Nel corso della storia dell’arte, l’autoritratto è stato una delle forme più durature e riconoscibili della pratica artistica: da Dürer a Rembrandt, da Frida Kahlo a Cindy Sherman, l’atto di rappresentare se stessi ha sempre coinvolto una tensione tra introspezione, autorappresentazione e messa in scena. Ma che cosa significa oggi creare un autoritratto, in un’epoca in cui il sé si moltiplica tra schermi, memorie digitali, algoritmi e immagini condivise?

La mostra In situ: Mark Leckey al Guggenheim Bilbao propone una risposta radicalmente contemporanea a questa domanda. Attraverso un’installazione immersiva che fonde suono, video, scultura e oggetti found, l’artista britannico riformula il concetto stesso di autoritratto come processo intermediale, memoria collettiva e soggettivazione distribuita.
Cuore della mostra è Dream English Kid 1964–1999 AD (2015), un video-montaggio costruito a partire da materiali audiovisivi trovati online: pubblicità, trasmissioni televisive, spezzoni di concerti, filmati amatoriali. Leckey ripercorre i momenti chiave della propria vita — nascita, infanzia, adolescenza, età adulta — senza mai mostrarsi direttamente. Il risultato non è un racconto biografico tradizionale, ma un autoritratto mediale, in cui l’identità emerge come archivio di segni culturali, simboli condivisi, atmosfere epocali.

La costruzione dell’opera segue una logica post-produttiva: Leckey non crea ex novo, ma rimedia, rimonta, reinterpreta ciò che esiste già. L’autoritratto si fa così gesto curatoriale, un collage soggettivo composto da materiali impersonali ma profondamente risonanti. La memoria individuale si intreccia con quella collettiva, e il sé diventa poroso, instabile, continuamente ridefinito.
Nel contesto della mostra In situ, l’autoritratto di Leckey prende forma come spazio esperienziale: non un quadro da guardare, ma un ambiente da abitare. Le proiezioni avvolgono il visitatore, i suoni lo attraversano, gli oggetti lo circondano. Lo spettatore entra fisicamente nel paesaggio della mente dell’artista o, più precisamente, in una costellazione di ricordi, suoni e immagini che delineano un’identità sfuggente, costruita nel tempo e nello spazio.
Questa modalità espositiva riflette la trasformazione del soggetto contemporaneo: non più centro stabile dell’esperienza, ma nodo interconnesso in una rete di media, affetti e simboli. L’autoritratto, in questo contesto, non rappresenta più un volto, ma un processo: quello attraverso cui diventiamo ciò che siamo, o immaginiamo di essere, all’interno di una cultura visiva iperconnessa.

Leckey non si limita a esplorare la soggettività in chiave astratta. Il suo lavoro è profondamente ancorato a una dimensione politica e sociale: l’appartenenza alla classe operaia britannica, la cultura giovanile dei sobborghi, la precarietà esistenziale nell’era post-industriale. In questo senso, l’autoritratto si configura anche come atto di resistenza simbolica: un modo per riaffermare una presenza e una storia che spesso vengono marginalizzate o cancellate.
Attraverso l’uso di oggetti quotidiani, frammenti di cultura popolare, suoni urbani e tecnologie obsolete, Leckey costruisce un sé che sfugge alle categorie dominanti dell’arte contemporanea, nel restituire dignità estetica e narrativa ai linguaggi della periferia e della cultura underground.









