Intanto c’è da dire che quel motto non è stata un’invenzione di de Coubertin ma di un suo amico e sodale, un sacerdote, pedagogista ed educatore sportivo, ovvero padre Henri Didon, come ci ha ricordato opportunamente una grande studiosa della storia dello sport, Angela Teja in una recente pubblicazione (Padre Henri Didon. Un Domenicano alle radici dell’olimpismo, 2024). Il fatto che l’ispiratore sia stato un domenicano imbevuto di teologia tomistica getta una luce particolare su quel motto. Lo colora di un valore di perfezionamento umanistico e spirituale, lo slancio umano teso verso un Infinito che ha il nome di Dio. Quindi l’apparente arroganza si capovolge in una forma di umiltà. È il perfezionamento continuo della creatura umana che si rapporta con l’Altissimo, nella consapevolezza che nessuna pretesa di divinizzare l’essere umano è possibile. Proprio perché esiste Dio l’essere umano non è Dio. Né quel motto può essere inteso in maniera riduzionistica, in senso materialista e realista. L’essere umano come persona è infatti unità di copro, anima e spirito e il perfezionamento dovrebbe avvenire armonicamente in tutte e tre le dimensioni. Questo intendeva padre Didon. Anche se poi è stato secolarizzato fin quasi a significare il suo contrario, cioè che l’unica cosa è superare gli avversari e la vittoria è tutto, cosicché l’invito a superare i limiti finisce in un elogio disumano e diseducativo dell’eccesso.