Il Limite / RANIERO REGNI / 212
Ne hanno parlato tutti i media. Il più importante quotidiano italiano gli ha dedicato un’intera pagina centrale e tutte le altre testate hanno fatto più o meno lo stesso. La Rai ha mandato in onda il docufilm in cui si racconta la sua vita, Suole di vento e in un blog ha raccolto le sue interviste e i suoi interventi sul piccolo schermo.
Sì tanti, tutti, hanno scritto della scomparsa di Goffredo Fofi (Gubbio 15 aprile 1937 – Roma 11 luglio 2025).
Chi era Goffredo Fofi? In quel trattino che unisce la data di nascita e di morte, quel trattino che sarà alla fine per ognuno di noi la nostra vita, nel caso di Goffredo, c’è stato moltissimo.
Fofi è stato uno dei più grandi critici cinematografici italiani, autore di saggi fondamentali e riscopritore del valore culturale di figure considerate di basso livello come Totò. Critico spietato e temutissimo che attaccò i grandi del cinema italiano senza badare alla loro fama. Alcuni per questo gli sono diventati amici, come Fellini, o forse ne hanno accolto le ragioni, come Pasolini. Goffredo è stato però molto di più. È stato lo studioso famoso, autore del saggio L’immigrazione meridionale a Torino (1964), che provocò una frattura all’interno della casa editrice Einaudi, che non lo pubblicò per paura di dispiacere ad Agnelli. Ma Goffredo conosceva bene gli immigrati, di persona, perché li aveva seguiti, fisicamente, dalla Sud e aveva capito che neanche il PCI aveva un posto per quelle persone finché non fossero diventati operai. Dalla Sicilia era partita anche la sua storia quando, appena diplomato alle magistrali di Gubbio, aveva raggiunto Danilo Dolci nel 1955, per partecipare ai suoi digiuni e ai suoi scioperi a rovescio con i braccianti siciliani. Poi Goffredo era diventato il fondatore di riviste famose e seguitissime. Uno dei critici culturali e sociali più importanti del nostro paese, famoso anche fuori d’Italia, soprattutto in Francia, dove pure aveva vissuto con i genitori che vi erano emigrati. Ma questo ed altro lo hanno scritto tutti ed è stato oramai consegnato alla storia della cultura italiana, la migliore, dove lui si è guadagnato un posto di primo piano che deve essere solo studiata.
Chi è stato però Goffredo Fofi per me? Intanto lui era nato nella mia stessa città, era un eugubino famoso e questo mi inorgogliva, per questo l’ho voluto conoscere, tanti anni fa, e l’ho poi sempre seguito e incontrato a Gubbio e altrove. Studiavo i suoi libri e quelli che consigliava. Ho cominciato a leggere le sue riviste, dai Quaderni Piacentini a Ombre Rosse, e poi sono stato abbonato a Linea d’Ombra, Lo straniero, Gli asini. Leggevo sempre i suoi articoli, appena ne scorgevo la firma, su Avvenire, o sul Domenicale de Il Sole 24 ore, e su ogni altra testata di quelle che frequentava continuamente, con una impressionate capacità di scrittura e di intervento che ha avuto per tutta la sua lunga e operosa esistenza, fino alla fine.
Chi è stato Goffredo Fofi, a questo punto per me e per tutti? E’ stato forse l’ultimo grande intellettuale del ‘900, che con la sua scomparsa perde un testimone e protagonista unico. Sì, perché Goffredo aveva conosciuto, direttamente e indirettamente, tutti i gradi scrittori e i grandi autori, i grandi politici, che a lui interessavano, quelli della sinistra libertaria e fieramente antistalinista, da Silone a Camus, da Orwell a Chiaromonte. Quelli che lui aveva frequentato, da Pasolini a Elsa Morante, da Ada Gobetti ad Aldo Capitini. E, soprattutto di quest’ultimo, era sicuramente l’erede più credibile, per tante ragioni. Il suo essere fuori dal coro, il suo essere impegnato ma non schierato con una fazione, il suo essere coerente ma non settario, e quando lo era lo riconosceva e cambiava idea.
Cercavo di incontrarlo ogni volta che era possibile. L’ho coinvolto in tante occasioni, in convegni e incontri, per avere il piacere di starlo ad ascoltare anche prima e dopo l’occasione ufficiale, a tavola o in viaggio, per godere dei suoi ricordi, della sua infinita memoria, che spaziava dalla letteratura alla poesia, dal cinema al teatro, e le sue letture di testi ed autori erano sempre personali. Non separava mai la persona dall’opera e conosceva bene sia l’una che l’altra, con una cultura sconfinata, ma senza alcun vezzo erudito. Sì, perché lui i grandi li aveva incontrati tutti da vicino, quasi per vedere se anche come persone reggevano al giudizio.
