Valore & Valori / Mario Travaglini / 211
Da anni assistiamo a una narrazione sempre più cupa e martellante sull’emergenza climatica. I media, le ONG internazionali, le élite politiche e l’industria dell’attivismo verde alimentano un clima di paura permanente, parlando di apocalissi imminenti, scioglimento irreversibile dei ghiacciai, città sommerse, carestie globali, desertificazione totale.
Ma quella che dovrebbe essere una questione scientifica, oggetto di studio e prudenza, è diventata una strategia comunicativa globale, un nuovo catechismo, un’operazione industriale e finanziaria camuffata da crociata morale. Non si tratta più di ragionare o analizzare. Tutto è diventato inutile perché “il terrorismo climatico”, funzionale a interessi molto precisi. rifiuta il confronto, criminalizza il dissenso e – soprattutto – piega le logiche del mercato a un’agenda ideologica ed economica profondamente distorsiva. Ogni evento meteorologico – un’alluvione, un’ondata di caldo, una siccità – diventa immediatamente “prova del cambiamento climatico” come se la variabilità climatica non fosse sempre esistita, come se la storia della Terra non fosse segnata da fasi di riscaldamento e raffreddamento molto più accentuate di quelle attuali, avvenute in assenza totale di attività umane industriali. Gli attivisti “del verbo” – spesso autoproclamatisi scienziati senza metodo né verifica – agiscono come nuovi talebani del pensiero unico: chi solleva dubbi viene ridicolizzato, censurato o additato come negazionista. Ma non si nega il clima, si denuncia una distorsione. Si chiede rigore, trasparenza, pluralismo delle fonti scientifiche. Invece ci si trova davanti a un’ecologia che non è più scienza ma dogma, imposta da chi la predica e lucrata da chi la finanzia.
Dietro le crociate climatiche si muove in modo non troppo opaco un gigantesco apparato economico-industriale che nulla ha di spontaneo o filantropico. Le grandi multinazionali dell’energia, le case automobilistiche, le industrie del digitale e della finanza hanno abbracciato con entusiasmo la transizione ecologica. Non per convinzione etica, ma per opportunismo economico. Il passaggio all’elettrico, ai biocarburanti, all’idrogeno, all’economia circolare è una miniera d’oro per chi controlla i brevetti, le materie prime rare (come il litio, il cobalto, il nichel), i processi di smaltimento e le piattaforme digitali di controllo. Di seguito qualche esempio giusto per ricordare i fatti.
Esempio 1 – Auto elettriche e la trappola del litio.
La UE ha stabilito che dal 2035 saranno vietate le vendite di auto a combustione interna. Il risultato è un collasso programmato del settore automobilistico europeo tradizionale, a tutto vantaggio dei produttori asiatici – in particolare cinesi – che controllano il 90% della filiera del litio, del cobalto e delle batterie. In nome dell’ambiente, si smantella un comparto strategico continentale, si perdono centinaia di migliaia di posti di lavoro qualificati e si trasferisce il potere industriale verso l’esterno. Il tutto sostenuto da incentivi pubblici, bonus e finanziamenti statali: distorsione perfetta del mercato, che premia la tecnologia imposta anziché la tecnologia migliore.
Esempio 2 – Certificati verdi e truffe legali.
Il mercato europeo dei permessi di emissione (EU ETS – Emission Trading System) doveva servire a incentivare la riduzione di CO₂. In realtà, è diventato un mercato altamente speculativo dove grandi gruppi acquistano e vendono “diritti a inquinare” esattamente come si fa con i derivati finanziari. Aziende che chiudono impianti in Europa e li spostano altrove, ma continuano a lucrare sui certificati accumulati. È un sistema che non riduce le emissioni reali, ma crea rendite di posizione: una finanza finta, gonfiata dalla paura, regolata da burocrazie opache e da algoritmi di stima, non da performance concrete.
Esempio 3 – Bioedilizia e materiali non efficienti.
Anche il settore edilizio sta subendo una trasformazione coatta. Le nuove normative europee (come la direttiva EPBD sulla “casa green”) impongono standard energetici altissimi entro il 2030-2050. Il risultato è una corsa all’adeguamento forzato degli edifici con materiali “eco” molto costosi, di dubbia resa, spesso prodotti all’estero, con certificazioni affidate a società private in conflitto d’interessi. I costruttori che non possono permettersi l’adeguamento escono dal mercato, mentre pochi gruppi accreditati si spartiscono il business dei cappotti termici, degli impianti fotovoltaici e delle pompe di calore. Anche qui: distorsione del mercato in nome di un’efficienza presunta, spesso controproducente.
La vera questione è chi stabilisce i criteri della sostenibilità. Gli standard ESG (Environmental, Social and Governance), divenuti centrali nei mercati finanziari, sono definiti da agenzie private o da organismi intergovernativi spesso influenzati dalle stesse lobby che ne traggono vantaggio. Se un’azienda rispetta certi indicatori “green”, ottiene più facilmente credito, accesso a fondi europei, visibilità pubblica. Chi non si allinea viene escluso. Ma gli indici ESG non misurano l’impatto reale sull’ambiente: sono griglie ideologiche che favoriscono alcune tecnologie e puniscono altre, spesso senza trasparenza né comparabilità. Questo meccanismo introduce una pianificazione finanziaria centralizzata, dove l’allocazione del capitale non avviene più secondo criteri di produttività, ma secondo il rispetto di linee guida politiche: è una forma di dirigismo mascherato da sostenibilità.
Chi osa proporre una lettura differente viene accusato di negazionismo. Ma il vero negazionismo è quello che nega l’incertezza scientifica, che si rifiuta di discutere alternative tecnologiche o strategie adattive, che impone la paura come leva di governo e di mercato. L’effetto è quello di aver prodotto un sistema in cui il mercato è manipolato su più livelli:
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a monte, nella definizione dei parametri ambientali da rispettare;
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a valle, nella canalizzazione degli investimenti pubblici e privati;
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al centro, nella selezione artificiale dei vincitori e dei perdenti.






