RUDY TOFFANETTI POETA

Rudy Toffanetti si presenta come una voce emergente della poesia italiana contemporanea: milanese di nascita, laureato in lettere antiche, docente di lettere classiche, e autore giovanissimo di raccolte di liriche come Sul confine (2016) e La luce della luna (2020). Si colloca all’intersezione tra quotidiano e simbolico, tra la concretezza di un paesaggio periferico lombardo e una tensione verso il trascendente, o almeno verso una “misteriosa radice” dell’esistere. In questo saggio intendo analizzare le coordinate fondamentali della sua poetica — lo spazio‑confine, la luce e l’ombra, la musica del verso — e interrogare le potenzialità e i limiti del suo linguaggio, valutando in che misura Toffanetti si inserisca nel panorama della poesia contemporanea e in che modo ne proponga un superamento o una variante.

La scrittura poetica di Toffanetti, seppure caratterizzata da limpidezza e immediatezza lessicale, nasconde una intenzione complessa: quella di «registrare » la realtà per restituirne l’irriducibilità, senza cadere né nella semplice descrizione documentaria né nella pura astrazione lirica. Allo stesso tempo, tale intento comporta una zona di debolezza, legata alla fluidità delle istanze simboliche e a una certa eco nostalgica che può rendere la voce meno interrogativa di quanto ambisca. Una costante nella prima raccolta, Sul confine, è il tema del “confine” — titolo compreso — che investe più livelli: geografico, storico, esistenziale. Toffanetti dichiara che il libro nasce «fra campi e città, fra due mondi», ai margini della provincia milanese. Questo spazio ibrido — «una metà fra due mondi» — diviene metafora della condizione del giovane poeta: non più con le “vecchie” ideologie novecentesche, non ancora pienamente dentro la modernità/ipermodernità liquida. Come osserva Ferrazzi: «questo momento storico (…) ci troviamo come sul confine della storia». In queste poesie, la quotidianità (campi, marciapiedi, autobus, gruppo urbano) convive con una tensione verso la profondità, il silenzio, l’origine. In un verso significativo leggiamo:

“Cara realtà tu mi salvi e io / non so prenderti e tu / non sai darti.”
lapoesiaelospirito.it

Qui la realtà appare come entità problematica: offre salvezza, ma non si lascia afferrare; l’io non sa prenderla, né la realtà sa donarsi completamente. Il confine, allora, non è solo spaziale ma esistenziale: tra essere e conoscere, tra parola e cosa nominata.
Criticamente, si può notare che tale modalità recupera una tradizione lirica — quella del sentirsi “al margine” — ma vi introduce un’effettiva concretezza topografico‑sociale (campi, città, fossi) che conferisce un radicamento raro nella poesia giovanile contemporanea. Tuttavia, il rischio è che questa condizione liminare resti una forma di ambientazione piuttosto che essere sempre esplorata fino alle sue implicazioni più radicali.

Nella raccolta La luce della luna, il titolo stesso mette in campo due poli: la luce e la luna — elemento simbolico che richiama sia la notte, sia l’invisibile, sia il riflesso. Una recensione sottolinea che «la Luna acquista un ruolo fondamentale, che rimanda a echi antichi e ancestrali».
In questo contesto, la luce della luna è insieme presenza e assenza: illumina, ma con un bagliore tenue, suggerisce ma non svela. Nei versi pubblicati leggiamo:

“Darei via gli arrivi e le partenze degli aerei / per dormire assieme alla tua ombra. / La luce dei lampioni fa un deserto / del lenzuolo e sfiorandoci le gambe apriamo / dune e crateri. Il mondo non immagina / che piccolo miracolo è avvenuto dove il buio / di due corpi ha inventato la luce della luna.”
Inverso – Giornale di poesia

Si evidenziano alcuni tratti: la presenza dell’ombra, del buio come matrici del miracolo; la luce della luna come invenzione, come effetto dell’incontro; la distanza (arrivi e partenze) come condizione dell’attesa.
Questo uso simbolico della luce/ombra si intreccia con l’esperienza concreta (lampioni, aerei, lenzuolo) e con un tempo sospeso. Il poeta non propone, dunque, una luce rivelatrice in senso tradizionale (che espone e illumina), ma una luce nascente dall’interstizio fra corpi, buio, attesa. In ciò rivela un’attitudine contemporanea: resistere all’iper‑visibilità e tentare di cogliere ciò che è periferico, tenue, intransitivo.