Infatti Goffredo era uno dei pochissimi intellettuali che non faceva nessuna concessione al narcisismo, che è una patologia pressoché universale di chi svolge la funzione o il mestiere di intellettuale, che sia di provincia o un nome famoso. Compresi anche alcuni dei migliori. Tranne lui, che è rimasto sempre una persona unica, anche quando lo si voleva trasformare in personaggio.
Mi inorgogliva considerarmi suo amico, anche se questo comportava un prezzo. Come ha detto chi lo conosceva bene, ma come hanno riconosciuto quasi tutti, “quando ti maltrattava sapevi che ti voleva bene”. Si perché quando eri con lui dovevi stare sempre in guardia, ti faceva comprendere sempre l’altra faccia delle cose. E ti attaccava con un lungo e sempre rinnovato elenco di insulti: “voi intellettuali”, “voi professori universitari”, voi “fighetti borghesi”. Ce l’aveva con gli accademici e con i pedagogisti ed io che ero entrambe le cose e appena comparivo in una sala dove faceva una conferenza, appena mi riconosceva, trovava sempre il modo per indicarmi come il colpevole di quello che non andava nell’educazione e nelle istituzioni educative.
Sì, Goffredo era tante cose, così tante che il solo elenco esaurirebbe tutto lo spazio di questo articolo. Di lui è stato detto, “su Goffredo leggeremo tante cose, perché era un uomo dalle tante vite, dalle tante passioni, dalle tante amicizie, dai tanti umori addirittura”. Ma tra queste tante vite e tante passioni e tante curiosità, c’era quella principale di educatore. Lui diceva di essere fondamentalmente un maestro, con la minuscola, perché era diplomato al Magistrale, ma soprattutto perché aveva una passione educativa che gli riusciva con i bambini e con i giovani. Era generoso negli insegnamenti e nelle relazioni, non si negava mai. Ma poi era intransigente e duro. Anche se la sua severità era sopraffatta dalla simpatia che emanava fisicamente. Sì, dopo che ti aveva maltrattato, ti veniva voglia di abbracciarlo e lo facevi. Perché sprizzava una simpatia umana incontenibile. E comunque ti faceva sempre anche ridere per la sua sottile intelligenza, quasi da “Socrate da villaggio” che ricordava quella vitale arguzia dei vecchi contadini e della gente del popolo, che oggi non esiste più.
Come è stato scritto, “ti faceva morire dal ridere e, al tempo stesso, morire per una visione tragica che aveva del mondo”. Scrisse di lui Norberto Bobbio, “ma Fofi è davvero un pessimista? Non direi. O almeno è un pessimista scontento di esserlo, che si sforza di non esserlo“. E questo è un altro aspetto della sua inafferrabile fisionomia. Il suo “pessimismo attivo” faceva tutt’uno con la vocazione minoritaria a cui è stato sempre fedele. Faceva parte e cercava di rintracciare, ovunque si trovassero, le minoranze etiche, sociali, culturali e politiche. Era un battitore libero e un grande curioso. Con una posizione sempre fuori dal coro senza però concedere niente all’individualismo, fratello gemello del narcisismo e della retorica. Lui non concedeva niente alla retorica, era un “persuaso”. Anche quando sbagliava strada. È un altro aspetto che mi ha sempre colpito di lui, sin dal suo primo incontro, la sua coerenza, anche quando diventava incoerente. Perché c’era sempre uno strettissimo legame tra pensiero e azione. “Quando incontri una persona che si dichiara comunista – mi disse una volta – devi digli: me lo dimostri”. Lui comunista non lo è stato mai. Anarchico, socialista senza partito, credente senza chiesa, che è vissuto in maniera francescana ed è morto povero. Eppure Goffredo nella sua grande dignità non è mai stato isolato. Ha vissuto invece letteralmente circondato da tantissime amiche e amici
“Il suo mestiere era creare relazioni. Era un viandante instancabile che ci metteva insieme anche quando non lo sapevamo, noi fermi e lui sempre in movimento…La sua competenza era critica ed etica, due termini che non sono più di moda”. Così ha detto Pier Giorgio Giacchè nel commosso ricordo letto nella chiesa valdese di Piazza Cavour a Roma, dove gli amici gli hanno detto addio. Piero Giacchè, che ne è stato amico e collaboratore strettissimo per cinquant’anni, è oggi sicuramente anche il suo migliore allievo, anche se Goffredo non amava mai chiamarsi maestro e Piero è troppo geniale per essere solo un allievo.
Caro Goffredo, so di irritarti, ma lo devo scrivere perché lo credo davvero. Tu sei stato un Maestro autentico, questa volta con la maiuscola. Uno dei pochi, uno dei migliori che ho conosciuto. Perché del maestro avevi la dote essenziale. Ogni volta che ti incontravo rafforzavi in me, come negli altri, il desiderio di essere migliore, più coerente, più intelligente, più onesto, più generoso, più buono.
Addio Goffredo. No, arrivederci, nel capitiniano colloquio corale e nella compresenza di tutti i morti e di tutti i viventi.
La vocazione minoritaria.






