UN MARE DI MORTE, UN MURO DI INDIFFERENZA

 Il Limite / RANIERO REGNI / 181

Quando un fenomeno supera un certo limite, noi non abbiamo più la fantasia per immaginarlo e diventiamo insensibili. Ci vuole immaginazione infatti per essere realisti

Il primo è stato Alan Kurdi, un bambino siriano di tre anni (forse parente di alcune delle migliaia di profughi che stanno scappando ancora oggi dalla Siria in guerra) trovato annegato, quasi addormentato, sulla riva del mare, cinque anni fa, con indosso la sua maglietta rossa e le sue scarpette da ginnastica, che custodivano invano le sue tenere membra. Allora si disse che i bambini devono giocare sulla riva del mare, non morire sul bagnasciuga. Ora c’è lei, Yasmine, la bambina di undici anni, trovata miracolosamente viva, unica sopravvissuta dell’ennesimo naufragio nelle acque del Mediterraneo. È appena più piccola del mio nipote più grande ed è rimasta attaccata ad un salvagente per tre giorni, nel buio e nel freddo delle acque invernali, dopo aver visto annegare la sua famiglia. La bambina è stata salvata di notte, da una barca a vela di una delle coraggiose organizzazioni umanitarie che rispettano l’unica legge che tutti marinai conoscono: soccorrere e salvare, senza esitazione, chiunque si trovi in pericolo. A soli undici anni ha conosciuto la fuga clandestina, l’inferno della navigazione su un barchino di metallo in balia delle onde, e la morte: che cos’altro l’aspetta? Che cos’altro deve temere?

Chi ha avuto la fortuna di navigare in mare aperto di notte, conosce il fascino pauroso di quel liquido nero su cui si riflettono le stelle brillanti, le quali scintillano come in nessun altro luogo. Ma chi racconta di queste esperienze è un fortunato velista che va a cercare quelle sensazioni. Ma forse solo un velista può immaginare il terrore di finire in quell’abisso scuro, senza speranza di salvezza e passare ore, addirittura giorni attaccato ad un gommone semiaffondato, perso in mezzo al nulla.

Lo splendido Mediterraneo, quel mare che sta tra le terre, quel mare di cui si può dire con Walpole, che unisce le terre che divide. Quel mare sulle rive del quale sono nate alcune delle più ammirevoli civiltà mai apparse nella storia umana, sta diventando un cimitero sommerso. Non puoi non pensare a questo quando ci navighi sopra o, persino, quando ti ci immergi per un bagno.

Le Nazioni Unite ci dicono che oggi un abitante del pianeta su 67 ha dovuto lasciare il proprio paese per fuggire da guerre, persecuzioni, fame, mutamenti climatici. La questione dell’emigrazione è un problema epocale e globale, non è un’emergenza italiana o europea o africana o messicana.  E qual è la risposta attuale più aggiornata? Lo stop al diritto di asilo e la costruzione di muri.

Ma torniamo a Yasmine. Perché l’immagine di quella bambina tocca anche le coscienze intorpidite di noi europei? Poi invece, perché i numeri enormi di naufragi e morti in mare ci lasciano indifferenti? Il filosofo G. Anders, di cui pure ci siamo occupati in questa rubrica, parla di una soglia sovra-liminale. Limen è il nome latino di limite. Quando un fenomeno supera un certo limite, noi non abbiamo più la fantasia per immaginarlo e diventiamo insensibili. Ci vuole immaginazione infatti per essere realisti. È questa discrepanza tra quello che sappiamo e quello che sentiamo, è questo analfabetismo emotivo che ci anestetizza. Quando un fenomeno, come quello della migrazione e delle morti in mare, supera un certo livello, e martella tutti i giorni, noi non reagiamo più. Non siamo più capaci di indignarci e di fare qualcosa. Questo porta, piano piano, alla disumanità. Costruiamo mura di indifferenza per contenere e non vedere il dolore.

Un grande osservatore delle cose umane diceva che, da quando esistono i gruppi umani, questi, quando si incontrano possono mettere in atto sempre tre comportamenti: farsi la guerra, separarsi dietro a dei muri, oppure parlarsi. La questione ambientale e la questione della povertà nel mondo sono strettamente connesse. Non possiamo costruire mura alte fino al cielo che ci proteggano dall’inquinamento, né possiamo costruire mura così lunghe che possano contenere lo spostamento di intere popolazioni in fuga. Dobbiamo parlare loro e parlare tra noi di queste cose. Trovare finalmente soluzioni condivise che non abbiamo il volto fintamente sicuro di sè dei nostri governi e dei nostri governanti incapaci.