LA STORIA NON È IL PASSATO.

 Il Limite / RANIERO REGNI / 213 

“se comprendere è impossibile, conoscere (e ricordare) è necessario”

Primo Levi

 Monaco di Baviera è oggi una delle città più belle e ricche d’Europa. Ovunque parchi e giovani in bicicletta, un’università importante e un sistema bibliotecario invidiabile. Una città dove si respira cultura con alcuni dei musei più importanti della Germania ma dove, accanto ad ogni museo, c’è un parco giochi per bambini. E poi alberi, alberi, dappertutto, anche all’interno dei magnifici edifici di architettura contemporanea, usati per purificare l’aria interna e come giganteschi ombrelloni e tende per fare ombra.

Ma, per chi è legato alla storia del ‘900, Monaco non può non far pensare all’ascesa di Hitler al potere. Monaco infatti è stata la culla del Nazismo. Qui è nato il partito nazionalsocialista, qui Hitler tentò il colpo di stato nel 1923, da qui è partita la storia di quel regime totalitario che in soli dodici anni, dal 1933 al 1945, ha portato alla Seconda Guerra Mondiale e all’Olocausto.

Sono stato un paio di volte a mangiare nella bellissima e chiassosa Hofbrauhaus, la birreria dove Hitler teneva i suoi discorsi a partire dal 1920. Ho visto il palazzo sede della Gestapo e, nella magnifica Karolinenplatz, la sede del NSDAP (Partito Nazional-socialista Tedesco dei lavoratori). Poi, a pochi chilometri da Monaco, ho visitato Dachau, il campo di concentramento creato dai nazisti subito dopo la loro ascesa al potere, per imprigionare e eliminare gli oppositori politici che non erano fuggiti dalla Germania e che è stato il primo ed è servito poi da modello per tutti i campi di lavoro forzato e di sterminio costruiti successivamente. Lì venivano addestrate le SS e tutto intorno c’erano fabbriche di armi che hanno alimentato la formidabile macchina bellica tedesca con il lavoro forzato di centinaia di migliaia di schiavi, compresi quasi diecimila soldati italiani internati nel campo.

A Monaco la gente è cortese. Si dice che questa sia la città più a nord dell’Italia, tale e tanta è la passione che i bavaresi nutrono per il nostro paese che è infatti poco lontano. Il comportamento gentile, la vita rilassata, la multietnicità della popolazione, l’efficienza dei trasporti, la pulizia e la cura degli spazi pubblici che tutti usano con grande libertà e disinvoltura, mostrano il volto sorridente e accogliente di una delle più belle metropoli moderne.

Le nuove generazioni potrebbero avere il diritto di buttarsi quella storia nera alle spalle e dimenticarla sotto una coltre di benessere e consumi. Ma, nonostante tutto, questa città non ha dimenticato il suo terribile passato. Distrutta dai bombardamenti, Monaco è stata quasi interamente ricostruita. Ma mentre cammini per le ampie vie del centro scorgi un muro di mattoni crivellato da fori di proiettili e sovrastato dalla scritta “ferite della memoria”. Uno dei musei più belli della città, situato vicino alla Konigs Platz, la grande piazza voluta dai sogni di bellezza neoclassica di Ludwig I re di Baviera, è quello dedicato alla storia del nazismo, il Centro di Documentazione sul Nazionalsocialismo, inaugurato nel 2015.Con una straordinaria ricchezza di documenti, disposti su diversi piani e didatticamente presentati in maniera molto efficace, viene ricostruita la storia molto complessa di Monaco e della Germania, dal 1914 ai nostri giorni, con particolare attenzione all’ascesa e alla caduta del totalitarismo hitleriano. Quando entri vieni accolto da una scritta: “la storia non è il passato”.   Che messaggio intende comunicarci? Che la storia non passa, che la storia siamo noi, che la coscienza storica deve sempre accompagnarci, non solo per imparare le sue lezioni, ma soprattutto perché un certo tipo di storia non si ripeta.

La crisi in cui era piombata la Germania dopo la sconfitta della prima guerra mondiale, che pure lei aveva scatenato. Le ingiuste e punitive condizioni di guerra stabilite dal trattato Versailles, la crisi perpetua della fragile democrazia della Repubblica di Weimar, il fallito tentativo di costruire la Repubblica comunista di Monaco, la terribile crisi economica, morale e politica del paese vengono ricostruite, con documenti originali di grande efficacia e che aiutano a capire come e perché poi il progetto hitleriano abbiano attecchito su di un terreno fertile. Come per ogni grande fenomeno storico, è evidente che le cause sono sempre molteplici, ogni spiegazione mono-fattoriale, da quella più strutturalista (approccio impersonale) a quelle più individualista (approccio biografico), la prima che si concentra sull’economia e i rapporti di forza, la seconda che accende i riflettori sul ruolo del potere carismatico del Führer, appaiono importanti ma sempre riduttive.

La visita di questo museo ci dice che i tedeschi hanno fatto i conti, e continuano a farli, con il loro terribile passato, che non può passare se non se ne prende coscienza e distanza, studiandolo e approfondendone la conoscenza. Poco lontano dal museo si trova una piazza dedicata a tutte le vittime del nazismo dove arde una specie di fiaccola perenne alla memoria.

Per un italiano legato al secolo scorso come il sottoscritto, sorge spontanea una domanda: perché in Italia non esiste un museo del Fascismo, che del Nazismo fu ispiratore e poi complice, come questo? Sarebbe utile per aiutare gli italiani a capire che cosa sia stato e perché non si debba mai ripetere.

Mi girano in testa questi pensieri, mentre torno a casa in metropolitana a Gauting, una ridente cittadina immersa nel verde, alla periferia di Monaco, sulla strada che porta verso sud, verso il magnifico e luminoso lago di Starnberg, dove anche la principessa Sissi aveva una villa. Eppure ho ancora negli occhi una foto che mostra un gruppetto di poveri sopravvissuti al lager di Dachau, condotti dai loro aguzzini, fino alla fine, in una marcia della morte, per cui chi si fermava veniva ucciso sul ciglio della strada, mentre le forze americane e inglesi erano a pochi chilometri. Nella didascalia di questa foto, scattata di nascosto dalla finestra di qualche abitazione, magari proprio vicino alla mia, si legge, “molti tedeschi che assistettero a queste marce della morte lo fecero con indifferenza e paura. Molto pochi cercarono di aiutare i prigionieri”.

Come è stato possibile? La domanda resta. Come scrisse Primo Levi, vittima e testimone di quelle tenebre, “se comprendere è impossibile, conoscere (e ricordare) è necessario”.