Il lato umano: comunità di accoglienza e Welfare

 Il Limite / RANIERO REGNI / 196 

Welfare, una grande conquista della cultura europea, alla sua nascita ha espresso l’idea di una cittadinanza – cio Il lato umano: comunità di accoglienza e Welfareè di appartenenza – associata a diritti sociali garantiti dallo stato, cioè una comunità politica         M. Magatti

Che cos’è l’Europa? La domanda si è fatta in queste ultime settimane sempre più incalzante e richiede risposte sempre più forti e precise. L’Europa è anche un sistema di Welfare, ovvero un sistema sociale che si prende cura delle persone, dei cittadini, di tutti gli abitanti dell’Unione, dalla nascita alla morte. Se ne prende cura garantendo il diritto alla salute, all’istruzione, all’assistenza, alla pensione e così via. Noi critichiamo spesso il nostro paese per le inefficienze del suo sistema sanitario o assistenziale, ma dovremmo invece sempre più difenderlo e rafforzarlo perché rappresenta comunque un’eccellenza, anche all’interno della stessa Europa. Il suo approccio universalistico, la centralità della persona umana, l’idea di bene comune, lo caratterizzano da molto tempo. Nato come idea nel 1942 in piena guerra in Inghilterra, il Welfare State è diventato un principio su cui si sono costruite le nazioni europee, uno dei pilastri della nostra civiltà.

Ma, al sistema dello stato sociale hanno dato un contributo fondamentale, e lo continuano a dare, tutte le imprese sociali del cosiddetto terzo settore, ovvero quelle che non si possono classificare né semplicemente come pubbliche né come private. Si tratta infatti di privato-sociale, quello delle comunità di accoglienza che in Italia accolgono gli ultimi, i fragili, i devianti, i disabili, i tossicodipendenti, i malati psichiatrici, gli anziani, i malati cronici, i giovani adolescenti in difficoltà, tutte quelle persone lasciate ai margini o abbandonate, da una società che si impone come sempre performante e tesa allo sviluppo, costi quel che costi.

La loro storia è legata spesso ai nomi dei loro fondatori, molto spesso sacerdoti cattolici, padri carismatici, personalità eccezionali, ispiratori di un impegno a favore dei più deboli. Il loro carisma trascinante ha spostato le montagne dell’indifferenza e ha fatto fiorire i deserti dell’egoismo. Soprattutto ha coinvolto molti giovani a partire dalla fine degli anni ’60, che hanno lavorato, come volontari e poi magari come obiettori di coscienza o come attori del servizio civile, al loro fianco.

È di questa storia eroica che parla il libro di Riccardo Sollini, Dis-servizio sociale. Come lo abbiamo disumanizzato (Pendragon 2024). Un piccolo libro ma di grande respiro. Un libro che è un bilancio molto originale della storia, delle storie delle comunità di accoglienza, a partire dall’inizio degli anni ’70 del secolo scorso, originale perché vissuto dall’interno. Un itinerario biografico che permette di ricostruire le vicende del nostro paese e del mondo, a partire dalla storia dei servizi socio-sanitari e assistenziali. Scritto da una persona che è nata dentro la Comunità di Capodarco di Fermo e che ora dirige la Comunità di Capodarco dell’Umbria a Gubbio e Perugia.

Dopo la fase eroica, dove l’elemento sociale, il vivere assieme era dominante, senza quasi programmi terapeutici, sono arrivati gli anni ’90, con l’esigenza dell’accreditamento delle comunità, che diventavano servizi, con i connessi problemi di gestione e di organizzazione. Il controllo economico e manageriale, il contenimento e la riduzione della spesa, hanno spesso imposto una razionalizzazione che non considerava le persone. Lo scopo delle varie riforme che si sono occupate di assistenza era il monitoraggio e il controllo. Gli effetti sono stati la classificazione, l’omologazione, la standardizzazione delle strutture, dei processi e degli obiettivi, con le loro economie di scala. L’approccio economico ha mostrato i suoi limiti. Gli ospiti si sono ritrovati ad essere spettatori dei servizi erogati nei loro confronti. Le comunità si sono professionalizzate, hanno migliorato la presa in carico assieme all’università e a fianco delle politiche sociali. Questo ha rappresentato un progresso nella creazione di un sistema integrato ma ha, in molti casi, dimenticato di mettere al centro la persona per cui è stato creato. Il sistema di Welfare si è specializzato, è diventato forse più efficiente, ma si è spersonalizzato, inquadrando le persone in categorie differenziate, oggetto del minutaggio assistenziale E oggi? Oggi si va verso una domiciliarietà dei servizi, che in apparenza può essere giusta ma che poi diventa inadeguata, aumentando l’individualismo e la solitudine già così diffusi nelle nostre società. Il Welfare State diventa Welfare prestazionale individuale.

Le comunità di accoglienza, con la loro identità unica, in cui convivono ospiti, personale specializzato, volontari e associazioni della società civile, hanno cercato una difficile terza tra via tra la istituzionalizzazione e la domiciliarietà. Prendere in carico la malattia ma anche le relazioni, salvando il lato umano della cura, salvando la persona. La presa in carico e la relazione di aiuto nei confronti dei diversamente abili avviene all’interno delle comunità, le quali fanno parte di un sistema comune, che è inserito a sua volta all’interno di una comunità più ampia, ovvero il territorio dove operano.

“Comunità” è una parola che oggi ha un suono positivo. Una parola che rimanda alla “filosofia del co-“, co-working, co-housing, ma anche alla co-progettazione e, anche e soprattutto, alla condivisione. In un universo individualistico e fatto di tanti solitudini, si avverte urgente e prepotente il bisogno di relazioni e di legami sociali, di vivere assieme. Mentre l’universo della produzione e del consumo ci isola sempre più gli uni dagli altri, fino a mettere in discussione le radici pre-politiche del nostro stesso vivere insieme, riemerge il bisogno di pensare anche agli altri. In una società di individui le comunità di accoglienza appaiono come delle oasi di umanità.

Le comunità sono esperienze preziose, senza le quali la convivenza andrebbe verso la disumanizzazione e la barbarie. Sono esperienze da conoscere, da aiutare e sostenere, presso le quali tutti i giovani dovrebbero passare con forme di volontariato che educano e cambiano la prospettiva con cui si guarda alla vita, portando a scoprire che alla base di tutto non ci sono le cose ma le persone. È la relazione umana che fonda il nostro essere, perché, come ha scritto Seneca, “nessun bene senza un compagno ci dà gioia”.