CHE COSA CI FANNO I MEZZI A MOTORE SUI SENTIERI DI MONTAGNA?

 Il Limite / RANIERO REGNI / 176

Stai pedalando in salita, su una strada in terra battuta. Ogni tanto ti guardi attorno e contempli il paesaggio. Ascolti la voce del bosco e dei suoi abitanti. Una particolare forma di silenzio fatta in realtà di tante voci che parlano assieme, quelle degli alberi mossi dal vento. Ad un tratto senti il rombo di motori che si avvicinano. È una squadra di cacciatori che vanno ad una battuta al cinghiale. Ti devi accostare, la strada è stretta e tu rischi di cadere, perché il margine della carreggiata è sempre pieno di pietre e ghiaia. Li lasci passare. Adesso ti tocca respirare gasolio bruciato, idrocarburi aromatici combusti. Ti tocca mettere nei tuoi polmoni, dilatati dallo sforzo, un’aria inquinata e puzzolente. Quella stessa che domina sulle strade di città. Eppure qui sei in alto, lontano dai centri abitati, sugli Appennini. Sei venuto proprio qui per respirare un’aria che profuma, che sa di buono.

Allora decidi di lasciare la strada sterrata e di imboccare un sentiero stretto che attraversa il bosco. Le ruote della tua bicicletta calpestano un tappeto multicolore di foglie, entri in gallerie fatte di alberi così fitti che non ti fanno vedere il cielo. Ogni tanto il sentiero si apre in radure. Senti un ruscello che scorre tra gli alberi ma non lo riesci a vedere. Hai appena notato delle auto fuoristrada parcheggiate. Sono cercatori di funghi e tartufai che senti ogni tanto parlare e muoversi nel fitto del bosco.

Sali ancora più in alto e ti addentri ancora di più nel fitto. Il sentiero è appena sufficiente per farvi passare le ruote della tua bici. Vai piano, concentrato, pronto a frenare, anche se la velocità è bassissima, ad evitare i rami che sporgono da tutte le parti. Respiri il profumo del bosco, che sa di muschio e foglie secche. Ma anche qui l’incanto viene interrotto da una fila di moto da cross che tu devi far passare che, con i loro motori a due e quattro tempi, rompono l’incanto e appestano l’aria. Pensi che non c’è scampo.

Certo, la montagna è di tutti. Anche se molte sue parti sono addirittura proprietà privata, essa è uno di quei beni comuni di cui nessuno si può appropriare in maniera esclusiva. Tutti hanno diritto di goderne la bellezza. Ma che senso ha permettere l’accesso ai veicoli a motore su tutti i sentieri, le mulattiere, l’infinita rete dei tratturi di montagna?

Eppure la Regione dell’Umbria ha modificato un comma di una precedente legge regionale, autorizzando il passaggio di auto, fuoristrada, moto, quad e altri mezzi a motore che possono transitare sui sentieri, sulle mulattiere, sui viali parafuoco e sulle piste di esbosco e di servizio ai boschi e pascoli, a meno che non siano contrassegnate da apposite tabelle indicanti il divieto di transito. Questo significa che non ci sono limiti per l’ingresso di mezzi a motore negli ecosistemi montani.  Ecosistemi che sono sensibili e fragili, come fanno osservare l’Ordine dei geologi regionali dell’Umbria, il WWF, il Club Alpino Italiano e tutti quegli operatori turistici, guide alpine ed escursionistiche che, tra l’altro, fanno manutenzione nelle miglia di chilometri di sentieri. Organizzazioni che hanno fatto sentire il loro dissenso.  Scontrandosi però con l’arroganza, unita ad una proporzionale ignoranza, di chi governa la regione che, per il fatto di aver vinto le elezioni (come li si sente ripetere spesso anche a livello nazionale), pensa di poter comandare (non governare), senza ascoltare nessuno.

Che senso ha puntare milioni di euro per promuovere una regione, cuore verde d’Italia, per i suoi sentieri rigati da decine di migliaia di cicloturisti, di escursionisti e di pellegrini che la attraversano ogni anno e poi compromettere l’ambiente montano?

Che senso ha puntare sul turismo di qualità ed ecosostenibile e poi permettere ai motociclisti di scorrazzare dappertutto? Sarebbe stata necessaria una consultazione dei vari gruppi interessati per trovare una soluzione di buon senso, riservando alcuni tratti o zone di montagna anche ai mezzi a motore, lasciando invece il divieto per tutto il resto. Come si fa a mettere migliaia di tabelle su migliaia di chilometri di sentieri che non si sa dove iniziano e non si sa dove terminano?

Con queste domande in testa riprendo a pedalare. Poi mi fermo per far passare un gruppo di camminatori. Vengono dalle Marche e sono due giorni che sono in cammino per andare ad Assisi. Parlo con loro. Alcuni sono stranieri e sono incantati, ammirati dalla bellezza del paesaggio. Mi dicono quanto sono fortunato a vivere qui. Hanno ragione. Anch’io, che in questo ecosistema unico ci sono nato e cresciuto, rimango ancora colpito dalla sua bellezza. Ma io so che questo ambiente è minacciato. Riusciremo a trasmetterlo intatto alle future generazioni, in modo tale che anche loro possano goderne, e magari un giorno possano ringraziare, silenziosamente, in cuor loro chi li ha preceduti, per averlo conservato?