memoria e il rapporto fra vita quotidiana e dimensione metafisica.
Il carattere unitario della poesia di Orelli non significa tuttavia ripetizione. La continuità è piuttosto dinamica: un’immagine già apparsa ritorna modificata, un oggetto quotidiano viene osservato da una prospettiva nuova, una parola acquisisce significati ulteriori attraverso la sua ricomparsa. La poesia procede dunque per variazioni, riprese e trasformazioni.
Il titolo L’orlo della vita condensa in modo esemplare la poetica dell’ultima stagione orelliana. L’espressione deriva dal Purgatorio dantesco e colloca immediatamente il libro entro quella tradizione di dialogo con Dante che accompagna Orelli fin dagli esordi.
La scelta dell’«orlo» è particolarmente significativa. L’orlo è una soglia: separa ma nello stesso tempo mette in comunicazione due dimensioni. Può indicare il margine di un precipizio, il limite di un tessuto, la linea che distingue uno spazio da un altro. Associato alla «vita», diventa metafora del confine fra esistenza e morte, fra passato e presente, fra esperienza e memoria.
Non è casuale che nella poesia di Orelli l’«orlo» compaia spesso in contesti caratterizzati da una condizione di rischio o di sospensione. Gli orli dei precipizi alpestri, i margini, i lembi e le soglie appartengono a una medesima costellazione simbolica. Il «lembo della vita», già presente in L’ora del tempo, anticipa significativamente il titolo dell’ultima raccolta. Allo stesso modo, l’espressione «al margine d’un nulla» conduce la poesia verso una zona nella quale la concretezza dell’esperienza quotidiana si apre improvvisamente a una domanda sull’essere.
L’orlo è dunque il luogo privilegiato della poesia orelliana: non il centro stabile dell’esistenza, ma il suo margine mobile, dove le cose cessano di essere semplicemente ciò che sono e diventano segni di qualcosa d’altro.
Il tema della vita assume nell’ultima fase della produzione di Orelli un’intensità particolare perché si intreccia inevitabilmente con quello della vecchiaia. La vecchiaia, tuttavia, non viene trattata secondo un registro esclusivamente elegiaco. Orelli osserva il tempo che passa con una combinazione caratteristica di stupore, ironia, tenerezza e inquietudine.
Una delle novità più significative consiste nel rovesciamento della prospettiva. Nelle raccolte precedenti erano spesso i vecchi a essere osservati dal poeta; nelle poesie più tarde, invece, sono i bambini a guardare gli anziani. In testi come La goccia e L’uomo da marciapiede, la vecchiaia diviene quasi un fenomeno straniante: il corpo anziano appare agli occhi infantili come qualcosa di enigmatico, lento e fragile.
Questo procedimento è essenziale perché impedisce alla poesia di ridursi a una confessione autobiografica. L’anziano non viene rappresentato soltanto dall’interno, attraverso il sentimento della propria decadenza, ma attraverso lo sguardo degli altri. Il poeta si trasforma in personaggio e, attraverso la figura dell’«uomo da marciapiede», osserva persino se stesso con ironia e distanza.
L’autobiografia, pertanto, non è mai pura introspezione. Orelli tende a oggettivare l’io, a trasformarlo in una figura fra le altre. È proprio questa distanza a consentire alla poesia di conservare quella capacità di stupore che caratterizza tutta la sua produzione.
Il rapporto fra infanzia e vecchiaia trova una delle sue più intense espressioni nella poesia L’altalena. L’immagine dell’altalena possiede una evidente forza simbolica: il suo movimento oscilla continuamente fra alto e basso, passato e presente, partenza e ritorno.
L’altalena diventa così figura del tempo stesso. Il suo movimento non procede linearmente verso una destinazione, ma ritorna incessantemente sul proprio punto di partenza. In questa prospettiva, il viaggio del poeta verso la casa natale di Airolo assume il significato di un ritorno alle origini.
L’adulto anziano ritrova le donne della propria infanzia e, attraverso la memoria, riconosce la continuità fra il bambino che era e il vecchio che è diventato. La cicatrice che alla fine viene mostrata come un documento d’identità rende visibile questa continuità: il corpo conserva un segno del passato, trasformando la memoria in una traccia materiale.
L’immagine dell’altalena sintetizza quindi una concezione non lineare del tempo. La vita non è soltanto una progressione dall’inizio verso la fine, ma un continuo movimento di ritorno, nel quale il presente riscopre il passato e il passato viene reinterpretato alla luce del presente.
Uno degli aspetti più originali della poesia di Orelli consiste nella capacità di partire da oggetti minimi e quotidiani per giungere a interrogativi di portata generale. La buca delle lettere ne costituisce un esempio particolarmente efficace.
L’oggetto desueto diventa il centro di una riflessione sul rapporto fra individuo, società e tempo. La vecchia cassetta delle lettere, rimossa in nome della razionalizzazione economica, non è soltanto un oggetto ormai inutile: rappresenta un frammento di mondo destinato a scomparire.
La poesia non si limita però alla denuncia nostalgica della modernizzazione. L’oggetto suscita una riflessione più ampia sulla precarietà dell’esistenza e sulla trasformazione incessante delle cose. Anche la tortora che ne accompagnava simbolicamente la presenza scompare. La successione degli eventi costruisce così una piccola parabola sulla caducità.
È proprio questa capacità di trasformare l’aneddoto in interrogazione metafisica a caratterizzare la scrittura orelliana. Il poeta non parte da concetti astratti per applicarli alla realtà; procede in senso opposto. Guarda un oggetto concreto, ascolta una parola, osserva un animale, registra una scena, e da quella minima esperienza lascia emergere una domanda sull’essere e sul tempo.