Dal punto di vista critico, si può apprezzare questo spostamento simbolico: la luna come luce riflessa e non originaria è metafora di una poesia che accetta la mediazione. Tuttavia, il linguaggio simbolico tende talvolta a tornare a cliché (ombra, buio, luce) con una frequenza che può attenuare l’impatto della novità. Occorrerebbe interrogare fino in fondo: quel “piccolo miracolo” è davvero una rivelazione poetica o una variazione raffinata di convenzioni contemporanee?

Una terza coordinata critica nella poesia di Toffanetti è il rapporto tra linguaggio e musica interna del verso. Nelle interviste afferma che «la musica presente nella poesia è una dimensione essenziale: … un sistema di ritorni, di picchi e di distensioni e di attese soddisfatte o tradite».
Questa attenzione al ritmo, alla voce (sia nel leggere ad alta voce sia nella costruzione del verso) è significativa perché pone Toffanetti in dialogo con la tradizione della poesia italiana che dà peso all’oralità e alla musicalità (pensiamo a Franco Loi, che firmò la prefazione del volume del 2020).
Da un punto di vista critico, questo elemento rappresenta un punto di forza: la poesia non si ferma al “dire” ma cerca di farsi “ascoltare”, di far risuonare — un presupposto necessario, forse, per una poesia che vuole abitare il tempo contemporaneo dove l’oralità e il performativo sono dimensioni rilevanti.
Al contempo, va osservato che l’attenzione alla musicalità può rischiare di diventare forma in sé, se il gesto ritmico non è accompagnato da una tensione tematica altrettanto forte. Nei testi di Toffanetti infatti emerge una discreta variazione metrica, un uso consapevole delle pause e delle immagini, ma forse manca, al momento, una “rotondità” formale che renda ogni poema un micro‑mondo perfettamente autonomo. Questo, però, può essere considerato non tanto un limite quanto una sfida aperta nel suo percorso poetico.

In sintesi, la poesia di Rudy Toffanetti si caratterizza per una sensibilità attenta al confine — geografico, esistenziale, storico — e per un uso simbolico della luce/ombra che tenta di dare voce a quell’interregno tra il visibile e l’invisibile. La sua attenzione alla musicalità del verso lo colloca all’interno di una tradizione lirica consapevole, ma lo proietta anche verso un mondo contemporaneo dove l’esperienza e la riflessione si sovrappongono e da entrambe emergono diversi punti di forza: la concretezza delle immagini, l’ambientazione autentica, il senso dell’attesa, il ritorno alla musica del verso. Allo stesso tempo, come spesso avviene in voci in formazione, si ravvisa una zona di rischio: l’uso simbolico che può apparire convenzionale, la tensione tematica che a volte resta implicita più che compiuta, la forma che tende ancora verso variazioni anziché strutturazioni più radicali.

Forse mi sarei perduto
con te su una rupe… “Io rupe
a te rupe legata” ricordi?
E invece è stato
che è passato tutto,
senza pianti, ma soltanto
discreti fallimenti. Siamo un’individualità
di roccia ineludibile, un destino
tagliato dentro i minerali.
Questa credo sia la libertà:
l’accadere di noi stessi, il nostro separarci
di continenti, l’essere due pietre
inalienabili e lontane… e in alto un cielo
dolce e un vento che odora di prati.

*

Gli uccelli e le creature avvertono
il sole quando cantano
e è ancora notte e solo
gli ospedali sono svegli
e gli spazzini e gli altri animali
che tengono pulito il mondo.

*

Darei via gli arrivi e le partenze degli aerei
per dormire assieme alla tua ombra.
La luce dei lampioni fa un deserto
del lenzuolo e sfiorandoci le gambe apriamo
dune e crateri. Il mondo non immagina
che piccolo miracolo è avvenuto dove il buio
di due corpi ha inventato la luce della luna.