Valore & Valori / Mario Travaglini / 212
Nessuna esagerazione verbale ferma Donald Trump, lo sappiamo da lungo tempo. Riflessioni sessiste, provocazioni e vocabolario degno di un cortile frequentato da reclusi etc. etc. Ma quando l’esagerazione diventa concettuale e le ricadute si contano in migliaia di miliardi di dollari, diventa urgente chiedersi se il pianeta della finanza non stia correndo verso la sua rovina. Infatti, l’ultima esigenza del Presidente americano suonerebbe la campana a morto per il Dollaro e per il sistema finanziario mondiale. Proviamo a capire i fatti e a prevedere cosa potrebbe succedere qualora l’ennesima esternazione dovesse andare a buon fine.
Il presidente Trump ha invitato (naturalmente è un eufemismo) la Fed, questo 9 luglio, ad attuare il primo taglio di 300 punti base dei tassi di interesse: un taglio tre volte più brutale della riduzione di 100 punti base del 15 marzo 2020 decisa nel corso del panico borsistico legato al COVID, causato dall’imminenza della messa in fermo delle economie occidentali. Questa riduzione di 100 punti rimane ad oggi la più importante nella storia degli Stati Uniti, avendo portato ad alzare l’inflazione al 10% nel corso dei diciotto mesi successivi, ossia ad un livello mai visto dal 1974. Donald Trump giustifica la sua richiesta con il fatto che lo Stato è costretto a pagare tassi sempre più elevati per rifinanziare il debito americano (circa il 3,3%) e che i conseguenti interessi passivi stanno diventando un onere molto pesante per il paese: 1.200 miliardi di dollari versati ai creditori negli ultimi dodici mesi, ovvero 3,3 miliardi di dollari al giorno.
Ma cosa accadrebbe se la richiesta presidenziale venisse accolta dalla Fed e i tassi fossero bruscamente riportati allo 0,00%/-0,25%, come cinque anni fa?
Accadrebbe questo: l’onere del debito scenderebbe a 350 miliardi di dollari dai 1200 attuali e i privati cittadini potrebbero precipitarsi agli sportelli per richiedere mutui o crediti (praticamente gratuiti) per investire in Borsa ed innescare, quindi, un nuovo boom a Wall Street, oppure aumentare le loro capacità di produzione o, infine, acquistare la casa dei loro sogni. Fin qui tutto bello, tutto magnifico. Ma, quasi immediatamente, l’inflazione inizierebbe a infiammarsi perché non ci sarebbe più alcuna restrizione per gli acquisti a credito. I prezzi dell’immobiliare inizierebbero a impennarsi a loro volta, annullando in poche settimane il guadagno che il potere d’acquisto aveva conseguito quando i tassi ipotecari erano scesi dal 7% al 4% .
Torniamo ai “fondamentali”. Come ho già detto poco sopra, mai la Fed ha attuato un taglio dei tassi cosi robusto , se non una sola volta, di 100 punti nel corso di un periodo di recessione. Eppure non siamo in recessione in questo momento, anche se il PIL USA mostra un calo dello 0,5% per ragioni essenzialmente tecniche. Quindi oggi, un taglio dei tassi drastico in un’economia forte servirebbe da detonatore per un ulteriore crollo del 10% del dollaro che passerebbe da un rapporto con l’Euro da 1,16 ad un pericolosissimo 1,30. Il che metterebbe in ginocchio tutte le esportazioni verso l’America. Altro che dazi!
Quanto precede mi porta a fare una ulteriore riflessione: chi comprerebbe un debito di 37.050 miliardi di dollari, che verosimilmente diventerà di 40.000 miliardi entro l’estate 2026, che non offre alcuna remunerazione pur con un rischio molto alto? Tutti i detentori di dollari -in particolare le banche centrali della sfera BRICS- fuggirebbero a gambe levate verso altri investimenti più remunerativi e meno rischiosi come l’oro. Questo metallo potrebbe vedere il suo prezzo prendere letteralmente fuoco e salire, salire e salire ancora oltre 5.000 dollari all’oncia.
Se questo è il quadro che potremmo trovarci davanti qualora la “genialata” di Donald prendesse davvero consistenza, le considerazioni finali sono le seguenti :
-
I pericoli di siffatta politica monetaria estrema sono veri e reali, specialmente in un contesto in cui il debito USA è già esploso oltre i 37 trilioni.
-
Storicamente, tagli aggressivi ai tassi in fasi non recessive hanno amplificato bolle speculative, come visto dopo il 2008 o durante la pandemia, dove l’inflazione è schizzata in alto e ha eroso il potere d’acquisto delle classi medie; un rischio che qui potrebbe essere amplificato qualora il taglio dei tassi fosse di 300 punti, portando ad un’inflazione galoppante e a una svalutazione del dollaro che minerebbe il suo status di valuta di riserva.
-
Trump puntando a svalutare il dollaro darebbe nel breve termine un grande sostegno a Wall Street, stimolando investimenti e consumi, ma a costo di destabilizzare l’economia e la finanza globale.
4) In scenari di “dollaro debole”, investimenti tangibili, come i metalli preziosi, tendono a performare bene, come dimostrato dai picchi del 2020-2022 quando l’inflazione globale ha toccato il 10%. Inoltre, e questo è l’aspetto peggiore, una tale mossa potrebbe accelerare il passaggio verso scelte alternative come le criptovalute o valute BRICS, indebolendo ulteriormente l’egemonia USA e dell’Occidente nel mondo.
Mi auguro che qualcuno faccia capire al Presidente che la sua idea è sbagliata e che la Fed riesca a resistere alle pressioni politiche e mantenere la sua indipendenza.






