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EUROPA, E’ VERO CHE VUOI I NOSTRI RISPARMI?

Valore & Valori / Mario Travaglini / 214

 Eccoci di nuovo qui. L’estate, tra fiammate di caldo e temporali improvvisi, sembra voler metaforeggiare quanto accade intorno alla telenovela dei dazi, alle guerre ancora in atto e alle riunioni di pace che, ahimè, sembrano luoghi per esercitazioni muscolari piuttosto che occasioni di dialogo. Tuttavia, rimanendo in ambito economico-finanziario, tra i tanti fatti sui quali si è molto sorvolato c’è ne uno che ha destato la mia attenzione: in un angolo apparentemente meno rumoroso dell’agenda europea sta prendendo forma uno studio della Commissione volto a “democratizzare” l’accesso al mercato azionario, semplificando le transazioni borsistiche e alleggerendo il prelievo fiscale sulle plusvalenze. L’idea, almeno a grandi linee, è questa: mettere in moto tutti i risparmi dormienti per indirizzarli alle imprese innovative che stentano a reperire capitali sul mercato del credito. Utilizzando una semplice app  il gioco è fatto. Anche la signora Cecioni, dal salotto di casa, potrebbe con un rapido clik comprare azioni e diventare azionista dell’Europa.

Il provvedimento, va da se, si presta ad essere esposto in modi diversi, ma per ovvie ragioni di spazio, mi limito a considerare due sole letture: quella degli entusiasti alla Pangloss e quella degli scettici tra i quali mi iscrivo d’ufficio.

La versione che scriverebbe un “entusiasta” è la seguente:   

  Quando guardi il saldo del tuo conto in banca ti sei mai chiesto: “Questi soldi sono lì, ma non fanno niente?”. Intanto l’inflazione li erode silenziosamente. L’Europa dice: basta lasciarli impolverare! Nasce così l’Unione del Risparmio e degli Investimenti: un “super-conto” che rende l’investimento semplice come ordinare una pizza su un’app.

L’idea è geniale: in tutta Europa ci sono circa 10.000 miliardi di euro dormienti nei conti correnti. Perché non trasformarli in capitale vivo per le imprese che sviluppano tecnologia ambientale, energia pulita, infrastrutture moderne? Basterà aprire l’app della banca, cliccare sull’opzione “investi”, e con pochi passaggi si potranno acquistare azioni e obbligazioni, senza scervellarsi tra paroloni tecnici e prospetti interminabili. Il costo? Bassissimo, magari nullo. Le tasse? Chiare, semplici, e più leggere del solito. Modello ispirato alla Svezia, dove un’imposta fissa minima ha reso la finanza accessibile a tutti. Il guadagno? I tuoi risparmi non solo crescono, ma contribuiscono a rendere l’Europa più competitiva rispetto a Stati Uniti e Cina. Una promessa seducente: da spettatore passivo a protagonista della crescita europea, con il solo gesto di un click. Allora, cari amici, guardate con fiducia il nuovo che avanza e troverete felicità!!

La versione critica                                                                                                   Fin qui tutto bene. Ma la realtà è meno scintillante degli spot. Perché investire non è mai una passeggiata: azioni e obbligazioni non sono depositi garantiti. Nel 2008 migliaia di risparmiatori hanno visto polverizzarsi capitali che ritenevano “sicuri”. La Commissione promette protezioni, ma non dice quali: ci sarà un fondo di garanzia? Chi coprirà le perdite in caso di default o crolli di mercato?

Non solo: i dettagli operativi mancano del tutto. Chi gestirà i conti? Banche tradizionali, fintech, un’agenzia centralizzata? I costi “zero” rischiano di nascondere commissioni occulte, come già accaduto in molti strumenti finanziari presentati come gratuiti. E l’armonizzazione fiscale è tutt’altro che scontata: in Spagna, Francia, Germania e Italia, ad esempio, la tassazione sulle rendite finanziarie è al 26%. Pensare di ridurla per adeguarla al modello svedese (0,12% annuo) appare più un sogno che un progetto concreto.

  Ci sono poi precedenti poco incoraggianti. I PIR (Piani Individuali di Risparmio), lanciati in Italia con grandi fanfare, hanno avuto una partenza brillante ma si sono presto arenati tra vincoli, scarsa liquidità e oneri fiscali. Non è detto che un “super-conto europeo” non possa fare la stessa fine.

Sul piano politico, il progetto rischia di scontrarsi con gli interessi degli Stati membri. Paesi come Lussemburgo o Irlanda, che prosperano grazie a regimi fiscali nazionali competitivi, difficilmente accetteranno una centralizzazione che riduca i loro vantaggi. E la destinazione dei fondi? Non è chiaro se il risparmiatore potrà scegliere liberamente i settori in cui investire o se Bruxelles indirizzerà le risorse verso priorità decise dall’alto, magari anche l’industria militare: un terreno minato per chi non vuole finanziare la difesa comune.                                                                                                                        Infine, la questione più trascurata: l’alfabetizzazione finanziaria. Solo il 18% degli europei ha una conoscenza adeguata del settore. Anche con un’interfaccia user-friendly, resta alto il rischio che milioni di cittadini investano in strumenti che non comprendono, trasformando il “risparmio democratizzato” in una lotteria.

In definitiva, siamo davanti a due narrazioni opposte. Quella entusiasta, dove un click trasforma ogni cittadino in azionista dell’Europa del futuro. E quella critica, che ricorda come dietro la promessa di semplicità si nascondano rischi, opacità e resistenze politiche.

Forse la verità sta nel mezzo: democratizzare l’accesso ai mercati è un obiettivo legittimo, ma senza garanzie solide, regole chiare e un serio investimento in educazione finanziaria, il progetto rischia di trasformarsi nell’ennesima illusione da vetrina. Alla fine, la signora Cecioni, invece di aiutare l’Europa, potrebbe trovarsi con il portafoglio vuoto.

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