Attualità/Paolo Rico/ 215
Nell’aquilano, inutilizzati preziosi organi antichi dopo costosi restauri post-sisma ‘2009, Il Conservatorio musicale associ propri allievi ad ogni strumento. Si segua l’esempio dell’oratorio de Nardis. |
Può capitare che un concerto, annunciato – all’ultimo – salti. L’artista dichiara improvvisamente forfait e la platea è congedata. Invece, nel caso, all’Aquila, in tilt è finito inaspettatamente lo strumento, pur appena rifunzionalizzato; allestito; pronto all’uso per la platea, tutt’orecchi. E’ successo al monumentale strumento a canne di san Basilio: XVII secolo, come il gemello dell’attiguo convento di sant’Amico. Tutta colpa della scarsissima frequentazione; del prolungato silenzio, appunto, che ha interessato l’organo dopo la remise-en-forme.
«L’organo è proprio come il corpo umano», avverte il maestro Luciano Bologna: «e se non gli sarà dato fiato come l’aria nei polmoni, rischiererà l’anossia, il blocco e, comunque, degraderà»: tacitate le canne, preda di pulviscolo, subirà una paralisi l’intero apparato e, senza esercizio esecutivo, si registrerà una sostanziale atrofia in ogni resa funzionale. Per la verità,l’esecutore ha provato ad insistere, all’incipit del repertorio, ma inutilmente.
L’organo deve essere messo a punto; ma forse i costi dell’intervento questa volta saranno contenuti. Solo che le suorine di san Basilio vivono di obolo e sono, quindi, nell’impossibilità di pagare un’ulteriore verifica dopo il recupero dello strumento nel post-sisma . Manutenzione, che si è accollata, peraltro, la stessa impresa affidataria della ristrutturazione dell’intero complesso conventuale, liquidando, infatti, l’onorario al tecnico specializzato: il perugino Angelo Carbonetti. Alle cui cure bisognerà forse nuovamente rivolgersi, per il più tempestivo soccorso.
S’impone, a questo punto, il concorso esterno di sostenitori, per pagare la fattura di riavvio dello strumento. Il preventivo di 2mila euro appare, infatti, abbordabile dalla generosità di singoli e da un opportuno intervento pubblico nella città, che tra pochissimo sarà “capitale della cultura”.
Tutto questo nasconde, comunque, un problema. Risanato quel che va sistemato nell’organo, l’inconveniente potrebbe iterarsi – si schermiscono gli specialisti – se lo strumento tornerà inattivo. Criticità, da neutralizzare; anzi, un’evenienza, che bisogna saper prevenire nelle non poche realtà a rischio in città: con 6-7 organi storici e monumentali. Del pari in altrettante località del circondario, dove si registri medesima sofferenza. Basterebbe che ciascuna disponibilità di strumento sia riconosciuta a singoli esecutori come in una coriacea formazione di tutori della salute di un bene della nostra migliore tradizione musicale.
“Un organista, un organo”, non come slogan ad effetto, ma ponderato obiettivo, per esempio, di una pianificazione formativa della specifica classe di insegnamento nell’ordinamento didattico del Conservatorio “A. Casella” dell’Aquila. Si potrebbe contare, altresì, sulla generosità di coppie, interessate all’accompagnamento dell’organo alla cerimonia di nozze. Quasi un incentivo ad intensificare il ricorso allo strumento, per non tenerlo inoperoso, rischiando il blocco delle prestazioni.
47anni fa il compianto avv. Nino Carloni riuscì a far localizzare in san Domenico – candidato a trasformarsi in auditorium unico della regione – l’organo più imponente di tutto il centro-meridione. Oggi – complice il terremoto, ma non l’unico killer, perché appaiabile, ad esempio, alla debole acustica dello spazio – lo strumento è stato smembrato e risulta inattivo in un deposito fuori città. Ricostituirlo forse sarà impresa vana, a causa anche di costi esorbitanti. Prenderebbe corpo, pertanto, l’opzione di fare dell’organo di san Domenico tesoretto di scambio. Nel senso di retrocederlo al ministero, perché lo destini – porzionato come si fa con una ghiotta vivanda – ad altri conservatori italiani sforniti di organo.
Il “Casella” riceverebbe in partita di giro insperate dotazioni. Una fantasticheria? Conferma, però, che organo e suo esecutore fanno coppia, operativamente inscindibile.
Perché, in un panorama – come anticipato – intaccato dal saldo negativo – almeno da noi – tra strumenti disponibili ed offerta di concertisti, vale la pena di riflettere ancora sul destino, cinico e baro, incombente sull’organo storico della chiesa di santa Margherita. Quello strumento, installato quasi 80anni fa, è stato effettivamente ed encomiabilmente recuperato da poco, al termine cioè, dei lunghi lavori di rinascita post-sisma della cappella, appartenuta ai gesuiti della città. La chiesa è chiusa, però: per incertezze strutturali della cuspide, pare. Ne deriverà un danno all’organo, inibito all’uso.
Non è così, per esempio, nell’unico caso totalmente in mano al privato. L’organo storico, recuperato dalla mano pubblica dopo il sisma, nell’oratorio de Nardis, è in piena, quasi quotidiana efficienza, suonato, infatti, dallo stesso proprietario, volentieri aperto, lodevolmente, anche a competenze esterne. Insomma, un utilizzo full time dello strumento: quel che ne permette un accorto controllo e previene il suo temuto degrado.
Perché non avviare allora, nel nostro territorio, una coop locale di mani esperte in questa nicchia di fine artigianato e di studiate professionalità tecniche? Del pari, si potrebbe incardinare una conferenza comprensoriale di servizi (conservatorio; curia; privati; sovrintendenze; enti locali; direzione scolastica; università), per concertare un’agenda di ottimale applicazione, anzi: abbinamento di organisti ed organari agli strumenti. Qualificazione professionale e ritorno economico non si negherebbero in questa virtuosa sinergia culturale, da offrire, esemplarmente, quale eredità dell’anno 2026, speciale, in città e per la cultura nazionale.
Paolo G. Rico (cliternum@yahoo.it)






