Editoriale /PIERLUIGI PALMIERI/216
Venti anni dopo,: da Grosseto e Tokio, figli e madri in campo, la pelle nera di Renée e Khaty ad illuminare lo stadio, un salto lungo ben oltre gli otto metri, la medaglia d’oro mondiale a brillare sul petto di Andrew e Mattia. Analogie da brividi che fanno pensare a fantastici ricorsi negli eventi sportivi.
Eh si , le storie che a distanza di qualche lustro si ripetono sulle pedane del salto in lungo: due bambini cresciuti pascolando sullo stesso campo di atletica in quella Rieti, piccola provincia dalle grandi tradizioni sportive. Due splendide donne di colore, con un passato di atlete che hanno voluto fermamente trasmettere ai figli la loro passione sportiva.
Entriamo allora nel dettaglio delle analogie.
ANDREW HOWE A OSAKA 2007 Eckhard Pecher, CC BY 2.5 <https://creativecommons.org/licenses/by/2.5>, via Wikimedia Commons
A diciannove anni Andrew Howe Besozzi, allenato da mamma Renèe Felton, vinse a Grosseto (2004) il titolo mondiale del salto in lungo Under 20, con la misura di mt. 8,11. E’ doveroso ricordare che mise al collo anche l’oro nei 200 mt, corsi in 20” e 28 centesimi ( seconda prestazione italiana dopo il 19” e 72 di Pietro Mennea!).
A diciannove anni Mattia Furlani, allenato da mamma Khaty Seck, vince il mondiale indoor a Nanchino (2025) con mt. 8,30
Argento per Andrew ai mondiali di Osaka con mt. 8,47 (Giappone 2007), Oro per Mattia a Tokio con mt.8,39 (Giappone 2025).
Otto centimetri dividono i nostri due ragazzi “reatini”, a favore di Howe come misura ma per Furlani c’è un gradino più in alto nel podio mondiale.
Entrambi hanno posto al centro dei loro commenti del dopo mondiale le madri allenatrici: Renèe Felton, (ex ostacolista USA di buon livello, costretta a rinunciare ai Giochi di Los Angeles (1984) perché colpita da una rara malattia) e Khaty Seck di origini senegalesi ex velocista azzurra). Ma l’analogia in questo caso si ferma qui perché il contenuto delle dichiarazioni dei due campioni va in direzioni opposte.
Parlando della madre Howe sull’onda dell’entusiasmo, aveva affermato che “nessun altro poteva rivendicare il diritto di condividere la soddisfazione del suo successo con lei”, suscitando non poche polemiche, soprattutto da parte dei commentatori dei media.

Furlani invece, che parla sistematicamente al plurale (assolutamente non maiestatis) si riferisce a tutti coloro che lo circondano Ecco le sue parole “Non so se è tutto vero. È successo qualcosa di magico stasera: inizio con i ringraziamenti soprattutto a mamma, che ha fatto un lavoro incredibile in pedana. È stato un anno di crescita fantastico: fino a due anni fa potevo solo sognare tutto questo, adesso è realtà. Abbiamo lavorato tantissimo grazie al mio team fantastico e alla mia famiglia. Ringrazio anche un po’ me stesso, anche se il lavoro è ancora tanto e spero sia solo l’inizio. Faccio ciò che amo fare, ed è la cosa più bella di tutte, anche dell’oro. Grazie a tutta l’Italia: questa medaglia è per tutti voi“.
Fin qui le analogie tra due grandi atleti che ci hanno sorpreso per la loro bravura e coinvolto nelle loro storie. La conclusione la lasciamo al siparietto finale tra Mattia e Kathy, emblematico di una simbiosi non solo tecnica tra due persone speciali, Subito dopo il penultimo salto (mt.839), che avrebbe poi fruttato la medaglia d’oro mondiale, la mamma nelle vesti di allenatrice sollecita il figlio ad essere più attento alla parte finale della rincorsa ( in Tv arriva a tutti un “te l’avevo detto!”) e Mattia fa cenno di aver compreso il rilievo. Dopo l’ultimo salto dei suoi concorrenti, tra cui il campione olimpico di Parigi Miltiadis Tentoglou. Il neo campione del mondo, mostra alla tribuna la pettorina con stampato il suo nome e la madre senza esitare gli intima “Rimettete er numero, che te squalificano”, Mattia esegue, Poi arriva un “Vie’ qua che te volemo abbraccia’…” e lui con il dito l’indice rivolto al cielo grida: : “Numeri uno!!! (ari-plurale non maiestatis) Tutto VERO!







