Politica, economia e finanza
IL REDDITO DI CITTADINANZA VA CANCELLATO
MODELLO REAGAN PER IL NOSTRO PNRR, MA… ATTENTI A BIDEN
CHI HA UCCISO LA CLASSE MEDIA
Il debito mondiale? Una bomba ad orologeria
Non esagero se affermo che la crisi economica deflagrata negli Stati Uniti nel 2008 e poi esportata in tutto il mondo è paragonabile a quelle che seguono una guerra. Di tal ché, per salvare dal fallimento le banche, le istituzioni finanziarie e gli ultra ricchi, i governi e le banche centrali si sono caricati di debiti. Oggi, come per il 2008, il punto debole del mondo è sempre li, in America. Prima che arrivasse la pandemia le imprese americane si indebitavano a tassi di interesse molto bassi. C:\Users\PietroLuigi\Pictures\EURO varie Rid pezzature (2).jpgQuando le difficoltà produttive legate al Covid 19 hanno conclamato la deflazione le stesse imprese non hanno ridotto la misura del loro indebitamento, anzi, al contrario, l'hanno ancora di più incrementata. Hanno avuto altri prestiti e, addirittura, con saggi ancora più bassi. Insomma Il costo del denaro non era mai sceso cosi in basso e i debiti delle imprese non erano mai stati cosi alti per coprire i quali non rimaneva che una via : quella della emissione di obbligazioni. Tanto per dare una dimensione al fenomeno è sufficiente ricordare che nel 2020 le obbligazioni emesse dalle imprese non finanziarie americane sono state di 1700 Miliardi di dollari con un incremento di ben 600 miliardi, mentre nel marzo del 2021 il debito totale ha raggiunto 11200 miliardi di dollari. Un fiume di denaro gigantesco che ha consentito ;
a) di ridare consistenza alle casse sociali aiutando compagnie aeree, cinema, palestre, discoteche, attività di crociere, etc .etc. a superare il periodo acuto della pandemia e di compensare i minori redditi conseguiti attraverso il collocamento delle obbligazioni;
b) di permettere alle imprese floride di approvvigionarsi di liquidità a condizioni super vantaggiose con la quale rifinanziare i debiti più vecchi contratti a tassi più elevati; c) di aiutare le imprese che erano in difficoltà già prima della pandemia ad attenuare la minaccia del fallimento con la emissione di nuove obbligazioni a lungo termine.
La questione è ora di sapere se le imprese, accettando queste caramelle, hanno semplicemente ritardato il giorno della resa dei conti ovvero riusciranno a passare sull'altra riva, quella della ripresa.
Il rischio che si manifesti la prima ipotesi è legato essenzialmente o ad un rallentamento della economia o ad una improvvisa impennata del processo inflattivo.
Nel primo caso la riduzione dei consumi porterebbe alla riduzione della produzione che, a sua volta, determinerebbe una flessione dei profitti e, quindi, l'impossibilità di onorare i debiti contratti attraverso le obbligazioni. Nel secondo caso si avrà un inevitabile aumento dei tassi di interesse che, per le imprese fortemente indebitate, costituirà l'anticamera del fallimento. Il nodo centrale è che il mondo intero è super indebitato e che gli stati hanno emesso titoli contenenti promesse di rimborso e pagamento degli interessi che alla lunga non potranno essere mantenuti. I loro bilanci sono talmente imbastarditi che ove scoppiasse una scintilla in America, come è prevedibile, l'intero pianeta non mancherà di prendere fuoco. L'economia mondiale dorme su un letto molto scomodo costituito da una massa monetaria colossale, instabile, capricciosa, che volteggia di qua e di là a seconda degli interessi e delle fantasie di speculatori senza scrupoli. Non dimentichiamo che i debiti del sistema sono debiti per alcuni e capitali e ricchezza per altri. E questa ricchezza gira, rigira, specula, aumenta ad ogni sussulto di borsa; i mercati finanziari si gonfiano, si dilatano giorno dopo giorno e non si sa più come fermarli senza provocare una catastrofe. Ci vorrebbe una deflazione prolungata e consistente ma significherebbe gettare i popoli nella miseria più nera e tenerli a tirare la cinghia per decenni. Un'altra soluzione potrebbe essere quella di distruggere i soli debiti improduttivi e quelli più scandalosi via cancellazione tout court ovvero attraverso rateizzazione a lunghissimo termine.
