Rompere il termometro o curare la febbre? Italia, Europa e Conferenza sul clima.

 Il Limite / RANIERO REGNI / 223                      

 “Le leggi della Repubblica promuovono l’equità intergenerazionale anche nell’interesse delle generazioni future”. Così recita un recente disegno di legge approvato dalla Camera dei deputati votato all’unanimità anche dalle opposizioni. Di che cosa si tratta? Della VIG, Valutazione di Impatto Generazionale. D’ora in poi ogni atto legislativo dovrà sottostare a questo vincolo. L’intenzione è chiara e l’impegno è forte. Non si dovrebbero mai soddisfare i bisogni della popolazione attuale mettendo a repentaglio le condizioni di vita delle generazioni future. Si tratta di una forma di responsabilità intergenerazionale nei confronti del futuro, ovvero di quei cittadini, come ad esempio il mio futuro nipote, che non sono ancora nati.

Se l’impegno è forte il rischio è che rimanga una mera buona intenzione, che finisca per lastricare invece la via che porta verso l’inferno climatico e l’ingiustizia ambientale. Sì, perché mentre si procedeva con questa bella e importante iniziativa legislativa, il governo italiano trattava con gli altri governi europei in attesa della partecipazione alla COP 30 a Belém in Brasile, in Amazzonia, che inizierà domani. Dieci anni fa, a Parigi, nella COP 17 gran parte degli stati si erano impegnati, tra l’altro, a contenere l’innalzamento della temperatura globale sotto il grado e mezzo, rispetto ai livelli preindustriali. Oggi questo obiettivo non è più raggiungibile. Entro cinque anni lo supereremo e questa era la soglia di sicurezza indicata dagli scienziati per evitare l’innescarsi di conseguenze difficilmente immaginabili sull’intero pianeta.  Gli Stati Uniti di Trump si sono ritirati dagli impegni. E l’Unione Europea?

Lo sforzo delle ultime settimane è stato quello di presentare l’UE in maniera unitaria al summit internazionale sul clima. E questo è stato possibile perché si sono spostati alcuni vincoli temporali. Si è passati al 2040 per ridurre il 90% delle emissioni di CO2 rispetto al 1990. In altre parole si è abbassata l’asticella degli impegni per superare l’ostacolo. E l’Italia? Il nostro governo è in prima fila per chiedere proroghe, deroghe e flessibilità. La nostra posizione è vicina a quella dell’Ungheria, della Polonia, della Repubblica Ceca. Stiamo diventando una forza che cerca di scardinare gli impegni su clima e ambiente ed è, altrettanto evidente, che il governo attuale sta diventando l’ariete che cerca di demolire anche così l’Unione Europea.

Per il geologo e esperto di ambiente Mario Tozzi, “si tratta di una resa, è bene dirlo da subito, rispetto agli ambiziosi obiettivi che l’UE si era data con la precedente maggioranza politica…Ci si illude di poter continuare a vivacchiare garantendo i gruppi di potere legati a doppio filo ai combustibili fossili, invece che obbligarli a una riconversione energetica”. Si accusa il Green Deal, che non è ancora entrato in azione completa, della crisi economica mentre questa è frutto del Brown Deal precedente e di un’economia di mercato che non è in grado di far fronte alla crisi climatico-ambientale. La sete di accumulo che sembra essere propria dei Sapiens e che ha trovato nell’economia capitalistica la sua forma attuale, non appare capace di porre un limite a sé stessa e questo rischia di perderci davvero. Allora si inventano ogni sorta di scuse pur di non applicare su vasta scala le tecnologie rinnovabili, solare e eolico, di cui disponiamo oramai in maniera molto abbordabile. L’atteggiamento gattopardesco, furbastro ma non intelligente, che il nostro paese capeggia e propone a livello europeo sembra davvero incomprensibile e autodistruttivo. In più, non si capisce come i sovranisti “de noantri” non puntino decisamente sull’indipendenza energetica di cui l’Italia si potrebbe dotare davvero per non essere sotto ricatto degli autocrati e dei tagliagole internazionali. Il solare e l’eolico, diffusi e ben intesi, opportunamente incentivati sono l’unica via verso l’autosufficienza energetica per il nostro paese.  E, come osserva ancora Tozzi, “per garantire un livello, forse più basso, ma sicuramente più certo, delle attività produttive nell’immediato futuro saranno indispensabili misure di salvaguardia e di ripristino ambientale, prima fra tutte l’azzeramento delle emissioni climalteranti”. Per questo la sostenibilità ambientale viene prima di quella economica e la deve orientare.

Ma è chiaro che per favorire la lobby più potente al mondo, quella della economia centrata sui combustibili fossili, si cerchino tutte le soluzioni non soluzioni, le procrastinazioni e le negazioni. Ma, purtroppo, non basta rompere il termometro. La febbre del pianeta è destinata a crescere e non noi, ma soprattutto i nostri figli e nipoti, ne pagheranno le conseguenze. Compresi i figli e in nipoti dei sostenitori delle stesse lobby.  I fatti hanno la testa dura, e quelli climatici ce l’hanno più dura degli interessi economici.