AUDRE LORDE. LA SUA POESIA DIVENTO’ UN GRIDO DI LIBERTA’ E AUTODETERMINAZIONE

Audre Lorde è nata il 18 febbraio 1938 a Harlem, nel pieno della Grande Depressione, come terza e ultima figlia di una famiglia di immigrati provenienti da Grenada, nei Caraibi. La sua infanzia si svolse in un ambiente di grande sacrificio economico e sociale, con i genitori che riuscirono a iscriverla ad una scuola per studentesse dotate, dove era l’unica ragazza nera.

Fin da bambina, Audre mostrò una forte indole indipendente, al punto da modificare il proprio nome originale Audrey, rimuovendo la lettera “Y” come atto di autoaffermazione. Crescendo in una Harlem segnata dalle lotte per i diritti civili, fu testimone delle discriminazioni razziali e sociali, episodi che plasmarono la sua sensibilità e la sua vocazione poetica. Durante la sua adolescenza e giovinezza, lavorò come operaia e infermiera per mantenersi agli studi e iniziò a frequentare gli ambienti letterari e della comunità omosessuale di New York.

Negli anni Sessanta, quando l’omosessualità era ancora considerata illegale, la comunità gay trovava rifugio nei vecchi edifici industriali di Harlem, come il Mount Morris. In questo contesto di espressione e rivendicazione, Audre sposò Edwin Rollins, avvocato bisessuale, con cui ebbe due figli, Elizabeth e Jonathan. Tuttavia, il matrimonio non durò a lungo, e la poeta scoprì sé stessa e la sua identità attraverso la scrittura.

Il 1968 segnò l’inizio ufficiale della sua carriera letteraria con la pubblicazione della raccolta “The First Cities”, prima di una serie di undici raccolte poetiche. Attraverso i suoi versi, Lorde esplorò temi di razza, genere, sessualità e giustizia sociale, dando voce alle donne nere e alla comunità LGBTQ+. La sua poesia diventò un grido di libertà e autodeterminazione: “La pelle nera è come il carbone rinchiuso nelle viscere della terra che si trasforma in diamante”.

Negli anni successivi, affrontò una dura battaglia contro il cancro al seno, esperienza che raccontò nel libro “The Cancer Journals” (1980). Durante questo periodo, si innamorò di Gloria Joseph, che divenne sua compagna fino alla fine dei suoi giorni. La sua militanza poetica e politica si espanse oltre i confini americani, portandola anche a documentare l’invasione di Grenada, terra d’origine della sua famiglia.

Nel 1991, Audre Lorde venne nominata Poetessa dello Stato di New York, riconoscimento che suggellò il suo impegno costante nella lotta contro le disuguaglianze. Il suo lavoro ha lasciato un’eredità indelebile, ponendo la poesia al centro della rivendicazione di libertà e identità. E’ mancata il 17 novembre 1992.

Al poeta che si dà il caso sia Nero e al poeta Nero che si dà il caso sia una donna
I
Sono nata nel ventre della Nerezza
proprio da in mezzo alle cosce di mia madre
le si ruppero le acque sul linoleum a fiori blu
facendosi come neve sciolta nel freddo di Harlem
le 10 di una notte di luna piena
la mia testa spuntò rotonda come un pendolo
“Eri così scura”, diceva mia madre
“Credevo fossi un maschio”.

II
La prima volta che toccai mia sorella in vita
ero sicura che la terra prendesse nota
ma noi non eravamo intonse
la pelle posticcia si sfaldava come guanti di fuoco
fiamma aggiogata ero io
spogliata fino alla punta delle dita
la sua canzone scritta nei miei palmi le mie narici la mia pancia
benvenuta a casa
in una lingua che ero contenta di reimparare.

III
Nessuno spirito gelido mi ha mai attraversato le ossa
all’angolo di Amsterdam Avenue
nessun cane mi ha mai presa per una panca
o un albero o un osso
nessun’amante ha mai guardato alle mie braccia brune e grassocce
vedendo ali né mi hai mai chiamato condor per sbaglio
ma conosco a memoria
occhi
che mi cancellano
come un appuntamento indesiderato
posta a carico
timbrata in giallo rosso viola
ogni colore
eccetto Nero e scelta
e donna
in vita.

IV
Non so rammentarmi le parole della mia prima poesia
ma ricordo una promessa
fatta alla mia penna
di non lasciarla mai
giacere
nel sangue altrui.

Donna Madre Nera

Non riesco a ricordarti delicata
eppure attraverso il tuo pesante amore
sono diventata
immagine della tua carne un tempo fragile
spaccata da falsi desideri.
Quando sconosciuti si avvicinano per farmi i complimenti
il tuo spirito antico fa un inchino
e risuona d’orgoglio
ma una volta nascondevi quel segreto
al centro delle furie
soffocandomi
con seni profondi e capelli ruvidi
con la tua carne spaccata
e occhi da sempre sofferenti
seppelliti in miti di scarso valore.
Ma ho sbucciato la tua rabbia
fino al nocciolo dell’amore
e guarda madre
Io Sono
un tempio oscuro da cui si innalza il tuo vero spirito
bella
e dura come castagno
puntello al tuo incubo di debolezza
e se i miei occhi nascondono
uno squadrone di ribellioni in conflitto
ho imparato da te
a definire me stessa
attraverso i tuoi rifiuti.

Stazioni

Certe donne amano
aspettare
la vita un anello
nella luce di giugno un abbraccio
del sole che le guarisca di un’altra donna
la voce che le completi
che sleghi le loro mani
metta parole nelle loro bocche
dia forma ai loro percorsi suono
alle loro grida un’altra dormiente
che ricordi il loro futuro il loro passato.

Certe donne aspettano il treno
giusto nella stazione sbagliata
nei vicoli del mattino
il clamore del mezzogiorno
il calare della notte.

Certe donne aspettano che l’amore
faccia sorgere
il figlio della loro promessa
di raccogliere dalla terra
quello che non seminano
di reclamare dolore per travaglio
di diventare
la punta di una freccia per mirare
al cuore di un adesso
ma non sta mai fermo.

Certe donne aspettano visioni
che non si ripetono
dove non erano benvenute
nude
il rinnovarsi di inviti
in luoghi
che avrebbero sempre voluto
visitare.

Certe donne aspettano se stesse
dietro l’angolo
e chiamano pace quello spazio vuoto
ma il contrario di vivere
è solo non vivere
e alle stelle non importa.

Certe donne aspettano che qualcosa
cambi e niente
cambia veramente
perciò cambiano
se stesse.