Gli animali occupano nella poesia di Orelli un ruolo tutt’altro che ornamentale. Ragni, merli, tortore, capre, faine e altri animali compongono un vero e proprio bestiario poetico attraverso il quale il poeta mette in discussione i confini fra umano e non umano.
La poesia Ragni rappresenta forse uno degli esempi più intensi di questa tecnica. I due piccoli animali che scendono dal soffitto sembrano inizialmente appartenere alla dimensione minima e domestica della realtà. Ma la loro apparizione produce una trasformazione percettiva: il poeta passa dalla semplice osservazione al «peso d’essere», cioè alla domanda sul mistero dell’esistenza.
Il procedimento è tipicamente orelliano: il dato concreto non viene abbandonato quando emerge la dimensione filosofica. Al contrario, la riflessione metafisica nasce dalla precisione dello sguardo. Sono proprio i due ragni, nella loro materialità quasi insignificante, a rendere possibile il passaggio dalla realtà alla metafisica.
La poesia si costruisce inoltre attraverso una sintassi continua e un andamento verticale che riproduce il movimento degli animali. La forma non illustra semplicemente il contenuto: lo realizza materialmente. Ancora una volta, suono, ritmo, sintassi e significato risultano inseparabili.
La presenza di Dante rappresenta uno dei fili più resistenti della poesia di Orelli. Non si tratta semplicemente di una serie di citazioni colte, ma di un vero e proprio dialogo con una concezione della poesia fondata sulla potenza conoscitiva della parola.
In Libia, questo rapporto diventa particolarmente evidente. L’esperienza di una donna anziana incontrata all’Elba, apparentemente marginale e quotidiana, viene trasfigurata mediante il linguaggio dantesco. La parola «buffa», pronunciata dalla donna a proposito della vita e del proprio nome, assume una forza poetica inattesa.
Il procedimento di Orelli è fondato sulla valorizzazione fonica della parola. «Buffa» non è soltanto un aggettivo semanticamente significativo: la sua ripetizione produce una rete sonora che attraversa il testo. La parola viene preparata da una serie di allitterazioni e richiami fonici: «vita», «vista», «viva», «viziata», «variopinta», «vecchia», «violaceo».
Qui emerge quella che Orelli definisce, attraverso Baudelaire, la «retorica profonda»: una retorica che non consiste nell’applicazione esteriore di figure stilistiche, ma nella capacità della materia fonica di generare senso.
La parola poetica non viene quindi scelta esclusivamente per ciò che significa in senso denotativo. Essa viene scelta anche per ciò che richiama, per il modo in cui risuona accanto alle altre parole, per le associazioni foniche e semantiche che produce.
La centralità della dimensione fonica è uno degli elementi che distinguono maggiormente la poesia di Orelli. Il poeta considera inseparabili «suono e senso», e questa affermazione permette di comprendere la sua attenzione quasi artigianale alla parola.
Il significato poetico non precede necessariamente il suono: spesso nasce dalla sua organizzazione. Una ripetizione consonantica, una rima interna, un’assonanza o un’eco lessicale possono orientare l’interpretazione di un testo.
È significativo, a questo proposito, il riferimento alla poesia Una visita, dove la sequenza «voce / trova / versanti / forse / faccio / arruffano» crea una trama di consonanze che rende percepibile, anche acusticamente, il gesto del «soffiare» la parola.
Il suono diventa così una modalità di conoscenza. La poesia non descrive semplicemente un’esperienza: la ricrea attraverso la materia fonica della lingua. In Orelli, la dimensione acustica è quindi profondamente legata a quella conoscitiva.

