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L’EUROPA DEI DAZI: UN FALLIMENTO TRA EGOISMO E DIVISIONI

Valore & Valori / Mario Travaglini / 213

 Il primo di agosto è dietro l’angolo. L’annuncio di Donald Trump di imporre dazi al 30% sui prodotti europei ha fatto emergere, ancora una volta, la fragilità di un’Europa incapace di parlare con una sola voce. Una Europa che, purtroppo, non esiste; tanto celebrata come baluardo di unità e cooperazione, si rivela per ciò che è: un mosaico di interessi contrastanti, incapace di agire come un attore globale coeso.

Da europeista sempre meno convinto debbo inchinarmi di fronte  alla realtà e prendere atto che essa non è neppure una “splendida utopia”, come molti la considerano, ma una assoluta astrazione. La minaccia dei dazi americani, che colpirebbero duramente economie esportatrici come quella italiana, ha messo a nudo le crepe di un sistema che privilegia gli egoismi nazionali rispetto al bene comune. E ancorché dovessero essere concordati nelle prossime ore al 15 o  al 20% sarebbero ugualmente indigeribili perché si sommerebbero agli effetti della svalutazione del dollaro, cosi come già detto nel corso del mio articolo della scorsa settimana .                                                 La Germania, con la sua ossessione per l’export e il timore di perdere il mercato statunitense, predica prudenza ma non offre soluzioni concrete. La Francia, sotto la guida di Macron, sceglie invece la linea dura, invocando contromisure e un “meccanismo anticoercizione” che sembrano più un’esibizione muscolare che una strategia sensata.

Nel frattempo, altri Stati membri, come l’Olanda, si trincerano dietro veti e calcoli di bilancio, mentre la Commissione Europea, guidata da Ursula von der Leyen, si limita a proclami vaghi sulla necessità di un “accordo equo” senza riuscire a imporlo. Questa frammentazione non è nuova. L’Europa ha già dimostrato di non “esistere” in momenti cruciali: dalla gestione della crisi migratoria alla risposta alla pandemia, fino alle recenti tensioni geopolitiche. La guerra dei dazi non fa che confermare l’incapacità dell’UE di superare le divisioni interne. Ogni Stato membro sembra più interessato a proteggere i propri interessi che a costruire una strategia condivisa. E in questo caos, a pagarne il prezzo sono le imprese e i cittadini europei, compresi quelli italiani, con stime che parlano di un impatto economico tra i 10 e i 14 miliardi di euro per il nostro Paese, colpendo settori chiave come la moda, l’agroalimentare e la meccanica.   Al centro di questo disastro spicca il grande sabotatore Emmanuel Macron, il cui approccio ai dazi è un mix di arroganza e miopia politica. Il presidente francese, ossessionato dal bisogno di riaffermare la propria leadership in un’Europa sempre più scettica nei suoi confronti, ha scelto la via del conflitto aperto con Trump. La sua richiesta di “contromisure credibili” e l’insistenza di una forte ritorsione non sono solo una provocazione, ma un atto di irresponsabilità che rischia di innescare una spirale di vendette commerciali. Macron sembra più interessato a dimostrare la propria esistenza politica che a proteggere gli interessi economici dell’Europa. La sua retorica bellicosa, lontana dal pragmatismo necessario in un negoziato complesso, ha già fatto saltare un accordo di massima sui dazi al 10%, spingendo Trump a rilanciare con la minaccia del 30%. Il comportamento di Macron non è solo dannoso, ma anche ipocrita. Mentre Parigi si erge a paladina dell’unità europea, non esita a perseguire i propri interessi nazionali, come dimostrato dalla volontà di proteggere settori come lo champagne a scapito di prodotti italiani come il prosecco. Questo doppio gioco rivela il vero volto del presidente francese: un leader che usa l’Europa come palcoscenico per le sue ambizioni personali, senza curarsi delle conseguenze per gli altri Stati membri. La sua ostinazione a non cedere terreno a Trump, invece di cercare un compromesso, rischia di trasformarsi in un boomerang economico per l’intera UE, e in particolare per l’Italia, che dipende fortemente dal mercato statunitense.

Macron non è l’unico colpevole. La Germania, con la sua linea “morbida” e il rifiuto di sostenere contromisure decise, sembra più interessata a salvare le proprie esportazioni che a costruire una strategia comune. Paesi come l’Olanda, che bloccano proposte di flessibilità sul Patto di Stabilità per le spese militari, dimostrano una miopia che indebolisce ulteriormente l’Europa. Persino la Spagna, con il premier Pedro Sánchez che parla di “unità” ma non propone soluzioni concrete, contribuisce al clima di confusione. Questi egoismi nazionali, mascherati da retorica europeista, sono il vero ostacolo a un accordo che potrebbe mitigare l’impatto dei dazi americani.

L’Europa, in altre parole, è ostaggio di leader che pensano prima ai propri elettorati piuttosto che al futuro del continente. La Commissione Europea, che dovrebbe guidare i negoziati, appare di conseguenza debole e incapace di imporre una linea comune. Ursula von der Leyen, pur dichiarando di voler evitare una guerra commerciale, non ha né la forza politica né l’autorevolezza per superare le resistenze dei singoli Stati membri. Il risultato è un’Europa che si presenta al tavolo delle trattative con Trump frammentata e vulnerabile, incapace di sfruttare la propria forza economica per negoziare da una posizione di forza. In questo scenario di caos e divisioni, Giorgia Meloni sembra essere l’unica leader capace di offrire una via d’uscita. La premier italiana, grazie alla sua sintonia politica e personale con Donald Trump, si è dimostrata una mediatrice credibile, capace di mantenere aperto un canale di dialogo con Washington. A differenza di Macron, che punta allo scontro, Meloni ha scelto la strada del pragmatismo, proponendo un approccio che combina fermezza e dialogo. Meloni ha capito che l’Europa, così com’è, non è in grado di affrontare Trump. Per questo, usando un poco di coraggio, dovrebbe spingere per un accordo bilaterale diretto tra Italia e Stati Uniti, un’idea che, sebbene criticata da chi teme una frammentazione dell’UE, rappresenta l’unica strada percorribile per proteggere gli interessi italiani. Settori come l’agroalimentare, la moda e la meccanica, che rischiano di essere devastati dai dazi al 30%, hanno bisogno di una soluzione rapida e concreta, non di proclami europeisti o di ritorsioni suicide. Meloni, con la sua proposta di aumentare gli acquisti di gas e armi americane, ha dimostrato di saper parlare il linguaggio di Trump, senza però svendere gli interessi nazionali. Nonostante il suo ruolo da molti ritenuto cruciale, Meloni deve fare i conti con un’opposizione interna che sembra più interessata a screditarla che a sostenere l’interesse nazionale. Leader come Elly Schlein e Giuseppe Conte hanno accusato la Premier di “svendere l’Italia” o di non essere abbastanza “dura” con Trump. Queste critiche sono non solo ingenerose, ma anche pericolosamente miopi. Schlein, con la sua richiesta di “contromisure nette”, tipo quelle di Macron, sembra ignorare che una guerra commerciale danneggerebbe innanzitutto le imprese italiane. Conte, dal canto suo, parla di “schiena dritta” ma non propone alternative concrete, limitandosi a una retorica anti-Trump che non porta risultati. L’opposizione dovrebbe invece riconoscere che Meloni, con il suo approccio pragmatico, sta cercando di evitare un disastro economico. La sua capacità di dialogare con Trump, vedasi quanto fatto dal Giappone non più tardi di tre giorni fa, senza cedere alle provocazioni di Macron o alle

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