Il Limite / RANIERO REGNI / 186
Gubbio meno la tocchi e meglio è
La California ancora brucia, e non si tratta di una tragica fatalità, di un evento sfortunato. Uno degli stati più ricchi del mondo che, se fosse indipendente, rappresenterebbe da sola una delle prime potenze economiche e tecnologiche del pianeta, si è mostrata vulnerabile e impotente nei confronti del riscaldamento globale. Chi ha visto dal vivo le “sognanti montagne della California”, come le chiamava J. Kerouac, ne è rimasto colpito. Nel rogo va in fumo anche quel paesaggio che ha nutrito il nostro immaginario attraverso tanti film americani.
Mentre si stanno spegnendo gli ultimi fuochi che hanno devastato Los Angeles, quasi salutando la fine del 2024, l’anno più caldo della storia. Mentre poeti come F. Arminio scrivono “cedi la strada agli alberi”. Mentre botanici come S. Mancuso dicono di “piantare quanti più alberi si può rendendo permeabile la maggiore superficie possibile delle città” (Fitopolis, la città vivente), perché essi restano il più efficiente condizionatore d’aria che esista, indispensabile soprattutto nei centri abitati per mitigare i picchi di calore estivo, diventati oramai insopportabili. Mentre studiosi e urbanisti sostengono che tra i determinanti decisivi della salute nelle città c’è la maggiore densità di verde, capace di assicurare migliori condizioni di vita per i cittadini. Mentre accade tutto questo, a Gubbio vengono ridimensionati drasticamente i giardini comunali, presenti da un secolo e mezzo nel cuore del centro abitato, in Piazza 40 Martiri, finendo per essere trattati quasi come se fossero uno scomodo ostacolo per chi sa quale sviluppo e modernizzazione.
Quella che per gli abitanti è da sempre la Piazza del mercato, è uno degli spazi urbani, all’interno delle mura, più grandi d’Italia, un luogo che da secoli collega il cuore della città medievale con il contado agricolo. Nel corso dell’’800 vi erano stati realizzati dei giardini pubblici tipici del periodo tardoromantico, per disegno (la fontana al centro, i piccoli labirinti di siepi e vialetti, la montagnola), per uso dei materiali (la pietra spugna che contornava i viali, i sedili, la fontana) e per varietà arboree (abeti, tigli, salici, lecci, bossi, tassi, ecc.). Poi, dopo la prima guerra mondiale, vi si era aggiunto il monumento ai caduti. L’amministrazione (quella passata, ma anche quella presente), senza coinvolgere i cittadini in un ampio e articolato dibattito sul futuro assetto della piazza, per non perdere i finanziamenti del PNRR, ha buttato lì un vecchio progetto, riadattandolo. Qualcosa di calato dall’alto con lastricati di pietra grigia, riduzione dello spazio verde, taglio di alberi e di apparati radicali, restrizione delle aiuole dentro una striscia metallica tagliente di “acciaio corten”, un acciaio patinato che assume un aspetto rugginoso da periferia industriale dismessa, con vialetti di breccia spazzolata, cementificata e plastificata.
E non sono solo i vecchi giardini che se ne vanno, ma assieme a loro e agli alberi tagliati e non ripiantati, se ne vanno anche i ricordi di tante generazioni. Le corse dei bambini dietro ai piccioni sui prati pieni di margherite. Su quella fontana si sono sporti tutti, da piccoli, per vedere i pesci rossi.
Su quelle panchine di pietra generazioni di anziani, di giorno, hanno giocato a carte, mentre di sera, le coppie di giovani si baciavano nella penombra. I giardini erano il ritrovo estivo dei ragazzi e delle ragazze, delle giovani generazioni del passato che, d’inverno, popolavano invece il corso, e si spostavano all’inizio della stagione estiva, proprio perché i giardini, con il loro verde, erano più confortevoli.
Ma, al di là dei ricordi, che pure hanno il loro valore, non solo per i singoli ma anche per la collettività, non solo per il passato ma anche per il futuro, il grigio delle nuove lastre di pietra, del colore del cemento, e la ruggine dell’acciaio, contrastano con la pietra medievale, bianca e dorata, della chiesa di S. Francesco

e delle Logge dei Tiratori. Il comitato che si è costituito e i semplici cittadini che pongono anche solo una serie di dubbi e di domande sulla bontà del progetto, vengono fatti passare per nostalgici, integralisti della conservazione e gli si contrappone la bruttezza dell’asfalto, la polvere dei viali di breccia e delle aiuole maltenute, perché costose da custodire adeguatamente, del passato.
Un restauro della piazza e dei giardini era senz’altro necessario, ma il modo in cui è stato realizzato appare discutibile. La modernizzazione deve sempre essere sostenibile ed essere contenuta entro un limite e non essere prigioniera dell’ostinata indifferenza nei confronti di ogni altro essere vivente, a partire dalle piante. Altrimenti non si può non dare ragione a quello che è stato scritto in uno dei cartelli attaccati agli alberi, che una città dalla forte identità storica come Gubbio, “meno la tocchi e meglio è”.






