FOTOGRAFIE E FEMMINISMI. STORIE E IMMAGINI DELLA COLLEZIONE DONATA PIZZI – FONDAZIONE SABA DI RAVENNA

La Fondazione Saba per l’arte di Ravenna ospita dal 5 ottobre al 15 dicembre 2024 la mostra fotografica “Fotografie e femminismi. Storie e immagini della Collezione Donata Pizzi”. Questa esposizione rappresenta un’occasione unica per esplorare l’evoluzione della fotografia femminista in Italia attraverso le opere di alcune delle principali protagoniste del movimento.

Ma cos’è la fotografia femminista? Claire Raymond, professoressa di storia dell’arte presso il dipartimento di Sociologia della Virginia, la descrive come un mezzo capace di veicolare significati femministi, anche in contesti in cui la volontà dell’autrice non coincide necessariamente con il messaggio finale.

Tomaso Binga,Oggi Spose,1977  

Questo periodo è caratterizzato da una profonda trasformazione politica, sociale e culturale nel paese, influenzata in gran parte dal movimento femminista che si discostava dalle tradizionali lotte per l’emancipazione femminile, opponendosi al modello di uguaglianza giuridica perseguito in altri contesti occidentali.

Il movimento femminista italiano negli anni Settanta si distingue dai movimenti internazionali, soprattutto perché critica il concetto di uguaglianza giuridica. Le femministe italiane, diversamente dal femminismo emancipazionista, ritenevano che il concetto di uguaglianza tentasse di omologare le donne agli uomini senza considerare le differenze di genere. Ad esempio, contrastavano leggi come quella del 1971 che, seppur nata per tutelare le lavoratrici madri, le confinava comunque al ruolo di cura familiare, rafforzando stereotipi di genere.

Il neofemminismo italiano si focalizzava più sul diritto all’esistenza e all’autodeterminazione, rifiutando la protezione e la tutela in senso tradizionale. I gruppi femministi si organizzarono in movimenti separatisti, praticando l’autocoscienza per esplorare le proprie esperienze e rompere con la dominazione maschile.

Lucia Marcucci, ESSA-EXTRA dalla serie PIN-UP-1965

La fotografia femminista nasce da uno sguardo non dominante, capace di sovvertire le narrazioni patriarcali, inserendosi nel dibattito culturale e sociale sui diritti e le rappresentazioni delle donne. L’uso del medium fotografico è stato centrale nel contesto artistico femminista italiano. Le artiste si proponevano di riscrivere la storia dell’arte da una prospettiva femminista, indagando il motivo della marginalizzazione delle donne e smantellando i criteri estetici maschili.

Lucia Marcucci, RAGAZZA SQUILLO dalla serie PIN-UP-1965

In questo contesto, il termine “arte femminista” è più appropriato rispetto ad “arte femminile”, in quanto queste opere avevano un chiaro intento politico quello di mettere in discussione i rapporti di potere tra uomini e donne. Le opere non solo esprimevano la consapevolezza della posizione di alterità vissuta dalle donne, ma esploravano anche la dimensione sessuale, spesso ignorata o distorta nelle rappresentazioni culturali dominanti.

La critica femminista dell’arte ha analizzato le relazioni tra femminismo, modernismo e postmodernismo, trovando paralleli con gli studi di genere ed altre discipline come la psicoanalisi, la semiotica e la teoria cinematografica. Questo approccio multidisciplinare ha consentito una riflessione profonda sulla soggettività femminile e sull’uso dell’arte come strumento di lotta politica.

Liliana Barchiesi, dalla-serie LE CASALINGHE – Milano,1979

La mostra curata da Federica Muzzarelli, professoressa ordinaria di Fotografia presso il Dipartimento delle Arti dell’Università di Bologna, propone una selezione di opere dalla Collezione Donata Pizzi, che abbraccia un arco temporale dal secondo dopoguerra fino ai giorni nostri. L’esposizione si concentra sugli anni ’60 e ’70, un periodo di forte fermento politico e sociale, e mette in dialogo poetiche generazionali diverse per creare un vero e proprio archivio del lavoro delle artiste e fotografe italiane.

La mostra si articola in quattro tematiche principali, che esplorano le diverse dimensioni dell’identità femminile e della sua rappresentazione:

Album di famiglia: In questa sezione, si possono ammirare i lavori storici di Tomaso Binga, che interrogano il concetto di memoria e identità familiare attraverso una prospettiva critica.

Tomaso Binga,Oggi Spose,1977

Identità di genere: Le fotografie di Lisetta Carmi e Giulia Iacolutti indagano le complessità dell’identità di genere, ponendo l’accento su storie e vissuti marginali che spesso sfuggono alla rappresentazione tradizionale.

Lisetta Carmi, dalla serie I TRAVESTITI, 1965-1970

Stereotipi e spazi di genere: Le opere di Liliana Barchiesi e Alessandra Spranzi aprono un dialogo sulla costruzione degli stereotipi e sulla ridefinizione degli spazi di genere, mettendo in luce le tensioni tra rappresentazione e realtà.

Alessandra Spranzi, COSE CHE ACCADONO , 2002-2005

Ruoli e censure sociali: In questa sezione, i lavori di Lucia Marcucci e Martina della Valle riflettono sulle dinamiche di potere, censura e controllo che influenzano i ruoli sociali delle donne.

Martina Della Valle, dalla serie THE-POST.IT-BOOK, 2014

La mostra non si limita alla fotografia: include anche opere tridimensionali come la scultura-oggetto Cosa ne pensi del movimento femminista di Paola Mattioli. Inoltre, le riproduzioni anastatiche del volume collettivo femminista Ci vediamo mercoledì. Gli altri giorni ci immaginiamo (1978) completano l’esposizione, offrendo un ulteriore spunto di riflessione sulla storia del femminismo italiano e la sua influenza sull’arte contemporanea.

Paola Mattioli, COSA NE PENSI DEL MOVIMENTO FEMMINISTA, scultura1974

La mostra, frutto di un importante progetto di ricerca coordinato dalle Università di Bologna, Roma La Sapienza e Parma, vuole essere non solo un omaggio alla fotografia femminista, ma anche un archivio vivente del lavoro delle artiste e fotografe italiane.

Paola Mattioli, Maquette da CI VEDIAMO MERCOLEDÌ. GLI-ALTRI GIORNI CI IMMAGINIAMO -1978