SCRITTORE-INSEGNANTE. DUE LIBRI DI ERALDO AFFINATI

 Il Limite / RANIERO REGNI / 227  

 Nel panorama del giornalismo italiano sono pochi i giornalisti specializzati nel seguire e approfondire il tema dell’educazione scolastica. Ogni tanto ne parlano alcuni, più o meno sollecitati dall’attualità, ma le loro incursioni si vede che sono figlie dell’ispirazione del momento. Più spesso abbiamo giornalisti che scrivono romanzi, nel cui successo di pubblico è difficile distinguere quanto debbano alla loro esposizione mediatica e quanto alla qualità della scrittura. Più rari sono gli scrittori che fanno gli insegnanti, anche se questa era una nobile tradizione, che conoscono dall’interno le dinamiche educative scolastiche e che spesso scrivono sulle pagine dei giornali intervenendo su temi di attualità.

Una figura pressoché unica su questo sfondo è costituita oggi dallo scrittore-insegnante Eraldo Affinati. Il trattino che collega le due sfaccettature è forte fino al punto di non poter distinguere l’uno dall’altro. Lo dimostrano le due sue ultime pubblicazioni che si aggiungono ad una lunga bibliografia che ne fa uno dei migliori scrittori italiani. Si tratta di due libri usciti quest’anno, Testa, mani e cuore. Grandi educatori a Roma (pubblicato dalla Libreria Editrice Vaticana) e Per amore del futuro. Educare oggi (delle Edizioni San Paolo). Il primo è stato commissionato da Papa Francesco quasi come una guida, nell’anno del Giubileo, della Città eterna dal punto di vista degli educatori che, nel corso della sua storia millenaria, ne hanno fatto anche un centro di irradiazione di straordinarie esperienze educative. A Roma si va per chiese, per musei, per monumenti, ma non per cercare le tracce di insegnanti e maestri. Con lo stile che lo caratterizza, Affinati conduce letteralmente per mano il lettore per le strade della capitale, della sua città, una città che gronda storia da ogni parte, dove si fanno sempre, ad ogni livello, incontri straordinari.

Il primo educatore è San Pietro. Sì, proprio lui, l’allievo del grande Maestro della civiltà occidentale. Il povero pescatore della Galilea che è stato folgorato dall’incontro con Cristo. Simbolo di un’azione educativa che, dice Affinati, non è mai scambio o interesse, ma è sempre “a fondo perduto”, investimento ad alto rischio, senza il quale “rischia di ridursi all’esecuzione di un precetto”.  Poi ci sono San Paolo e S. Agostino, quest’ultimo mette al centro della sua azione educativa il tema dell’interiorità, il maestro interiore che deve essere suscitato, perché “l’incarnazione del sapere comporta un doppio movimento da parte del docente: uno verso il proprio interno, per sperimentare su sé stessi la materia che si insegna, l’altro in direzione esterna, nel tentativo di riuscire a condividerla”. S. Agostino che abbandonò l’insegnamento come mercato delle chiacchiere e la “finzione pedagogica”, il far finta di insegnare e il far finta di apprendere, per ingaggiare un vero lavoro di crescita umana e spirituale. Poi ci sono Sant’Ignazio di Loyola e Santa Francesca Romana, San Filippo Neri, con i suoi ragazzi abbandonati e il suo oratorio e San Giovanni Bosco, San Giuseppe Calasanzio, fondatore della prima scuola popolare gratuita in Europa e Madre Luigia Tincani, fondatrice della Lumsa, ma che iniziò a Gubbio il suo apostolato pedagogico con la realizzazione di un liceo d’avanguardia in cui ragazzi e ragazze frequentavano assieme la stessa sezione; padre Carroll Abbing, il prete irlandese, arrivato a Roma con i suoi sogni di carriera ecclesiastica, che fonda invece nel 1953 la Città dei Ragazzi, la repubblica comunitaria autogestita, all’inizio, dagli orfani di guerra, e oggi da minori stranieri non accompagnati. Poi c’è Don Orione, nel suo incontro fondamentale, e all’inizio conflittuale, con un giovane adolescente sbandato, scampato al terremoto della Marsica, che si chiamerà Ignazio Silone. Lo scrittore abruzzese ne lascerà un ritratto indimenticabile nel suo bellissimo testo Uscita di sicurezza.

