Valore & Valori / Mario Travaglini / 196
So che usare il termine “Mediaverso” mi espone ad accuse di cospirazione, ma francamente le notizie degli ultimi giorni, così come sono state trattate dal main stream giornalistico e televisivo sembrano essere sfuggite a una falla spazio-temporale che risale alla TV in bianco e nero e alle soporifere soap opera radiofoniche. L’attenzione è tutta rivolta non alle gigantesche manifestazioni di protesta anti-Erdogan in Turchia né a quelle altrettanto spettacolari contro le politiche di Netanyahu a Tel Aviv e neppure alle assurde pretese di guerra della nostra Europa, alimentate dal surreale quartetto anglo-franco-tedesco in cerca di notorietà. Si evita di riferire che costoro non vengono invitati per la loro manifesta inconsistenza nei luoghi in cui “accadono cose” (Riyadh, Washington, poi di nuovo Riyadh) né vengono chiamati al telefono da Trump, Putin o Xi Jinping. Questi hanno capito bene che i leaderini europei e occidentali si limitano ad ostentare legami con i potenti di Davos, da cui peraltro prendono ordini, sol per cercare di impedire qualsiasi progetto di pace russo-ucraino che non ripristini la sovranità di Kiev sulle quattro oblast orientali del Paese. Tanto per essere più chiaro: non mi sembra che sia stato dato il giusto rilievo al fatto che l’Ucraina, per affossare i colloqui di pace russo-americani, sta lanciando un secondo tentativo di invasione della Russia, che le ostilità sono riprese in Medio Oriente con la guerra civile latente in Siria, con bombardamenti mortali sulla Striscia di Gaza, con lo Yemen che sfida le forze navali statunitensi nello stretto di Bab El Mandeb dove Washington promette di scatenare l’inferno in cambio. Ma ne avete mai sentito parlare? D’altro canto, la guerra tra Europa e Russia – che non esiste, ma alla quale dobbiamo prepararci – è oggetto di continui dibattiti surreali sui nostri media. Nel frattempo i francesi, dopo aver scoperto che Macron ha offerto le sue quattro bombette nucleari per difendere l’Europa sul cui scranno più alto pensa fra qualche anno di issarsi, sorvegliano febbrilmente le cassette della posta in attesa di scoprire come sarà il “manuale di sopravvivenza” che il loro Presidente pubblicizza continuamente in televisione. Forse troveranno la risposta a questa angosciante domanda: in caso di un lampo nucleare, è meglio bere il caffè in piedi o seduti? Le “mascherine di carta”, obbligatorie dal 2020 al 2022, saranno efficaci contro le particelle radioattive quanto lo sono state contro il COVID-19?
E i mercati in questo bel contesto che fanno? Fanno quel che hanno sempre fatto, ossia ignorano i fatti che non capiscono che, in questo caso, significa ignorare il contesto geopolitico e la “propaganda della paura”. E sono molto abili nell’arte di convincersi che, guerra o non guerra, le cose andranno inevitabilmente nella direzione che più fa comodo. I due pilastri del loro ottimismo sono la promessa di abbondante liquidità e la speranza che rimarrà a buon mercato per lungo tempo.
Per quanto riguarda il primo pilastro, accolgono con favore la decisione del Bundestag di revocare il blocco del debito tedesco (e la famosa regola del tetto massimo dello 0,35% del deficit di bilancio annuale), il che consentirà l’attuazione di un massiccio piano di investimenti da 500 miliardi di euro. I mercati pensano anche che questo piano non subirà alcuna modifica né potrà essere rimesso in discussione neppure dai recenti risultati contrari di un sondaggio condotto per appurare il gradimento della operazione presso l’opinione pubblica.
Per quanto riguarda il secondo pilastro, il “denaro a basso costo”, la speranza rinasce con le ultime revisioni e i commenti della Fed del 19 marzo, che sono stati più “accomodanti” del previsto. Infatti, Jerome Powell ha ribadito in una conferenza stampa che la Federal Reserve resta “dipendente dai dati” e che quelli ultimi riferiti alla economia suggeriscono che essa si sta indebolendo un po’, ma che né una recessione né un surriscaldamento inflazionistico sono all’orizzonte. Una sorta di anestesia che serve a lasciar sperare in tagli dei tassi più aggressivi se la situazione dovesse peggiorare. Ed è esattamente ciò che sembra stia accadendo alla fine del primo trimestre del 2025.
