Attualità/Paolo Rico/ 216/.
La tradizione campanaria di casa nostra riconosciuta dall’Unesco «patrimonio immateriale della cultura universale».
| Il suono delle campane è comunque un segnale comunicativo nel perimetro del ventaglio espressivo, versatile e fungibile universalmente senza particolari mezzi di significazione |
«Il suono delle campane tocca la nostra anima»Gianmarco, sottosegretario di Stato alla Cultura |
“Paese dei mille campanili” l’Italia. Si sa. Ma i comuni nella nostra nazione assommano a 7896. Non si contano le frazioni. Nemmeno si sa quante località – grandi e piccole – sono prive di campanili. Censite, invece, ufficialmente 706 campane medievali. C’è allora chi azzarda, sulla scorta di algoritmi un tantino strampalati, che sono almeno 50mila le campane in Italia: silenti o rumorose; armoniche o arrugginite; automatiche oppure meccaniche o manuali in dotazione a diverse realtà: chiese, per lo più.
Perché queste ultime rappresentano da sempre la principale committenza delle decine di fonderie, dedicate propriamente alla produzione – si può dire – di “sacri bronzi”: circa 200 l’anno, per oltre metà esportate in Vaticano o in lontanissime lande, davvero innamorate del “rintocco” all’italiana.
Perché lo scampanìo nostrano piace a tanti: almeno ai sostenitori – un migliaio – delle varie associazioni di campanari, che non sarebbero meno di 50 ed opererebbero dinamicamente per lo più al Nord, coordinati in federazione e movimenti, peraltro rappresentativi di quasi tutte le regioni. Alla loro efficace mobilitazione si deve la scelta Unesco di ammettere l’Arte campanaria tradizionale italiana nell’elenco delle realtà con il prestigioso blasone Onu di «patrimonio immateriale universale dell’umanità». Anche la Spagna aveva conseguìto in precedenza (2022) l’ambito riconoscimento. Certamente, un premio ad un sistema, che vivifica: occupazione; spettacolo; artigianato e ricerca, ordendo una trama, che integra economia; socialità; creatività: cultura in senso ampio. «L’asset italiano», si legge nelle pieghe della determina dell’organismo internazionale: «ha espresso un insieme di diversità, che vanno dalle tecniche di suonata delle campane, alla loro fattura, fino alla struttura architettonica delle storiche “celle” campanarie ricavate nei campanili, il cui ornato è ammirevole».
Quel che consente di penetrare in questo mondo din-don, alla ricerca di salienze costitutive. Cominciando dalla materia prima: il bronzo, una lega di rame e stagno, nella quale quest’ultimo metallo non entri oltre il 20%, ad evitare una qualità scadente – in fragilità e sonorità – del prodotto finito ovvero della campana. Poi, il peso, che, in un manufatto di medie dimensioni, è compreso tra i 700 e i 1200 kg. 
L’armonia si dà in rapporto a dimensioni della campana e alla valenza delle componenti, battaglio compreso, senza trascurare lo spessore delle pareti della campana, il cui percussore deve pesare mediamente fino al 4% del complessivo apparato sonoro. Infatti, se il battaglio pesa tanto, si prolungherà, del pari, la sua aderenza alla parete concava dell’interno della campana. Sorreggerà il tutto un cosiddetto ceppo (in legno o in ghisa-ferro). Quel che consente varietà di metodiche e tecniche di funzionamento, non escluse ipotetiche combinazioni di stili diversi, ibridando perciò la resa sonora delle campane.
I campanari – nello stile ambrosiano – impegnati a mani nude, sono solitamente divisi in squadre; operano talvolta orchestrati da un maestro; si concertano in addestramento prima di affrontare l’effettiva performance. Secondo spartiti – per così dire – che le esperienze del territorio hanno addirittura cristallizzato in un avvincente affresco di registri tipici locali, almeno a livello regionale. Tanto che è del 1960 la data del primo raduno nazionale di campanari italiani. Tra le cui fila si censiscono molti giovani appassionati della loro prestazione corale. Peraltro, la resa è in rapporto al montaggio dei dispositivi. Si trovano, quindi,: campane fisse, direttamente ancorate a putrelle o sostegni; campane a slancio o a battaglio volante, sfruttabili per suoni rapidi e registri acuti; campane controbilanciate o a battaglio cadente, quasi fungibili da scala degli accordi, legati alla successione differente di rese acustiche. Un panorama di offerte musicali da soddisfare gusti d’ogni tipo. Si tratta di quella capacità finale delle campane di risvegliare curiosità ed approfondimenti, alla base di un crescente interesse giovanile per l’attività dei campanari, confermano diversi dirigenti di associazioni, magari ringalluzziti dal riconoscimento Unesco.
Pur nell’opportuna constatazione che, se di mestiere di campanaro si può continuare a parlare oggi, non si deve tacere del mutato contesto, almeno a livello tecnologico. Quest’ultimo ha, infatti, obbligato ad assecondare prima la novità elettrica; quindi, elettronica; ora, digitale dello scenario produttivo, in cui va calata l’attività del campanaro. Antico mestiere della manualità, com’è stato doviziosamente documentato, ad esempio, dallo schedario delle tradizioni territoriali, fatto utilmente apparecchiare dal Parco nazionale del Pollino. Scelta, destinata chiaramente a lumeggiare le dinamiche socio-antropologiche e la storia locali. Con la convergente riflessione sulle possibilità di riconoscere un futuro al campanaro, a patto che questa figura si adegui alle trasformazioni diacroniche interpretate in un quadro sincronico di novità e di aggiornamenti complessivi. Evidentemente è così: alla luce delle anzidette attenzioni, suscitate nei giovani, numerosi nelle associazioni di categoria, secondo quanto riferito da chi ha indagato il mondo del campanaro, soprattutto desideroso di scoprire le ragioni di un persistente coinvolgimento del grande pubblico agli eventi, promossi dai campanari, non più marchiati come il romanzato Quasimodo di VICTOR HUGO.
Magari per indicare che le campane sono funzioni religiose (bonzi e sacerdoti); segnali orario (torri civiche); richiami etnici (specie di gong), ma non solo queste varianti. Il suono delle campane è comunque un segnale comunicativo nel perimetro del ventaglio espressivo, versatile e fungibile universalmente senza particolari mezzi di significazione, amano sottolineare i tecnici dello scambio interumano. Perché ok all’elettrificazione dei sistemi di uso delle campane, ma conservando la caratteristica funzione manuale, come riferisce L’Italo – Americano (quotidiano Usa della comunità italiana emigrata), che ha intervistato CORRADO CODAZZA, tra i fondatori della Federazione di settore, «talmente campanaro, da essersi fabbricato ed installato in casa un piccolo campanile, completo di 4 campane in bronzo fuso».
Paolo G. Rico (cliternum@yahoo.it)






