Il Limite / RANIERO REGNI / 211
| Splendidi, coraggiosi giovani! Non sarete morti invano, non sarete dimenticati. I nazisti hanno eretto monumenti a criminali disumani e killer ordinari, ma la rivoluzione tedesca, la vera rivoluzione, li spazzerà via e al loro posto celebrerà questi ragazzi
T. Mann, 27 giugno 1943 |
Nel corso di questi anni, in questa rubrica, si è cercato più volte di riflettere sui sinonimi del concetto di limite. Si è partiti dai limiti dell’azione umana sull’ambiente naturale e si sono visti anche i necessari limiti di questo stesso ambiente. Ma poi si è estesa la ricerca a molti sinonimi di limite: confine, misura, equilibrio, differenza, regola, finitudine, sacro, dubbio e così via. Un altro sinonimo significativo potrebbe essere “minoranza”. Ovvero i limiti della maggioranza, che non ha sempre ragione, anzi, spesso ha torto e va persino contro i propri interessi. La verità è sempre in minoranza?
Se si guarda alla storia, spesso le minoranze sono state il sale della società, hanno condotto battaglie fondamentali a favore dei migliori valori umani come la pace, la solidarietà, la bontà, la bellezza, la giustizia. Hanno pensato e agito contro il vento che sembrava irresistibile di chi era al potere, ricordandogli i limiti. Hanno detto no quando tutti dicevano sì. Hanno spesso salvato la faccia e l’onore della specie umana o di un popolo quando questi venivano travolti dalla follia maggioritaria. La maggioranza totalitaria, di cui abbiamo avuto esempi tragici nel secolo scorso, guidata da capi sanguinari, convinti di incarnare lo spirito del tempo, ha commesso spesso crimini inimmaginabili.
Una riflessione di questo genere mi è suggerita da un soggiorno in Germania, a Monaco di Baviera, in questo mese di luglio. E, di nuovo, come mi è accade sempre ogni volta che visito questa nazione, si muovono in me sentimenti contrastanti. Da una parte, per chi, come il sottoscritto, ha studiato filosofia, questo è il paese e la lingua che parla gran parte del pensiero filosofico contemporaneo. L’attrazione e l’ammirazione per la cultura tedesca, non solo filosofica, ma anche letteraria, artistica, musicale, scientifica, è quasi irresistibile. Ci si trova di fronte a dei giganti del pensiero la cui capacità di analisi e di astrazione appare potenziata da una lingua che sembra fatta apposta per questo lavoro concettuale.
Dall’altra parte però la storia della Germania sfida la mente con uno degli enigmi più grandi della storia umana. Come è stato possibile che il popolo che aveva prodotto tanti geni della filosofia e della scienza, della musica e della poesia, dell’arte e della letteratura, la patria di Beethoven e di Einstein, di Hegel e di Bach, abbia prodotto il Nazismo e che questo in soli 12 (dico, dodici!) anni abbia scatenato la più sanguinaria guerra mondiale e abbia perpetrato l’Olocausto? Per me questo è un enigma inquietante su cui bisogna costantemente riflettere e su cui tornerò anche nei miei studi.
Sì, perché quella che H. Arendt chiamò la “banalità del male”, ovvero il meccanismo anonimo, da impiegati e burocrati, che aveva trasformato un popolo intero in una macchina criminale, si può spiegare solo attraverso l’opera di quella che un’altra grande studiosa tedesca, K. Rutschky, individuò nella “pedagogia nera”, ovvero più di un secolo di educazione autoritaria e violenta ma scientificamente assistita, a cui i bambini e i giovani tedeschi erano stati sottoposti, prima che la prima guerra mondiale creasse le condizioni addestrandoli alla crudeltà e alla violenza, e che il nazismo sfruttò per prendere il potere.
Eppure, questo soggiorno a Monaco mi suggerisce che ci sono sempre delle minoranze che nel buio della storia sono capaci di accendere una luce che, per quanto piccola, illumina le tenebre e dice che è sempre possibile agire diversamente, anche quando tutti fanno le stesse cose. Monaco è infatti stata il teatro dell’azione di alcuni giovani straordinari che presero coscienza di quello che stava accadendo al loro paese durante il Nazismo e che cosa sarebbe accaduto con lo scatenamento della guerra da parte di Hitler. Sono un pugno di giovani studenti, uomini, ma soprattutto una giovane donna, Sophie Scholl, che dettero vita ad un breve e tragico movimento di opposizione alla dittatura nazista, quello della Rosa Bianca.
Un gruppo di cinque universitari tedeschi che nel corso del 1942 e nelle prime settimane del 1943 sfidarono il regime nazista stampando e diffondendo clandestinamente in Germania e in Austria sei opuscoli contro Hitler e la sua guerra. Quei fogli ciclostilati e spediti per posta o lanciati nell’atrio dell’Università di Monaco raccontavano gli orrori che stavano perpetrando contro gli ebrei, informavano sulle sconfitte militari naziste sul fronte orientale nella battaglia di Stalingrado. Facendo appello alla grande cultura tedesca esortavano i tedeschi alla ribellione. La Rosa Bianca non era un’organizzazione potente e diffusa come lo sarà la Resistenza in altri paesi ma fu qualcosa di unico. Un gesto di ribellione in nome di ideali cristiani e sociali di giustizia e libertà.
Sophie Scholl fu condannata dal tribunale del Popolo di Monaco di Baviera per tradimento contro lo stato e il Fuhrer e ghigliottinata il 22 febbraio 1943, all’età di 21 anni e assieme a lei vennero assassinati il fratello Hans e altri tre studenti e il loro professore.