Ma non si tratta solo di santi, di uomini e donne consacrate, ma anche di laici. Ci sono infatti anche Maria Montessori, che inizia a Roma, in via Dei Marzi, la sua prima Casa dei Bambini, e il poeta e scrittore, ma anche insegnante di scuola elementare, Giorgio Caproni, di cui sono stati pubblicati persino i registri di classe; Albino Bernardini e Alberto Manzi, che insegnano nella immensa e abbandonata periferia della capitale, e tanti altri. Di Manzi, che iniziò la sua carriera di maestro nel carcere minorile, Affinati scrive, “resta famoso il timbro da lui escogitato per evitare di redigere le schede di classificazione: ’Fa quel che può. Quel che non può, non fa’. Tale rinuncia gli procurò una sanzione disciplinare in base al quale per due mesi non ricevette stipendio”.  Il libro scorre tra riflessioni pedagogiche e descrizioni di luoghi affascinanti di Roma che si caricano ancora di più di significati. Le vite di questi straordinari educatori confermano come la stessa storia della pedagogia sia nata, nei suoi esempi più grandi, dall’incontro tra chi sa e chi soffre.

Il secondo testo di Affinati (che è stato presentato assieme al primo la scorsa settimana anche agli studenti della Lumsa che studiano per diventare insegnanti) è un vero e proprio testo di pedagogia, una riflessione geniale ma godibile anch’essa come un racconto. Sì, perché la scrittura di Affinati, anche quando egli riflette sui temi centrali dell’educare, è una scrittura senza tecnicismi pedagogici e didattici, riportando l’atto educativo al fondamentale incontro tra un maestro e un giovane, tra il sapere incarnato dall’adulto e il sogno vissuto e la strada nascosta dell’adolescente, un fondamentale momento nella vita di ognuno. La teoria pedagogica è messa alla prova della sua esperienza di insegnante che ha incontrato in quarant’anni di mestiere tantissimi giovani. Conosciuti tutti per nome. Soprattutto ragazzi emigrati e poveri, spesso emarginati o a rischio di emarginazione.

Il libro inizia con un confronto serrato, quasi un corpo a corpo con un pensiero di Jung che dice che spesso il destino dei figli è legato non tanto ai genitori ma agli antenati e ai loro problemi irrisolti. E poi affronta il tema centrale del “chi è un maestro?”. Per Affinati il maestro è lo specialista dell’avventura interiore, colui che incanala la straordinaria energia giovanile, che attraversa il conflitto nel fuoco della controversia. Il vero insegnate “lavora ad ingranaggi scoperti”, non si nasconde dietro il ruolo e la funzione, oggi sempre più deboli, che la scuola assegna a insegnanti e professori. Colui che non applica un metodo ma sfrutta la classe capovolta, l’insegnamento cooperativo, la scuola come laboratorio. Ma, la molla più forte di tutte, è la speranza infatti “non c’è educazione senza speranza, foss’anche illusoria”, “senza amore per il futuro”.   Il maestro è colui che ricorda all’allievo che deve assumere su di sé il peso della scelta: “soltanto così diventerai. E non sarà mai definitivo, ricordalo, dovrai ricominciare sempre da capo, anche da vecchio, riconquistando ogni giorno, fino all’ultimo, la gioventù perduta”. Il lavoro del maestro è un lavoro solitario ma, paradossalmente, è solo nella vita comune, nella comunità corale del villaggio educativo che si può compiere la sua opera.

Eraldo, anche in questo grande allievo di Don Milani, a cui ha dedicato più di un libro, sa che nel valutare i ragazzi bisogna premiare il movimento, prima che il traguardo raggiunto. Perché molti partono da molto lontano, mentre altri non hanno alcun merito ad avere un merito, perché partono da situazioni di grande vantaggio sociale e culturale.

Infine, Eraldo, non solo grande scrittore-insegnate, si è già meritato un posto nella futura geografia pedagogica della capitale e della storia dell’educazione italiana. Egli infatti, insieme a sua moglie Anna Luce Lenzi, ha realizzato la straordinaria scuola “Penny Wirton”, nata anch’essa nella capitale ma oramai replicata in più di sessanta città italiane, in cui si insegna l’italiano agli stranieri in un rapporto educativo “uno a uno”. Una metodologia non solo didattica ma umana, che porta davvero all’integrazione perché si basa sull’incontro personale, sulla condivisione e sull’amicizia. Quell’unico, grande sentimento che, alla fine, davvero conta.