L'Europa potrebbe agire in modo del tutto autonomo dimezzando con un colpo solo i suoi debiti operando una svalutazione del l'EURO del 50% . C:\Users\PietroLuigi\Pictures\Sekkuku (2).jpgMa chi lo dice alla Lagarde ed alla Germania? Sappiamo bene che i rapporti politici tra stati, basandosi sulla loro forza economica, impediscono ogni ragionevole soluzione; per questo ho i miei dubbi che potrebbero accettare di fare seppuku .
Magic moment per le materie prime
Su queste colonne è la prima volta che affronto il tema delle materie prime. E' il caso quindi di fare un breve riassunto di quanto accaduto fino ad oggi segnalando subito che in termini borsistici esse vengono definite Commodities. Occorre constatare che dal 2008, famoso anno della crisi dei subprimes, il settore non ha smesso di sprofondare per effetto della riduzione della domanda e della conseguente flessione della produzione industriale . Nel 2016 l'intero comparto era sceso talmente in basso da farne una opportunità anticiclica per tutti quei risparmiatori freddi, determinati e con nervi d'acciaio che vedevano le materie prime come un investimento che a lungo termine avrebbe dato certamente buoni frutti . Fino al 2019 il settore veniva considerato da tutte la banche d'affari come uno dei pochi in grado di salvarsi dalla grande “bolla” che all'orizzonte si manifestava in crescente formazione. Ma cosa è accaduto in questi due ultimi anni? La risposta la troviamo nel rapporto In Gold We Trust di Ronald Peter Stöferle e Mark J. Valek pubblicato il 27 maggio scorso, nel quale viene spiegato che i tre principali indici di borsa (CRB Commodity Index , Bloomberg Commodities Index (BCOM) e S&P GSCI) erano concordi nel ritenere che il minimo del 2016 non era stato violato e che a fine aprile 2020 i corsi di tutte le commodities erano usciti dal letargo e iniziavano a crescere in modo deciso. La metafora usata dai due autori è emblematica : “ecco la fenice che risorge dalle sue stesse ceneri”. Tuttavia, come direbbe qualcuno, una domanda sorge spontanea: siamo all'alba di un nuovo super ciclo delle materie prime o, piuttosto, di fronte ad un banale fuoco di paglia?
Sono portato a pensare che la prima ipotesi sia la più valida e ciò per due ordini di motivi. Il primo : Il gigantesco piano industriale annunziato da Biden per creare nuove infrastrutture ed ammodernare quelle esistenti sarà il motore per la crescita della domanda di materie prime che,di conseguenza, spingerà al rialzo i corsi borsistici delle società produttrici. Il secondo : l'economia mondiale dovendo colmare i ritardi che ha accumulato in questi ultimi anni anche a causa della pandemia spingerà la domanda delle commodities a svilupparsi man mano che i livelli produttivi torneranno alla normalità. In un simile contesto va anche messo in conto l'effetto che verosimilmente si manifesterà quando gli investitori istituzionali, da lungo tempo assenti da questo tipo asset, torneranno ad apprezzare il ruolo storico che le materie prime hanno avuto come “beni rifugio”. Naturalmente il rialzo non si realizzerà in un giorno con una impennata dei prezzi bruciante quanto, invece, con una dolce ascesa rappresentata da una curva che ha preso la sua direzione da almeno 12 mesi.
Se vogliamo cercare a tutti i costi la causa potenziale che manterrà il mercato delle commodities in crescita dobbiamo andare in Cina e ricordare che essa, da sola, assorbe il 50% della domanda mondiale. Nulla fa pensare che possa cambiare qualcosa almeno per i prossimi venti anni.
Chi ha tempo e voglia può esaminare un grafico molto istruttivo costruito dalla Ned Davis Research Group Incrementum AG nel quale viene mostrato in modo impressionante come dal 1802 al 2011 la valorizzazione delle materie prime in rapporto ai corsi azionari resta storicamente a buon mercato.
Vorrei chiudere questo articolo richiamando l'attenzione sulla cosiddetta “onda verde” ossia sulle pressioni continue che vengono manifestate in favore di una economia più ecologica e più rispettosa della natura. E' chiaro che le materie prime “ecologiche” avendo un peso minore rispetto al complesso delle commodities costituiranno un fattore secondario nella equazione tra domanda e corsi borsistici ma che,tuttavia, non mancheranno di far il loro peso addizionale nello sviluppo del super ciclo.
La raccomandazione è,dunque, di posizionarsi in anticipo e di non aspettare tempo.
