Con la mostra «Eduardo Chillida. Sognare lo spazio»,( il filmato della mostra https://youtu.be/O5-KDd1S3g0?si=LzuN-mOBgiO3_zHQ ) inaugurata a Saragozza negli spazi monumentali de La Lonja e visitabile fino al 1° febbraio 2026, la Fundación Ibercaja firma il più grande evento culturale di fine anno e conclude in modo significativo le celebrazioni per il centenario della nascita di Eduardo Chillida (1924-2002). Nel riunire 120 opere dell’artista basco – tra i maggiori scultori del XX secolo – l’esposizione offre un percorso completo attraverso un pensiero creativo che ha trasformato il concetto stesso di scultura.

Fra gli artisti del Novecento, Eduardo Chillida occupa un territorio singolare, quasi una soglia: quella in cui la scultura smette di essere un corpo da osservare per diventare un luogo da abitare con lo sguardo, con il pensiero, persino con il respiro. La sua opera nasce infatti da una convinzione radicale: la materia non è sufficiente a definire una scultura; ciò che davvero la plasma è l’invisibile — lo spazio, il vuoto, la luce, l’ombra. Lì, in quel territorio che sfugge alla presa, Chillida ha costruito un linguaggio nuovo, essenziale e potente.
Quando Chillida modella il ferro, l’acciaio, l’alabastro o il granito, non cerca mai una forma compiuta o ornamentale. Piuttosto, egli tende a indagare ciò che si sottrae allo sguardo, come se la materia fosse solo l’occasione per rivelare ciò che normalmente rimane celato.
I suoi blocchi massicci, le geometrie compatte e i volumi monumentali non chiudono, ma aprono: fenditure, tagli, spiragli che non sono semplicemente “buchi”, bensì spazi di tensione.
Il vuoto per Chillida non è assenza: è una presenza attiva, una contro-materia che dialoga con la robustezza dei materiali. Ogni varco sembra misurare il silenzio, ogni interstizio pare trattenere un’energia invisibile. La scultura diventa così un nodo di forze: quella della materia che resiste, e quella dello spazio che preme per espandersi.

Le sculture di Chillida non si comprendono se non nel movimento. Il loro senso cambia con lo spostamento del punto di vista, con l’avanzare della luce nelle diverse ore del giorno, con la densità dell’ombra che ne trasfigura i margini.
Guardarle significa entrare in relazione con esse: ascoltarne il ritmo, coglierne la struttura interna, scoprire come lo spazio negativo diventi un luogo di relazione.
In opere come il celebre Peine del Viento a San Sebastián, la scultura si apre direttamente al paesaggio, al vento, al mare. È un esempio esemplare della poetica chillidiana: l’intervento umano non domina la natura, ma la accoglie, la incanala, ne rivela la forza primigenia. L’opera vive nel dialogo costante con ciò che la oltrepassa.

Chillida non considera la materia come un dato inerte, ma come un interlocutore. Il ferro è memoria di fatica e di calore, il granito custodisce una durata che eccede la vita dell’uomo, l’alabastro è una luce solidificata. A ciascun materiale l’artista pone una domanda diversa, e da ciascuno ricava una diversa modulazione dello spazio.
Questo rapporto produce una scultura che è insieme architettonica e musicale: architettonica per il rigore delle strutture, musicale per il respiro interno, per il modo in cui i pieni e i vuoti si alternano come note in una partitura.
Il tempo agisce poi come quarto elemento. Le superfici si ossidano, la luce muta, lo sguardo degli osservatori si rinnova. Chillida sembra invitare la scultura a vivere, a trasformarsi, a farsi testimone di un ritmo che non appartiene solo all’arte, ma alla natura e alla vita.

Una mostra dedicata a Chillida — come suggerisce il testo della presentazione in catalogo— non è mai un semplice percorso espositivo, ma un’immersione. Entrare tra le sue opere significa sostare in uno spazio che chiede silenzio, attenzione, ascolto.
I suoi lavori monumentalmente massicci non impongono, ma accolgono; le loro fenditure non dividono, ma mettono in relazione; gli interstizi non privano, ma donano respiro.
Chillida ci insegna che la scultura è un modo per interrogare non ciò che vediamo, ma ciò che il visibile spesso nasconde: il vuoto che dà forma, la luce che taglia, l’ombra che definisce, lo spazio che si fa corpo.

Una sezione importante dell’esposizione è dedicata ai piccoli formati, realizzati in una sorprendente varietà di materiali: gesso, alabastro, legno, ferro battuto, cemento armato, argilla chamotte.
Tra questi, emergono i celebri Lurrak, blocchi di argilla compatta che Chillida modellava a mano, quasi a instaurare un dialogo corporeo e immediato con la terra. Sono opere che testimoniano il lato più intimo della sua ricerca, dove la manualità diventa gesto filosofico e la materia conserva l’impronta del pensiero.


A differenza di molti scultori del suo tempo, i lavori grafici di Chillida non sono studi preparatori, ma parte integrante della sua poetica. L’esposizione dedica ampio spazio a disegni e stampe che rivelano la dimensione mentale e concettuale della sua arte.