Un altro elemento centrale dell’evoluzione della poesia orelliana è il progressivo ampliamento del repertorio linguistico. Dal dialetto ticinese al tedesco, dal francese all’inglese, dal latino ecclesiastico ai linguaggi della pubblicità e della politica, la poesia incorpora progressivamente voci differenti.
Il plurilinguismo non ha soltanto una funzione mimetica. Non serve semplicemente a riprodurre la varietà sociolinguistica della realtà contemporanea. Esso mette in discussione l’idea di una lingua poetica unica e compatta.
La poesia diventa uno spazio di collisione fra codici. In Riserva protetta, per esempio, il linguaggio degli annunci matrimoniali entra in rapporto con la lingua due-trecentesca del Fiore, producendo un effetto insieme comico e filologicamente raffinato.
L’ironia nasce proprio dal cortocircuito fra registri lontanissimi. Ma dietro il gioco linguistico vi è una concezione precisa della poesia: la realtà contemporanea è plurale e frammentaria, e la lingua poetica deve essere capace di accogliere questa molteplicità.
Anche il dialetto assume una funzione analoga. Nei testi dedicati ai genitori, il leventinese non è semplicemente una lingua della memoria privata: è il deposito di un mondo, di una cultura familiare e geografica che rischierebbe altrimenti di scomparire.

La dimensione familiare costituisce uno dei nuclei più persistenti dell’opera di Orelli. Figlie, nipoti, genitori e parenti non compaiono tuttavia come semplici soggetti autobiografici. Essi diventano occasioni per interrogare la continuità della memoria.
Particolarmente significativa è la presenza dei nipoti. Attraverso lo sguardo infantile, il poeta può recuperare quella capacità di meraviglia che l’età adulta tende a perdere. Il bambino è colui per il quale il mondo non è ancora completamente addomesticato dalla consuetudine.
Da qui nasce un rapporto profondo fra infanzia e poesia. Il linguaggio infantile, con le sue associazioni imprevedibili e la sua logica non ancora irrigidita, possiede una capacità di rinnovare la percezione. L’adulto-poeta può così tornare a vedere il mondo come se fosse nuovo.
La formula «tutto è nuovo per il figlio di mia figlia, / tutto è meraviglia» diventa emblematica di questa poetica dello stupore. La poesia cerca precisamente di restituire alle cose quella capacità di apparire sorprendenti che l’abitudine quotidiana tende a cancellare.

