Anders, pensatore della discrepanza.

 Il Limite / RANIERO REGNI / 180

 

La tecnica può segnare quel punto assolutamente nuovo nella storia, e forse irreversibile, dove la domanda non è più “che cosa possiamo fare noi con la tecnica”, ma “che cosa la tecnica può fare di noi”.          G. Anders

 I pochi/molti lettori di questa rubrica forse ricorderanno che una delle sue costanti è stata quella di trovare, via via, dei sinonimi che approfondissero il concetto di limite. Un nuovo significato di questa parola lo si trova nel concetto di “discrepanza” elaborato da uno dei più importanti pensatori del XX secolo: G. Anders (1902-1992). Il filosofo ebreo-tedesco, poi costretto ad emigrare negli Stati Uniti in seguito all’avvento del Nazismo al potere, il cui vero nome era Gunther Stern (tra l’altro, primo marito di Hanna Arendt), vissuto nel XX secolo si sta rivelando come uno dei più utili pensatori per comprendere il XXI secolo.

Anders è il filosofo della discrepanza. Di che cosa si tratta? Della distanza, dello iato sempre più grande tra quello che sappiamo e sappiamo fare e le conseguenze dell’uso delle nostre conoscenze una volta divenute strumenti tecnici. Discrepanza anche tra quello che l’essere umano singolo e quello che la società conosce nel suo insieme. Oggi, nella società della conoscenza che appresta al nuovo balzo dell’Intelligenza Artificiale, si tratta anche del fatto che oramai neanche le élites sanno, neanche i vertici della società hanno gli strumenti per capire la portata dei cambiamenti che esse stesse stanno mettendo in atto. La nostra capacità di fare, di mettere in atto le procedure rese possibili dalla tecnica, è infinitamente superiore alla nostra capacità di agire, cioè di avere consapevolezza e di essere quindi responsabili e coscienti delle nostre scelte.

Assieme ad Hans Jonas e al loro maestro Heidegger, Anders appare come uno dei più autentici studiosi dei nostri tempi, non coì famoso come i primi due. Nell’età della tecnica, la responsabilità sembra oramai riguardare solo la buona esecuzione delle azioni impartite dall’apparato”, scrive anche U. Galimberti, citando proprio Anders.  Non a caso questi individua nel Nazismo il prototipo della mentalità tecnica, la cui irrazionalità e follia scaturisce però dalla razionalità dell’organizzazione che si sviluppa ed opera al di là di ogni orizzonte di senso. Ed è la tecnica che apre lo scenario dell’imprevedibile. Nelle società fino a ieri, il limite della conoscenza era quello di non sapere, ovvero un limite della conoscenza stessa. Oggi l’imprevedibile nasce invece dal non conoscere, e non poter quindi prevedere, le conseguenze delle cose che sappiamo e sappiamo fare.

Questo vuol dire che l’etica e la politica non riescono più a tenere sotto controllo le azioni umane. Il massimo delle capacità si associa oggi al minimo di conoscenza intorno agli scopi. Perché dobbiamo fare quello che sappiamo fare? La mancata risposta a questa cruciale domanda andersiana. E, la risposta sempre positiva della tecnica, è il cuore della discrepanza tra il massimo della di capacità e un minimo di conoscenza.

L’essere umano è più piccolo di se stesso. E’ questo il dislivello prometeico di cui Anders parla ossessivamente a partire dagli anni quaranta del secolo scorso, denunciando la minaccia del suicidio atomico di cui è stato uno dei massimi studiosi. Possiamo infatti, e allo steso tempo, più distruggere che costruire, ma siamo anche incapaci di distruggere quello che abbiamo costruito, ovvero il terrore di una guerra atomica.

Ciò che rende attuale il pensiero “eretico” di Anders scaturisce dal fatto che anche la sua biografia è straordinariamente originale e coerente con la sua teoria. Quando fugge dalla Germania nazista negli Stati Uniti, diventando un esule senza patria, Anders lavora come operaio alla catena di montaggio e sperimenta di persona l’alienazione di fabbrica, fa molti lavori e non trova uno sbocco accademico, entra in contatto poi con uno dei piloti che ha sganciato la bomba atomica, finito in manicomio, che lui definisce, l’ultima vittima di Hiroshima. Eppure, nonostante queste avversità, rimane fedele al suo compito di Cassandra inascoltata, lavorando ai due volumi del suo capolavoro che è L’uomo è antiquato, di cui il sottotitolo al primo volume suona Considerazioni sull’anima nell’epoca della seconda rivoluzione industriale, e il secondo, Sulla distruzione della vita nell’epoca della terza rivoluzione industriale.

Come nella favola di Goethe dell’apprendista stregone, il servo che ha carpito al suo padrone la formula magica per attivare la scopa che lavorerà al suo posto, non possiede però la formula per arrestarla. Siamo tutti apprendisti stregoni che agiscono razionalmente ma non vogliono pensare alle conseguenze irrazionali della loro azione, complici dell’irrazionalismo che nasce dalla razionalità tecnica.

Siamo sicuri che non dobbiamo pensare? Questa rubrica e questa rivista insistono invece sulla necessità di interrogarci e sulla necessità del pensiero. Anche se, pensare stanca.