Home La Rivista Politica, economia e finanza LA DISFATTA SILENZIOSA DELLA FINANZA VERDE

LA DISFATTA SILENZIOSA DELLA FINANZA VERDE

Valore & Valori / Mario Travaglini / 217

  In un mondo sempre più consapevole delle sfide climatiche, la finanza verde sembrava destinata a diventare il pilastro della transizione verso un’economia a basse emissioni. Presentata come l’inizio di una epoca  storica: la Net-Zero Banking Alliance, lanciata nel 2021 con il timbro delle Nazioni Unite, prometteva di allineare il credito mondiale agli obiettivi dell’Accordo di Parigi. Una potenza finanziaria mai vista, con oltre 140 banche aderenti e il 40% degli asset globali sotto lo stesso tetto. L’obiettivo era semplice nella formulazione, titanico nella sostanza: azzerare le emissioni nette entro il 2050.

Quattro anni dopo, il sogno è collassato. Il 2025 ha visto una raffica di defezioni che ha svuotato la coalizione dall’interno. Giganti bancari come HSBC, Barclays, UBS hanno fatto notizia non per la loro adesione, ma per l’uscita rumorosa. In pochi mesi, oltre venti istituti hanno preso la stessa strada, portando con sé un quarto degli asset rappresentati. Il risultato è sotto gli occhi di tutti: attività sospese, reputazione evaporata, un voto in calendario che non deciderà più il futuro della finanza verde, ma al massimo la sopravvivenza di un guscio burocratico travestito da think tank tecnico.

Si dirà: era inevitabile. In parte è vero, perché la NZBA ha incarnato sin dall’inizio un equivoco. È stata la scommessa sul “volontarismo climatico”: grandi dichiarazioni, impegni volontari, linee guida non vincolanti. Una fiducia cieca nell’idea che le banche avrebbero rinunciato spontaneamente a una fetta dei loro profitti per il bene del pianeta. Ma chi conosce la storia della finanza sa che, senza regole, i buoni propositi hanno vita breve. E quando i profitti industriali flettono le banche, per evitare il peggio, si adeguano.

  Le cause del collasso sono molteplici, ma tutte riconducibili alla stessa logica: quando politica, lobby e mercati bussano alla porta, gli impegni verdi diventano carta straccia. Negli Stati Uniti, alcuni stati chiave come Texas e Florida hanno varato leggi anti-ESG, minacciando di ritirare i fondi pubblici dalle banche che penalizzano i combustibili fossili. Non è solo ideologia, è denaro vero: miliardi di dollari di fondi pensione e riserve pubbliche pronti a spostarsi altrove. Era inevitabile che gli istituti americani facessero un passo indietro.

In Europa il quadro non è stato più rassicurante. La Commissione ha acceso i riflettori sul fronte antitrust, aprendo inchieste sul rischio che le coalizioni climatiche si trasformassero in cartelli di mercato. Tradotto: un ulteriore incentivo alle banche per sganciarsi, onde evitare sanzioni o incertezza regolatoria. A questo si sono aggiunte le pressioni delle lobby energetiche, che non sono rimaste a guardare. L’American Petroleum Institute e consimili hanno bollato la NZBA come una crociata ideologica, accusandola di discriminare petrolio e gas. Il paradosso è che molte banche avevano in casa la pistola fumante: HSBC, per esempio, ha finanziato il settore oil & gas con oltre 130 miliardi di dollari dal 2015, ridotti solo del 15% negli ultimi anni. Difficile presentarsi come campioni della decarbonizzazione con un portafoglio così pesante di fossili. Poi c’è la dura legge dei mercati. La transizione climatica, secondo uno studio di McKinsey, costerà 275 trilioni di dollari a livello globale entro il 2050. Numeri che fanno tremare non solo i polsi ma anche i bilanci.

La BCE ha avvertito che i portafogli bancari europei sono disallineati con il Green Deal per un buon 60-70%, e che i rischi di perdite sui crediti carbon-intensive potrebbero arrivare al 10%. Non c’è amministratore al mondo disposto a ignorare simili avvertimenti. La scelta, per gli istituti, è stata semplice: meglio salvare la profittabilità, anche a costo di archiviare la retorica verde. I dati confermano l’entità della disfatta. Nel 2024 soltanto il 60% delle banche NZBA aveva fissato obiettivi specifici per oil & gas, con riduzioni medie delle emissioni finanziate al 20%, ben lontane dal 75% richiesto dagli scenari compatibili con +1,5°C. Dopo le defezioni, le emissioni aggregate degli ex-membri sono aumentate del 5% in un solo anno. Altro che accelerazione green: è stata una marcia indietro. Anche il mercato dei green bond ha segnato il passo: dalle banche aderenti ne sono usciti 440 miliardi di dollari nel 2025, contro i 500 dell’anno precedente, un calo secco del 12%.

Così si spiega la deriva della NZBA verso quello che molti analisti hanno già definito “zombie targets”: obiettivi net-zero che restano scritti sulla carta ma che, nei fatti, sono morti e sepolti. La parola d’ordine è stata “flessibilità”, che nella lingua della finanza significa semplicemente diluire gli impegni fino a renderli inoffensivi. La lezione è brutale ma inevitabile. Senza regole vincolanti, senza tasse sul carbonio, senza standard uniformi di disclosure, la finanza non si convertirà mai per davvero alla causa climatica. Può adattarsi, può cavalcare l’onda quando conviene, ma non cambierà spontaneamente la propria natura.

A giorni un voto deciderà se la NZBA continuerà a esistere come piattaforma tecnica. Ma la sostanza non cambia: il progetto nato per guidare la transizione finanziaria globale è finito in un archivio di buone intenzioni. Non è un dettaglio secondario. È la dimostrazione che la lotta al cambiamento climatico non può essere delegata alla retorica delle banche né affidata all’entusiasmo delle conferenze internazionali. O si impongono regole dure, certe e capaci di armonizzare il green con il tessuto industriale esistente senza annullarlo oppure la finanza continuerà a tingersi di verde solo nelle brochure patinate.

La NZBA è il monito: i proclami non bastano, servono vincoli. Senza di essi, la finanza verde resta un ossimoro.

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