Home La Rivista Politica, economia e finanza ITALIA: DAL BARATRO AL RILANCIO. SARA’ LA VOLTA BUONA?

ITALIA: DAL BARATRO AL RILANCIO. SARA’ LA VOLTA BUONA?

Valore & Valori / Mario Travaglini / 227

Chi l’avrebbe detto tre anni fa? Chi avrebbe scommesso un euro sul destino del nostro Paese?
Nell’autunno del 2022 l’Italia era considerata il malato d’Europa: lo spread oltre 230 punti base, un deficit al 7,8 %, rating minacciati dalle agenzie internazionali e un Paese che arrancava ancora dopo la pandemia. Sui tavoli di Bruxelles circolava la previsione – mai detta apertamente, ma presente nei corridoi – che Roma sarebbe presto tornata sotto tutela.

Tre anni dopo, dicembre 2025, la fotografia è radicalmente cambiata.
Lo spread ha toccato questo venerdì i 70 punti base, il minimo da venticinque anni; Fitch, S&P e Moody’s hanno rivisto al rialzo il giudizio sull’Italia; la disoccupazione è scesa al 6,1%; il numero degli occupati ha superato i 24,2 milioni. E soprattutto: il deficit 2025 chiuderà sotto il 3%, soglia simbolica ma fondamentale per il rientro nella normalità fiscale.

Secondo indiscrezioni, la Commissione Europea sta per annunciare la chiusura della procedura per disavanzo eccessivo aperta ormai nel lontano 2018.
Per un Paese abituato da anni a convivere con diffidenza e sospetti dei mercati, è un cambio di clima che rasenta lo storico.

Ridurre lo spread non è un vezzo da addetti ai lavori: significa denaro reale che non finisce nei forzieri dei creditori internazionali ma resta in Italia. Ogni 50 punti base in meno valgono fra i 4 e i 5 miliardi l’anno di risparmio sugli interessi. E quando il Tesoro spende meno per il debito, famiglie e imprese respirano.
Oggi un mutuo casa sotto il 3% non è più un miraggio: una famiglia che accende un prestito da 150.000 euro a 25 anni paga circa 180-200 euro in meno al mese rispetto al 2022. Non bonus, non mance: semplice stabilità finanziaria.

IL benefici per le imprese sono altrettanto significativi: il costo del credito per le PMI è sceso di oltre un punto e mezzo. Aprire un bar, un’officina, una piccola startup è diventato meno proibitivo. Anche le bollette sono meno aggressive grazie alla possibilità – garantita dal minor costo del debito – di prorogare sconti e bonus sociali senza far saltare i conti.

Ma il dato più sorprendente è quello dell’occupazione.
In soli dodici mesi l’Italia ha messo a segno 520.000 occupati in più: cifre che il Paese non vedeva dai tempi del boom demografico. L’occupazione giovanile è ai massimi da vent’anni, quella femminile ha toccato il 52,4%, e il tasso complessivo 15-64 anni ha raggiunto il 61,8%, record assoluto.

Dietro questa dinamica non ci sono miracoli, ma una combinazione di interventi controllati e realistici:
• taglio del cuneo fiscale che ha aumentato il netto in busta senza aggravare la spesa pubblica;
• decontribuzione selettiva, mirata a giovani e donne, che ha ridotto il costo del lavoro senza drogare il sistema;
• semplificazioni dei contratti che hanno favorito l’ingresso, non la precarietà.

I critici notano che buona parte dei nuovi posti si concentra ancora nei servizi a bassa intensità tecnologica. È vero. Ma resta il fatto che l’Italia, per la prima volta dopo anni, crea lavoro in modo stabile

Per i conti pubblici è stata una inversione non scontata e, perciò, ancor più gratificante. Portare il deficit al 3% senza nuovi balzelli è stato il passaggio più delicato. Per farlo è servita una mistura non sempre popolare, ma efficace: una spending review reale (che ha toccato partecipate, ministeri e micro-agevolazioni), un gettito extra ottenuto dall’incrocio dei dati anti-evasione – molto più incisivo della propaganda – e alcune misure una tantum calibrate per evitare scossoni.

Il risultato: un avanzo primario del 2% del PIL, uno dei migliori in Europa. Ed è la condizione necessaria per ridurre davvero, nei prossimi anni, il debito pubblico.

Qui vale la pena dirlo: non è stata una passeggiata. Il rallentamento economico in Germania, l’incertezza geopolitica e la stretta sui tassi hanno reso la rotta complicata. Ma la nave ha tenuto.

L’Italia del 2025 non è il Bengodi, non è la Germania, non è un miracolo improvviso, ma è un Paese che cambia passo
Ha ancora un debito gigantesco, una giustizia civile che spaventa gli investitori e una produttività che cresce a velocità di bradipo.
Ma ha cambiato direzione di marcia, e questo – per un Paese abituato a deragliare ogni cinque anni – conta più del punto di arrivo.

Gli investimenti esteri lo dimostrano: nel 2025 gli IDE supereranno i 45 miliardi, massimo dal 2007.
Significa che chi mette soldi veri scommette sull’Italia, non contro di essa. La domanda finale è dunque la seguente: sarà la volta buona?
È presto per dirlo. Ogni governo arriva a un bivio: continuare sulla strada dell’equilibrio o lasciarsi tentare dal ritorno alla spesa facile. La differenza la farà la politica dei prossimi due anni.

Ma una cosa è certa: nel dicembre 2025 l’Italia è un Paese più solido, più credibile, più occupato di quanto non fosse tre anni fa. La Francia e la Germania che sono i nostri competitors diretti cominciano a preoccuparsi.
E questo – in un Paese che ha fatto del pessimismo la sua corazza culturale – è già un risultato enorme. Non la fine del viaggio. Ma, finalmente, un nuovo inizio.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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