LEONORA CARRINGTON E LA LIBERAZIONE DALLE INTERPRETAZIONI SURREALISTE: VERSO UNA VISIONE PERSONALE DELLA SPIRITUALITÀ E DELLA METAMORFOSI

La vendita del capolavoro, Le Grande Dame (o Cat Woman, 1951), battuto a novembre scorso per 11,4 milioni di dollari, di Leonora Carrington, che ne sottolinea la centralità nel panorama dell’arte surrealista, ci offre l’opportunità di una breve riflessione sul suo lavoro,  evocatore di visioni oniriche e mitologiche, fuori da qualsiasi spazio-tempo.

L’artista è una delle figure più enigmatiche e affascinanti del movimento surrealista: in quanto donna si distacca progressivamente dai canoni imposti dalla teoria freudiana e dalle concezioni patriarcali che dominarono la visione surrealista delle donne; il movimento, infatti, nella sua fase iniziale, era fortemente influenzato dalla psicologia freudiana, che vedeva nel sogno una dimensione psichica da esplorare principalmente per svelare i desideri nascosti e le pulsioni inconscie.

Nella visione  di Leonora, la figura della donna come musa ispiratrice o intermediaria tra il mondo razionale e quello onirico non era soddisfacente, anzi era percepita come una limitazione della propria identità e  creatività. L’artista desiderava emanciparsi dal ruolo di “oggetto del sogno” e rifiutava l’idea che le donne del gruppo surrealista fossero esclusivamente destinate a incarnare la figura della sognatrice, silenziosa e passiva, nel mondo degli uomini.

Un’immagine emblematica di questa visione patriarcale che la Carrington sfida è la celebre fotografia scattata nel 1937 da Roland Penrose, in cui Lee Miller, Leonora Carrington, Ady Fidelin e Nusch Eluard sono ritratte come donne dormienti, sogno di un desiderio che le definisce unicamente come oggetti di contemplazione maschile. La posa delle quattro donne che, pur nella loro bellezza, appaiono distanti, lontane dal soggetto attivo del loro stesso essere, rappresenta perfettamente l’oggetto del desiderio maschile e il suo rapporto ambiguo con il sogno, inteso non solo come una dimensione psichica, ma anche come una proiezione del desiderio maschile stesso. 

Leonora, consapevole di questo gioco di potere, sentiva la necessità di liberarsi dagli stereotipi e di riscrivere la propria identità lontano da un ruolo subalterno, riduttivo e passivo.

L’emancipazione da questa rappresentazione di sé come “musa” si concretizza soprattutto nel suo trasferimento in Messico nel 1943, dove Leonora Carrington trascorrerà gran parte della sua vita e dove svilupperà una visione originale, profondamente personale e simbolica del mondo.

 Il Messico non fu solo un rifugio fisico, ma anche il luogo dove la Carrington poté finalmente esplorare liberamente nuove frontiere spirituali, culturali ed intellettuali attraverso lo studio di un esoterismo orientato verso la conoscenza dell’alchimia, del buddismo tibetano, dell’ermetismo, della cabala ebraica, testimone del desiderio di un nuovo approccio all’universo, lontano dalle strutture  ideologiche di moda allora nel mondo occidentale. Queste pratiche significarono, per l’artista, la definitiva liberazione dai legami con la psicoanalisi freudiana e l’inizio di una concezione della spiritualità e della psiche umana che si allontanava dal modello unidimensionale e patologico, imposto dalla psicologia freudiana, aprendosi invece ad una dimensione più complessa e affascinante della trasformazione interiore. 

In questo senso, la sua arte si fece espressione di una continua metamorfosi, di un percorso di consapevolezza e crescita spirituale che crebbe nello studio dell’alchimia e nell’attenzione alla teoria junghiana dell’inconscio collettivo e degli archetipi, in particolare al concetto di “ombra“, che Jung definisce come l’aspetto negato dell’ego, ma al contempo una parte essenziale e integrativa della psiche. Per la Carrington il concetto di “ombra” non rappresentava semplicemente una dimensione oscura e irrazionale, ma il cammino verso una conoscenza più profonda e completa dell’essere umano.

In questo percorso di esplorazione interiore, la Carrington ha rifiutato l’idea che i sogni fossero solo un riflesso di desideri repressi, come sostennuto da Freud, considerandoli invece una dimensione di “conoscenza”. I suoi quadri e i suoi scritti sono diventati una forma di alchimia psicologica, in cui le immagini si mescolano con simboli archetipici e antiche tradizioni spirituali. 

Le sue visioni che raccontano i sogni, sono stati momenti di sintesi tra il razionale ed irrazionale, maschile e femminile, passato e futuro nella costruzione di un linguaggio proprio che ha sfidato le convenzioni del tempo.