HomeEditorialiGOETHE: IL VIAGGIO IN ITALIA RACONTATO CON PRECISIONE “CHIRURGICA” (Prima parte: da Rovereto a Roma)

GOETHE: IL VIAGGIO IN ITALIA RACONTATO CON PRECISIONE “CHIRURGICA” (Prima parte: da Rovereto a Roma)

Editoriale  / 161

 di Pierluigi Palmieri

Pasquale Simone,  apprezzatissimo nella Marsica e in Abruzzo come chirurgo e altrettanto come uomo di cultura, ha tenuto una conferenza sul tema “Goethe: il viaggio in Italia”. L’argomento è stato sviluppato in modo dettagliato. L’oratoria  del relatore ha tenuto inchiodati  gli intervenuti alla Sala “Nicola Irti”  del complesso Montessori  attigua alla Piazza Principale di Avezzano. Personalmente ho apprezzato l’efficacia  con cui Simone ha presentato tutte le sfaccettature della personalità e degli interessi del grande Goethe, lo stato d’animo che lo pervadeva al momento della partenza da Karlsbad, le sue aspettative e l’effetto  rigenerante procuratogli dal respirare i luoghi e la cultura in tutta Italia.

La relazione è stata sviluppata seguendo non un testo scritto, bensì una traccia che il relatore aveva ben impressa nella mente. Ho chiesto a Pasquale Simone di metterla nero su bianco per i lettori di Centralmente e con la signorilità che lo contraddistingue, ha accettato. Per rispettare il nostro taglio editoriale proponiamo qui si seguito la prima parte del “ Viaggio” (da Rovereto a Roma) riservandoci di offrire la seconda parte del racconto con il prossimo numero ripartendo da Napoli e dalla “Campania Felix” e poi dalla Sicilia, con tanto di riferimenti  “extra culturali” che, posso garantire,  rendono molto gradevole la lettura.

GOETHE: VIAGGIO IN ITALIA. ( prima parte: da Rovereto a Roma)

di Pasquale Simone

Conosci tu la terra dove fioriscono i limoni, gli aranci dorati rilucono fra le foglie scure,

una mite brezza spira dal cielo azzurro,il mirto immoto resta e alto si erge l’alloro,

La conosci tu, forse ? Laggiù, laggiù Con te, amore mio, io vorrei andare.

Conosci tu la casa ? Il tetto riposa su alte colonne,risplende la sala, la stanza riluce, e si ergono statue di marmo che mi guardano:

Che cosa ti hanno fatto, povera bambina ? La conosci tu forse ?

Laggiù, laggiù Con te, mio difensore, io vorrei andare.

Conosci tu la montagna e il suo sentiero fra le nuvole ? Il mulo cerca il suo cammino nella nebbia;

Nelle grotte vive la stirpe antica dei draghi; Si sgretola la rupe e su di essa si chiudono i flutti,

La conosci tu, forse ? Laggiù, laggiù E’ il nostro cammino; andiamo, padre mio!

JOHANN WOLFGANG VON GOETHE

(da Gli anni di apprendistato di Wilhem Meister 1795)

Goethe, dopo il grande successo del Werter, viene chiamato a Weimar dal Duca Carlo Augusto e qui risiede per circa dieci anni, svolgendo un ruolo paragonabile a quello di un segretario di Stato, occupandosi di forestazione, economia, politica estera e, soprattutto, eventi culturali.

In tutta l’Europa si sta formando e sviluppando una nuova, rivoluzionaria corrente artistica chiamata Romanticismo, in completa antitesi al Razionalismo illuminista. Egli, però, anche sollecitato dalla lettura del teorico del Classicismo Winkelmann, si sente un classicista. Incuriosito anche dai disegni del padre eseguiti in un suo viaggio in Italia (era consuetudine per alcuni intellettuali effettuare il cosiddetto Grand Tour in Italia), decide di trasferirsi per un breve periodo nel bel Paese. Nei circa dieci anni trascorsi a Weimar, la sua vena letteraria, probabilmente a causa dei numerosi impegni di lavoro, si stava spegnendo. Aveva in cantiere opere importanti quali Ifigenia in Tauride, il Tasso, il Wilhelm Meister, l’Egmond ma non riusciva a portarli a termine. Sentiva che il suo destino di uomo e di artista si sarebbe

realizzato solo in Italia.

Parte all’improvviso, in piena notte, dalla località termale di Karlsbad, dove stava soggiornando e, sotto falso nome, si dirige al Sud. Attraversa il Brennero, ammira e descrive le suggestive pareti calcaree delle Alpi – era un esperto geologo – supera Trento e raggiunge Rovereto, prima città in cui si parla l’amata lingua italiana che egli, assieme al latino, aveva appreso dal padre.