Il dato filologico dell’incompiutezza di L’orlo della vita assume, alla luce di questi elementi, un significato che va oltre la semplice storia editoriale del volume. Il libro non concluso sembra infatti riflettere una concezione della vita e della poesia fondata sull’impossibilità del compimento definitivo.
Il poeta che corregge continuamente i propri testi è anche il poeta che continua a reinterpretare la propria esperienza. Ogni ritorno a un’immagine, a una parola o a un ricordo modifica ciò che era stato percepito in precedenza.
In questo senso, l’incompiutezza non è una mancanza accidentale, ma una condizione strutturale della poesia. La vita stessa è «all’orlo»: si trova sempre in una zona di passaggio, fra memoria e presente, fra infanzia e vecchiaia, fra presenza e assenza, fra esistenza e morte.
Il titolo dell’ultima raccolta assume pertanto una valenza metapoetica. L’orlo è il luogo in cui la poesia si colloca perché è il luogo in cui le cose possono ancora trasformarsi in parola.

La poesia di Giorgio Orelli può essere letta come una lunga esplorazione delle possibilità della parola di fronte al tempo. Dalle prime raccolte fino a L’orlo della vita, il poeta costruisce un’opera profondamente coerente, nella quale la continuità non coincide mai con la ripetizione, ma con la capacità di ritornare sulle stesse cose per scoprirvi significati nuovi.

Con Tullio

Mi spiace, non possiamo
goderci il capriolo che divora
i bocciòli di rosa
così ben sigillati dalla notte
e lascia intatte le dalie
di mia sorella; ma, se ne hai voglia,
andiamo a vedere le vacche
ormai senza orgoglio di corna.

Comincia nell’odore di letame
la nostra breve, lunghissima gita.
Da villaggio a villaggio, così poco
lontano che non dura di più
lo sbadiglio del vecchio appoggiato
al muro di casa;
da sorbo a sorbo gremito di grappoli
scarlatti in attesa di tordi, cesene,
beccofrusoni russi talvolta, fra prati
folti di fiori del diavolo
e bombi vellutati,
spingo il volonteroso passeggino
per una stradetta di spiccio bitume
che spesso si fiacca rigandosi d’erba,
di camomilla.

Mi fermo a una panchina
nuova, saluto una gracile
villeggiante, con lei ricordo un giuoco
d’infanzia: stacco un calice
di silene per farlo scoppiare
sul dorso della mano, ma qualcosa
si muove, rischia d’essere schiacciato
“come un verme”, ed è un bruco, un vermetto
del nostro Vecchio Mondo,
lì come da una vita, ne inazzurra
l’urlo muto con tanto d’occhi Tullio.

Poche, chi sa perché, le cavallette,
e più brune che verdi del verde
dei saltamartini che un tempo
finivano perfino nel risvolto
dei pantaloni. Ora è quasi festosa
l’accoglienza a un’insolita locusta
turchina, la vivanda del Battista
nel deserto, nascosta fra gigli
decapitati dal maltempo.

……………………………….Forse,
se al ritorno allunghiamo la gita
prendendo un po’ più su
dove i prati si fanno bosco,
troviamo una poiana, una ghiandaia
o almeno uno scoiattolo sicuro
che nessuno lo scuoi.

Dobbiamo contentarci di guardare
le pecore che inquinano il ruscello.
Ed eccole le vacche senza corna
che levano il muso dal greppo
per guardarci con una mestizia
mai vista.

Dorme?
S’è tolto i calzini
a mia insaputa nell’attraversare
la piazzetta con gatto che chi sa
cosa sviticchia lì, fra i tageti
dell’Anna, giusto quando arriviamo
e il silenzio ridà la voce ai morti.
E intanto giungono i primi rintocchi
di mezzodì: né gravi né convinti,
seguiti da un discreto scampanio.
Tullio batte le ciglia, rivedo
farfalle e sùbito in un fresco d’alni
una ne svola, bruna
ma non orlata d’arancio
come l’erebia del Campolungo,
unica al mondo; sfiora
le mani, il viso, indugia intorno ai piedi.

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