Stato di emergenza
Dopo diciannove mesi di COVID sembra che la vita possa riprendere lentamente e con molte difficoltà il suo corso. Per l'industria italiana, anche se si sta liberando di questo peso, le cose restano ben complicate : pandemia o non pandemia il nostro Paese perde ineluttabilmente terreno nell'ambito della competizione mondiale . Molti entusiasti di professione ci assicurano che tutto questo non è grave, che la nostra economia è solo in fase di trasformazione e che i servizi e il turismo continueranno a contribuire al Pil nazionale con rinnovato vigore.
Mi permetto sommessamente di dissentire . La storia, economica e non, dovrebbe insegnare che il processo di deindustrializzazione precede sempre quelli della devitalizzazione e della dipendenza. Ricordo che negli ultimi trenta anni sono stati persi circa due milioni e mezzo di posti di lavoro di cui circa un milione nel solo periodo Covid, senza contare quelli che verranno ulteriormente persi nel momento in cui la droga del “non licenziamento” verrà fatta cessare per decreto. Se a questa tendenza si aggiunge poi che una parte del mercato europeo è in costante diminuzione si capisce meglio come l'Italia paghi molto caro il suo deficit di competitività.
Una infinità di convegni e tavole rotonde, diversi rapporti di esperti al soldo di variegati Governi hanno descritto compiutamente le ragioni all'origine dell'emorragia senza che alcuno vi abbia seriamente posto rimedio, lasciando che l'eccessivo costo del lavoro continuasse metodicamente a far danni. Siamo diventati i campioni indiscussi della tassazione attraverso una profusione di norme, spesso contraddittorie tra loro, che ogni Governo giura di voler combattere ma che alla fine non cessano mai di essere incrementate. Per invertire la tendenza non ci rimane che sperare in Brunetta e Draghi, prima che quest'ultimo si dimetta per occupare la poltrona del Quirinale. Di fronte ad una concorrenza sempre più forte proveniente da paesi più pragmatici e meno naif del nostro e con una inflazione alle porte le riforme della Pubblica Amministrazione, della Giustizia e della “burocrazia” in genere sono diventate quindi urgentissime, proprio per evitare l'indebolimento di alcuni settori della nostra eccellenza produttiva, come il settore automobilistico, della moda, dell'alimentare e della farmaceutica. Un altro versante parimenti preoccupante è quello della formazione : ci stiamo specializzando nella tecnica del cosiddetto “rilascio”, ovvero di lasciar partire all'estero le nostre migliori intelligenze che,al contrario, dovrebbero essere la chiave per impostare i successi industriali del futuro.
Insomma l'Italia permette ai nostri migliori giovani di far carriera all'estero dove ricevono attenzioni e mezzi per svolgere il loro lavoro di ricerca senza subire le vessazioni, i ritardi o, ancor peggio, subire il famoso principio della “precauzione”, tipica invenzione tutta italiana per fabbricare immobilismo. All'elenco non esaustivo,
dei malanni che affliggono il nostro sistema produttivo non può mancare il coacervo di nome che mortificano il lavoro. Intendo riferirmi in modo specifico ai vari provvedimenti assunti per soli fini elettoralistici che hanno finito per creare una vera e propria malattia sociale : quella del “non lavoro”. Basta un economista di campagna come me per far capire come i 10 miliardi del reddito di cittadinanza, i 10 per quota cento ed i 10 per gli 80 euro di Renzi non abbiano prodotto un solo posto di lavoro in più finendo,anzi, per aggravare il già gigantesco debito pubblico che lasceremo in eredità ai nostri giovani. Le stesse risorse se indirizzate verso il sistema produttivo avrebbero avuto almeno due effetti positivi : educare al lavoro come fonte imprescindibile di realizzazione personale e motore indispensabile per attivare quel circolo virtuoso di cui ho spesso parlato sulle colonne di Civiltà Italiana, ossia più lavoro – più consumi – più gettito- più investimenti - più welfare – più benessere.
Sta invece passando il messaggio che non è più necessario lavorare, tanto che la maggior parte di coloro che erano stati posti in smart working o in cassa integrazione hanno visto il ritorno in ufficio o in fabbrica come una punizione ovvero la fine di una agiatezza che sarebbe dovuta diventare obbligatoria; insomma c'è addirittura il rischio che la fine delle agevolazioni possa alimentare paradossalmente anche la rabbia sociale per quello che la gente ritiene ormai la perdita di un diritto acquisito.
