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CHI DISTRUGGERA’ IL DOLLARO

Valore & Valori / Mario Travaglini / 176

Da martedì 22 ottobre e per tre giorni nella città russa di Kazan si è tenuta  la riunione dei BRICS, il gruppo di paesi originariamente composto da Brasile, Russia, India, Cina e Sudafrica ai quali circa un anno fa si sono aggiunti Egitto, Iran, Etiopia ed Emirati Arabi Uniti. Non mi soffermo sulla cronaca dell’avvenimento né sul fatto che sia stato Putin ad organizzare l’evento per comunicare al mondo di non essere isolato. Ciò di cui mi preme parlare è che i paesi che hanno raccolto l’invito sono stati ben 36, il ché segnala che i  BRICS continuano a guadagnare potere sulla scena internazionale e ad avanzare nel progetto che riguarda la creazione di una nuova valuta. In funzione di questo obiettivo i BRICS hanno avviato nel 2014 un ambizioso processo di istituzionalizzazione delle loro iniziative fondando la Nuova Banca per lo Sviluppo (NDB), alla quale è stato assegnato il compito di promuovere le infrastrutture nelle economie emergenti, copiando, in sostanza, quello che fa la Banca Mondiale per le economie dei paesi occidentali. Nel 2015 hanno poi istituito il Contingent Reserve Arrangement (CRA), che funge da prestatore di riserva per i paesi che incontrano temporanee difficoltà nella bilancia dei pagamenti. In questo senso,  poiché le funzioni della CRA sono simili a quelle del Fondo Monetario Internazionale (FMI), sono portato a pensare che stanno costruendo una versione rivista e corretta delle istituzioni di Bretton Woods. Ai nove membri attuali presto si aggiungeranno una ventina di altri paesi che, oltre ad essere pericolosi per lo scarso rispetto delle regole democratiche, modificheranno gli equilibri economici mondiali per il peso specifico che detengono nell’ambito di alcuni mercati come quello del petrolio o dell’estrazione dell’oro Tra questi ci sono vere e proprie potenze demografiche o economiche come Nigeria, Venezuela, Indonesia, Malesia, Turchia, Tailandia e Vietnam. Se poi trasferiamo l’analisi sul solo terreno demografico ci accorgiamo che, insieme, hanno una popolazione complessiva di 2,8 miliardi di persone, ovvero il 35% dell’intera popolazione del globo, il che li rende comunque forti, al di là del reddito pro capite espresso. La possibilità che venga trovata una intesa per una valuta comune acquisisce sempre più credito, crea confusione, preoccupa molti esperti e dovrebbe allertare tutto l’occidente che nel frattempo, invece, dorme. Questo è dunque il tema. Proviamo a svolgerlo.  Per comodità chiameremo questa potenziale valuta Oriental, anche se non è stato annunciato alcun nome ufficiale. Per cominciare, dobbiamo distinguere tra valuta di pagamento e valuta di riserva. Quella di pagamento viene utilizzata per acquistare e vendere beni e servizi commerciabili mentre la valuta di riserva è quella in cui vengono investiti i risparmi nazionali, generalmente in titoli del Tesoro oppure oro. Alcune valute svolgono sia la funzione di valuta di riserva che di valuta di pagamento, come il dollaro statunitense e l’euro. Un ministro delle finanze o un banchiere centrale possono passare dall’una all’altra: il denaro guadagnato può essere investito come riserve e le riserve possono essere vendute per finanziare acquisti. Questa distinzione  potrebbe far sorridere se riferita alle monete occidentali (dollaro, euro o sterlina) mentre per l’Oriental dei BRICS, essendo molto lontana dall’affermarsi come valuta di pagamento universale, l’accumulo potrebbe creare notevoli rischi per le sue improvvise fluttuazioni di valore. Per questo motivo i BRICS stanno accelerando per avere un’adesione sufficientemente ampia alla loro unione monetaria: solo così possono consentire a un destinatario di qualsivoglia pagamento di utilizzare l’Oriental per acquisti in molte giurisdizioni per una vasta gamma di beni e servizi. Quest’ultimo punto è cruciale perché è il punto in cui la maggior parte degli accordi di pagamento in valuta alternativa falliscono. La Russia può vendere petrolio alla Cina in cambio di yuan (cosa che fa attualmente), ma è limitata in termini di dove spendere i propri yuan (a parte le società cinesi di beni e semiconduttori). Lo stesso problema si pone quando la Russia vende petrolio all’India (in cambio di rupie) o armi all’Iran (in cambio di rial). In sostanza accade che il venditore risulta limitato nelle sue operazioni commerciali  di acquisto in quanto la valuta incamerata dalle vendite è inutilizzabile con gli altri partners commerciali. Questo vincolo scompare, o comunque si attenua di molto, in un’unione monetaria i cui membri superano le 20 unità, come  l’Eurozona insegna. Inoltre, l’uso di una moneta di pagamento in un’unione monetaria forte e con più membri non è limitato a questi ultimi perché anche i paesi che non sono membri del gruppo potrebbero accettare di ricevere Oriental,  confidando nel fatto di poter commerciare con un numero elevato di paesi membri disposti ad accettare quella moneta in pagamento delle transazioni tra loro intercorse. Se fondare e poi utilizzare una moneta di pagamento potrebbe essere quindi tutto sommato fattibile, passare da una valuta di pagamento a una valuta di riserva è ben più difficile. Il prerequisito qui è la necessità di un enorme mercato obbligazionario. Un mercato obbligazionario affidabile e altamente regolamentato, circondato da infrastrutture transazionali e legali nelle quali i titolari possono fare affidamento in caso di contenzioso o inadempienza. Tutti questi elementi esistono nel mercato obbligazionario in valuta di riserva finale, vale a dire il mercato dei titoli del Tesoro dei Paesi occidentali, Stati Uniti in primis.  Nessuno di questi esiste sotto forma di un presunto mercato obbligazionario BRICS. Probabilmente ci vorranno dieci anni o più per creare un’infrastruttura valutaria di riserva, e l’ostacolo principale sarà lo stato di diritto.

