INVECCHIARE: ANZIANI E SOCIETÀ

 Il Limite / RANIERO REGNI / 216

Come dovrebbe essere una società perché nella sua vecchiaia un uomo possa rimanere tale? La risposta è semplice: bisognerebbe ch’egli fosse sempre trattato come uomo                     

S. de Beauvoir

 Di che cosa parlavano Putin e Xi Jinping incontrandosi all’aeroporto di Pechino in occasione delle recenti celebrazioni, “militar-muscolari”, per gli ottanta anni dalla fine della seconda guerra mondiale? Nel clamoroso fuori onda, prima che i microfoni venissero spenti, si è scoperto che questi due settantaduenni si sono scambiati delle reciproche rassicurazioni sulla possibilità della nuova medicina, naturalmente solo per ricchi, di far vivere l’essere umano fino a 150 anni.

La morte, la grande nemica, è temuta da coloro che pure hanno un potere immenso nelle loro mani. I grandi dittatori hanno paura della morte. Essa rappresenta il limite estremo, la soglia invalicabile che porrà fine al loro dominio, a cui anche loro devono sottomettersi. E allora appare addirittura rassicurante che le dittature abbiano sempre una data di scadenza e i dittatori anche.

Mentre giovani ventenni vanno a combattere e a morire in una guerra di cui non sanno neanche le ragioni, l’autocrate che invecchia sogna l’immortalità attraverso un ricambio incessante di organi. Tutti hanno paura di invecchiare ma ho l’impressione che gli autocrati egocentrici soffrano di più questa estrema impotenza.

Chissà perché penso a questo episodio mentre mi accingo ad incontrare i giovani che fanno il servizio civile presso la casa di risposo della mia città. Un antico palazzo con la sua splendida architettura ospita più di 90 anziani. Ma la direttrice mi dice che la struttura sarà destinata a diventare una residenza per ricchi, visti i costi sempre crescenti e sempre più insostenibili di una popolazione anziana che aumenta e di cure che si fanno sempre più efficaci ma anche costose, per poter mantenere una migliore qualità della vita.

Parlo con i giovani che hanno scelto di passare un anno della loro vita, facendo attività di supporto e di animazione, nella struttura e che rendono onore alla loro generazione. Chiedo le motivazioni e scopro in loro un magnifico desiderio di aiutare gli altri, un provare interesse a stare vicino a persone che hanno perso molte delle facoltà umane. Trovo in tutte queste ragazze e ragazzi una grande empatia, una capacità di calarsi nei panni di persone che trovano difficile fare quello che tutti facciamo senza neanche pensarci. Le funzioni elementari del vestirsi, mangiare, dell’occuparsi della cura della persona, fare le scale o ricordare gli impegni più semplici, si logorano, hanno bisogno di aiuto. Alcuni di questi giovani forse ne faranno addirittura una professione.

E però mi domando: può un giovane realmente capire quello che si prova ad invecchiare? Può veramente un giovane immedesimarsi in un grande anziano? Può capire la vecchiaia chi non ha visto ancora invecchiarsi e morire i propri genitori? Lo chiamano “etnocentrismo delle età”. Ogni età vede il mondo, e soprattutto percepisce il tempo, da una particolare prospettiva, in parte impenetrabile ad ogni un’altra età. Ad esempio, quando si è giovani si vive nel futuro, sempre dentro ad un progetto. Il presente diventa quasi un ostacolo per l’impazienza giovanile. Al contrario, i vecchi vivono nel passato, i loro ricordi quasi li divorano tra nostalgia, rivolta e rassegnazione. Da giovani si pensa che il mondo abbia bisogno di noi. L’assoluto bisogno di realizzare se stessi sembra coincidere con il bisogno del mondo. Da vecchi si sente che il mondo non chiede la nostra realizzazione, la può ignorare o farne a meno.

“Il passato c’è e resta. Il presente e il futuro invece perdono il loro carattere temporale. Il presente viene costantemente inghiottito dal passato, e il futuro non subisce destino migliore. Ma tutto ciò lo scopre e comprende sempre solo l’individuo che invecchia”. Così scrive J. Amery, un tragico testimone del ‘900 (in realtà il suo vero nome era Hans Mayer, ebreo viennese, sopravvissuto ai campi di sterminio e morto suicida), in uno dei libri più belli e terribili scritti sull’invecchiare. Il vecchio capisce di essere oramai solo tempo e che presto verrà tolto dallo spazio.

A questa difficoltà di mettersi nei panni di una persona molto diversa da noi contribuisce anche la nostra società. La nostra infatti è una società giovanilistica, che magari condanna i giovani, ma ne fa comunque il modello. For ever young, per sempre giovani era il titolo di una canzone famosa di B. Dylan, una bellissima poesia dedicata al piccolo figlio, diventato poi uno slogan che implicitamente condanna le altre stagioni della vita. La nostra infatti è una società giovanilistica che non sa che cosa farsene degli anziani. Questi diventeranno sempre più un problema sociale ed economico, un fenomeno destinato a peggiorare.

Anche le società del passato, nonostante le differenze, hanno sempre oscillato in un’ambigua valorizzazione dell’anziano. Da una parte ne hanno esaltato la saggezza, dall’altra lo hanno emarginato. Noi, in maniera diversa, facciamo lo stesso. Ambigua valorizzazione, sia ieri che oggi, del vecchio. Se ne esalta il distacco (liberi dalle passioni ma pieni di bisogni), la saggezza (si ricordi il De Senectute di Cicerone e la retorica della vecchiaia), l’esperienza (“Appena lo spirito ha raggiunto il suo punto di maturità il corpo comincia a declinare”, Montesquieu), la pacificazione.

Busto in marmo Cicerone della metà del I secolo a.C., it:Musei capitolini, inv. MC0589

La vecchiaia sarebbe il compimento dell’esistenza nel duplice senso del termine: la fine e il fine. Ma gli si impone un’immagine di serenità. I vecchi devono essere l’esempio di tutte le virtù. Come scrive S. de Beauvoir, in quel libro fondamentale sulla vecchiaia il cui titolo è diventato un suo sinonimo eufemistico, La terza età, “prima di tutto si pretende che siano sereni; si afferma che lo sono, il che autorizza a disinteressarsi della loro infelicità”. Tra i due estremi, il vecchio soddisfatto e quello disperato, c’è l’accettazione passiva, la rassegnazione, l’indifferenza, il camuffamento, la ribellione, la malinconia come consapevolezza del non raggiunto e del non raggiungibile. Eppure, se li si vuole aiutare, è indispensabile cercare di capire gli anziani. E per farlo bisogna domandarsi: di che cosa hanno bisogno anche gli ospiti di una casa di risposo?

Mi accorgo però che ho superato il limite di spazio a disposizione di questa rubrica e che dovrò tornare un’altra volta su questo tema fondamentale. Anche se la risposta alla domanda è tutta contenuta nella frase che ho scelto come esergo.