TENERE NEL CUORE, TENERE NELLA MENTE. L’affondamento del Conte Rosso: Una tragedia del ‘900 dimenticata:

 Il Limite / RANIERO REGNI / 214

Abbiamo trascorso oramai un quarto del nuovo secolo, il XXI, che non è più tanto nuovo. E ci stiamo allontanando sempre più dal ‘900. Il secolo grande e terribile dominato da grandiosi progressi tecnologici, come l’avventura spaziale e lo sbarco sulla Luna, ma anche dalle più grandi tragedie dell’umanità, la prima e la seconda guerra mondiale. È stato definito anche il secolo delle idee assassine, delle ideologie totalitarie che hanno provocato sofferenze immani. Proprio per il suo carico di negatività, potrebbe persino legittimare tra le nuove generazioni il desiderio di dimenticarlo, di gettarsi tutto quel dolore alle spalle.  Eppure l’oblio è un esito disumano. Dimenticare il passato è una forma di empietà nei confronti delle generazioni passate, nei confronti dei morti.

Chi scrive sente di appartenere al ‘900. È nipote di un soldato che ha combattuto nella prima guerra, di cui porta il nome, ed è figlio di un giovane soldato sorpreso l’8 settembre ‘43 dallo scioglimento dell’esercito. Io ho ascoltato i loro racconti e li conservo nel mio ricordo. Il ricordo, letteralmente “tenere nel cuore”, è legato alla memoria orale soggettiva e dura tre generazioni (quella di mio nonno, di mio padre e la mia). Io sono un uomo del ‘900. Per le mie figlie e i miei nipoti il ‘900 non può essere un ricordo ma può essere studiato e diventare un oggetto di memoria, che letteralmente significa “tenere nella mente”.

La memoria collettiva e il ricordo soggettivo lottano contro il tempo e cercano di impedire che certi avvenimenti scompaiano dall’orizzonte. La memoria e il ricordo si rapportano alla storia e lo studio della storia appare, anche solo per questo, fondamentale. Non perché la storia sia maestra di vita, visto che gli esseri umani non sembrano imparane le sue lezioni, ma perché se dimentichiamo possiamo essere condannati a ripetere gli stessi errori commessi dalle generazioni passate. E poi, noi non abbiamo solo una stoia, noi siamo una storia, senza la quale anche la nostra identità sarebbe poca cosa.

Questa lunga premessa solo per introdurre un fatto storico dimenticato, una tragedia avvenuta durante la seconda guerra mondiale, su cui è stato costruito un bel docufilm: La notte del Conte Rosso.   Si trattava di una nave da crociera di lusso, un transatlantico varato nel 1921 in un cantiere scozzese ma poi acquistato da una compagnia di navigazione italiana e arredata dai fratelli Coppedè, architetti fiorentini, con lussuose suppellettili di ogni genere. E’ una nave da crociera molto veloce che fa lunghi viaggi oceanici, finchè viene confiscata per motivi bellici dal governo italiano nel 1940 e adibita al trasporto truppe dall’Italia alla Libia. Grazie ai suoi potenti motori era riuscita ad eludere i sommergibili inglesi che stavano appostati lungo la rotta che da Napoli conduceva verso il Nord Africa. Qualcuno l’aveva per questo denominata la nave fantasma. Ma la notte del 24 maggio 1941 viene attaccata da due siluri lanciati da un sottomarino inglese di stanza a Malta e affonda in appena otto minuti. Aveva a bordo 2729 uomini, tra equipaggio e soldati imbarcati. Di questi 1297 perdono la vita, vengono recuperate soltanto 239 salme, mentre sopravvivono 1432 naufraghi.

Perché ricordare questa storia? Intanto la vicenda rappresenta una delle più grandi tragedie navali che il regime tenne quasi nascosta ed è questa una delle ragioni per cui neanche dopo verrà ricordata. Eppure, rispetto ad altre tragedie del mare come quella del Titanic o dell’Andrea Doria, le proporzioni sono enormi ma l’eco è minima.

Grazie alle ricerche di due giovani filmaker italiani ne è stato tratto un film che ho avuto modo di vedere in una serata organizzata ad agosto dal Vela Club Marotta. Certo la bella serata estiva è stata quasi gelata dalla durezza delle testimonianze. Quella che però ha colpito di più tutti i presenti è la storia di un sopravvissuto che ha oggi 104 anni, Corrado Codignoni, un eugubino come me, e che è uno dei fili conduttori del filmato. Un ancora lucido anziano che allora aveva venti anni ed era imbarcato come marconista in trasferta verso la Libia e che, pur non sapendo nuotare, è scampato al naufragio, passando una notte in mare aggrappato ad un relitto, tra i cadaveri dei suoi compagni e un lago di nafta. Salvato poi il mattino successivo, la sua storia non finisce qui. Viene infatti traferito all’ospedale militare sotto shock, portato al Celio di Roma, nel padiglione psichiatrico. Per uscire da quello che era un altro tipo di inferno si arruola di nuovo e parte per l’Albania e poi per la campagna di Russia. Fatto prigioniero dai Russi passa tre anni in Siberia e torna, a guerra finita e quando tutti lo credevano morto, nel 1946.

Un destino straordinario e tragico, una storia bellissima e terribile. Ma, tra i tanti interrogativi che questa come tante altre vicende dimenticate, può far sorgere ne pesco uno: che razza di regime è mai stato quello che ha mandato in Russia un giovane naufrago di una delle più grandi tragedie navali della marina militare italiana? Viene da gridare: salvate il soldato Corrado!