Ricordo che la Fed ha tagliato i suoi obiettivi di crescita del PIL dal 2,1% al l’1,7% (-20%), ha rivisto al rialzo le sue previsioni sulla disoccupazione dal 4,3% al 4,4% e ha aumentato le sue previsioni di inflazione dello 0,2% (dal 2,5% al 2,7%) attribuendone la causa ai “dazi doganali”. Ma lo scenario di due ulteriori tagli dei tassi entro la fine del 2025 resta sul tavolo anche se a preoccupare Wall Street è soprattutto il fatto che “i rischi di rallentamento economico” possano portare a un terzo calo. Nessuno parla però dell’oro e del fatto che ha non solo superato con un balzo il tetto dei 3000 dollari/oncia ma che oggi quota addirittura 3.100. Anche il più sprovveduto risparmiatore è in grado di capire che queste velocità al rialzo sono inusuali e dettate da una paura fottuta. Va tutto bene e quindi rendo omaggio al brillante esercizio di comunicazione della Fed, che è riuscita a non stressare i mercati e a distogliere la loro attenzione dai campi di battaglia che, ahimè, sono tornati a essere caotici e mortali a dispetto di quanto riferiscano i media.
PS. Aggiungo qui di seguito due considerazioni che mi sono state sollecitate da un quesito giratomi dalla Redazione di CentralMENTE, le operazioni messe in atto da UNICREDIT e BPER
| a) La Germania, come spesso è capitato, ha utilizzato l’Europa per fini non sempre in linea con il principio di mutualità. La BEI più che una banca al servizio degli investimenti di tutti i paesi è stata usata dai cancellieri tedeschi anche per fini coercitivi o di pressione verso altri Stati. Questo spiega che l’operazione Unicredit, avendo toccato il nervo scoperto della loro sovranità nazionale, è stata dapprima classificata come ostile e poi a lungo tenuta a “bagno maria” con il ricorso a quel tipo di ostruzionismo. Niente di nuovo sotto il sole: in Germania il libero mercato funziona a senso unico, ovvero solo quando le regole vengono scritte dalle loro istituzioni. Segnalo, tuttavia, che questa situazione è stata superata appena qualche settimana addietro con la decisione della BCE di autorizzare UniCredit a salire al 29,9% di Commerzbank, il che le consente di fatto di amministrarla.
b) L’operazione Bper si inquadra invece in un più ampio consolidamento del sistema bancario italiano che vede da diversi anni quasi tutti gli istituti impegnati in acquisizioni e fusioni alla ricerca di risparmi e sinergie. Nel caso specifico non userei il termine “pappare” perché non si tratta di una OPA ostile o condivisa quanto, invece, di una OPS, ossia di una offerta pubblica di scambio nell’ambito della quale entrambi i contraenti debbono trovare le loro convenienze. La parte più interessata acché l’operazione vada in porto è Unipol, azionista di riferimento delle due banche con il 24,6% e il 19,7%, il cui amministratore delegato Carlo Cimbri ha dichiarato di attendersi notevoli economie di scala e sinergie varie che nel 2027 dovrebbero portare un incremento di utile di circa 2 miliardi. Quanto alle possibili ricadute positive sui correntisti aquilani, dubito fortemente che l’espansione possa tradursi in condizioni significativamente migliori. Gli unici che per il momento possono cantare vittoria sono gli azionisti che sull’onda di queste aspettative stanno guadagnando in borsa. Infatti il titolo, solo negli ultimi tre mesi, ha guadagnato il 29,14% attestandosi al valore massimo di 7,74 euro/azione, sebbene il suo target price sia di 6,65. Presterei la massima attenzione rimanendo con i piedi ben saldi a terra. |