La tappa successiva è Padova: visita l’antica Università dove apprezza il prestigioso, peraltro angusto, Teatro anatomico. Esplora l’ortobotanico dove, per la prima volta, manifesta quell’idea della pianta originale – urpflanze – che lo accompagnò tutta la vita. Visita la Cappella Ovetari ove, ammirato, decanta gli affreschi di Mantegna ma non entra nella confinante Cappella Scrovegni dipinta da Giotto. Questo singolare, inspiegabile comportamento ci fa capire come il viaggio in Italia di Goethe non può mai essere preso come guida turistica, perché tale non è, trattandosi di un viaggio nell’anima, caratterizzato dall’amore per l’arte classica e il disprezzo per quella gotico – medievale.

L’illustre viaggiatore avverte il bisogno di una deviazione sul lago di Garda, in particolare a Torbole, per gustare le pere e i fichi bianchi e dove, per la prima volta, vede quel frutto che tanto lo attraeva e che nell’immaginario collettivo è diventato sinonimo del Bel Paese, il limone, come recita la celeberrima canzone di Mignon nel Wilhelm Meister (Conosci tu la terra dove fioriscono i limoni…).

Di Verona ammira l’Arena, che normalmente è occupata da mercatini ed è rifugio dei mendicanti e in essa, da uomo lungimirante qual’ è, intravede manifestazioni artistiche future.

Vicenza lo affascina. È la città di Andrea Palladio, architetto sommo che ha l’eguale solo nel suo maestro riconosciuto Vitruvio. Gode dei gioielli architettonici quali il Teatro Olimpico, un unicum con la sua scenografia già costruita, la Basilica, la Rotonda, definita come l’ideale villa di campagna.

Poi Venezia, la città dei castori, secondo una sua felice definizione. Gira in gondola e realizza così un sogno infantile di quando il padre, tornando dall’Italia, gli portò in regalo una piccola gondola. Di questa città, però, va solo alla ricerca delle opere del Palladio, quasi trascurando il resto, anche se si tratta di Tiziano. Apprezza il Tintoretto.

Rapida visita a Bologna, ricorda qualche opera del Domenichino, dei fratelli Carracci e, soprattutto, di Guido Reni.

Si sofferma solo tre ore a Firenze, visitando rapidamente il Battistero, il Duomo e il Giardino di Boboli con un commento appena positivo su quest’ultimo.

Perugia viene notata solo per la sua posizione.

Si sofferma ad Assisi, dove ammira le colonne corinzie della Chiesa di Santa Maria della Minerva. Ancora evita Giotto e gli altri artisti della Basilica di San Francesco, definiti addirittura con termini dispregiativi: detestava lo stile gotico.

Adesso lo attende Roma. Vi giunge, come tutti i pellegrini del tempo, attraversando Porta del Popolo, l’Obelisco e ha davanti la prospettiva di Via del Corso, dove troverà alloggio al civico 18, grazie all’interessamento dell’amico pittore Tischbein, che lo accompagnerà in tutte le sue escursioni successive, immortalando nei suoi disegni i paesaggi più interessanti. I primi giorni alloggia all’Osteria dell’Orso, famosa perché ospitò Dante, Rabelais, Montaigne. La città lo accoglie con un abbraccio, similmente alla statua di marmo che, animandosi, andò incontro al suo scultore Pigmalione che tanto la desiderava. 

Goethe rinasce.  Gira per la città, i grandi monumenti dell’antichità sono immersi nel verde: il Foro, il Colosseo, gli Archi degli imperatori, i colli che hanno segnato la storia del mondo antico, la Cappella Sistina, la Stanze del Vaticano. Per Goethe gli artisti sommi sono Raffaello e Michelangelo. Nell’Accademia di San Luca è custodito il cranio di Raffaello; ne vuole una copia, se ne fa fare un calco e lo venera come una reliquia. “Solo in un cranio così bello, armonioso si poteva muovere liberamente un’anima gentile e serena”, commenta.

Visita, al lume delle torce, così come era usanza, i grandi capolavori scultorei quali il Laocoonte, l’Apollo e il Torso del Belvedere, le sculture del Museo Pio – Clementino e del Campidoglio. È testimone del trasferimento al costituendo Museo Archeologico di Napoli del Toro Farnese, considerato il più colossale gruppo marmoreo dell’antichità, e dell’Ercole Farnese, dopo il fortunato ritrovamento delle gambe (quelle presenti erano state scolpite da Giacomo Della Porta, su disegno di Michelangelo).

Assiste a concerti nella Cappella Sistina – memorabile quello del “Miserere” di Allegri e degli “Improperi” di Pierluigi da Palestina. Registra incontri importanti quali quelli con l’Abate Vincenzo Monti, il traduttore dell’Iliade di cui apprezza la tragedia “Aristodemo”. Scrive pagine molto ispirate, pur essendo protestante, su San Filippo Neri, il Santo dell’Allegria e sulla sua straordinaria attrattiva sui giovani. Acquisisce alcuni calchi quali Zeus di Otricoli, la Giunone Ludovisi, la Medusa sul portone del Palazzo Rondanini, ubicato di fronte alla sua abitazione.

(continua nel prossimo numero di Centralmente LA RIVISTA)

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