Detto tutto questo, passiamo ad esaminare gli interessanti e  possibili sviluppi. In primo luogo, che al netto delle roboanti affermazioni di principio che gli Stati Uniti, ed a seguire l’Europa,  antepongono a qualsivoglia azione diplomatica, occorre rilevare che tutto l’Occidente sta mettendo a repentaglio il proprio vantaggio in termini di stato di diritto laddove impone sanzioni attraverso la confisca delle masse monetarie della Banca Centrale Russa per convertirle in un prestito di oltre 50 miliardi di dollari all’Ucraina. Un segnale che in definitiva pone non solo l’America ma tutto l’occidente allo stesso livello del despota russo in quanto calpesta le più elementari norme del diritto internazionale.

Di fronte a tale comportamento molti paesi stanno diventando più cauti nei confronti delle grandi riserve di titoli del Tesoro statunitensi nonostante gli sforzi del Segretario del Tesoro americano Janet Yellen di evitare l’ascesa di Oriental  e dell’oro che, nel frattempo, essendo un bene fisico che non può essere rubato, congelato o sequestrato quando è tenuto al sicuro, è diventato il principale bene rifugio dei BRICS. Quello che originariamente era un espediente politico per battere Trump si è trasformato in un altro fattore di caduta del mercato del Tesoro statunitense ed  un ulteriore vantaggio per il Tycoon che, però, sebbene sia stato premiato anche con una maggioranza in Senato e in Parlamento, per evidenti ragioni di geopolitica internazionale, difficilmente riuscirà ad arginare la realizzazione di Oriental. Staremo a vedere, ma ho la certezza  che il processo di dedollarizzazione sia ormai irreversibile e che la politica politicante dell’intero Occidente sia assolutamente inadeguata  a fronteggiare i giganteschi pericoli futuri.

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