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GOETHE: IL VIAGGIO IN ITALIA RACCONTATO CON PRECISIONE “CHIRURGICA” (seconda parte:  da Napoli  alla Sicilia e ritorno a Roma)

Letteratura / 164

di Pasquale Simone

Come preannunciato nel precedente numero pubblichiamo la seconda e ultima parte dell’articolo di Pasquale Simone,  che,  a fine giugno, una ha tenuto una conferenza  sul tema Il Viaggio in Italia di Goethe nella Sala Irti di Avezzano. Ringraziamo ancora lo studioso originario di Secinaro trapiantato nella Marsica per esercitare la sua apprezzatissima professione di medico chirurgo , per aver accettato di offrire questo contributo ai nostri lettori. Simone qui ci accompagna nel viaggio di Goethe verso il Sud d’Italia,  che inizialmente lo vede immergersi nella quotidianità  di una Napoli che lo sorprende e di cui apprezza anche le “apparenti “negatività”. Dopo  un viaggio avventuroso approda a Palermo. Anche del soggiorno in Sicilia il nostro Simone ci offre un quadro  chiaro e coinvolgente, come pure del rientro di Goethe a Roma per  il suo secondo soggiorno.  Il tutto “firmato” con la dotta citazione tratta dal Tristia di Ovidio.

(PLP)

Ecco il link della prima parte: GOETHE: IL VIAGGIO IN ITALIA RACONTATO CON PRECISIONE “CHIRURGICA” (Prima parte: da Rovereto a Roma) – Centralmente

PARTE SECONDA

Goethe si dirige poi  a Napoli, attraversando la “Campania felix”. Lo affascinano i templi di Paestum affioranti dalle acque paludose perché l’area, non era stata bonificata. Giunge a Napoli, trova l’abitazione di fronte al Porto di Santa Lucia. La vista del Golfo lo affascina così come il popolo. Osserva con stupore che la città è molto pulita perché c’è un via vai continuo di carretti e di asini con delle gerbe che trasportano i rifiuti, usati come concimi, nei rigogliosi orti vicini. A suo parere, non esiste la disoccupazione come gli avevano preannunciato. Tutti sanno inventarsi, giorno per giorno, un’attività: quella del facchino, del venditore di acqua, di verdura e di oggetti vari. Perfino i bambini, fin dai tre quattro anni, raccolgono con le loro manine trucioli prodotti dalla lavorazione del legname e li vendono, in piccole quantità, ai passanti perché possano accendere il fuoco. Annota che essere straccione a Napoli, con pochi panni addosso, non significa essere vagabondo. Nei Paesi del Nord Europa questa condizione sarebbe un dramma. Il clima di Napoli, invece, consente di vivere bene perché si può passare la notte in rifugi di fortuna per poi risvegliarsi felici all’alba e reinventarsi la vita. Compie ben tre ascensioni sul Vesuvio, trascinato letteralmente nella parte più impervia da accompagnatori (degli Sherpa ante litteram). La potenza del Vulcano lo affascina, da naturalista qual è, soprattutto l’ultima ascensione durante la quale rischia il soffocamento, causa la densa nube di cenere e lapilli. Nello scendere da questa pericolosa avventura, però, si para ai suoi occhi la vista scintillante del Golfo sicché ne trae l’originale riflessione: in questo posto l’orribile e il bello, il dramma e la felicità a contrasto si annullano. Ne deriva l’apatia. Ecco perché la vita del popolo napoletano scorre tranquilla, quasi per inerzia.

Goethe a Napoli ha degli incontri importanti: in particolare quello con Gaetano Filangieri, autore della “Scienza della Legislazione”. Questo intellettuale napoletano gli parla di Cesare Beccaria e con orgoglio di Gianbattista Vico. Beniamino Franklin, allora Ministro degli Esteri della Federazione americana, andò a Napoli per istruirsi sulla creazione della Costituzione americana, inserendovi il Principio originale del Filangieri del “Diritto alla felicità”.

Fece una sortita a Ercolano e Pompei, riportati alla luce con gli scavi di Carlo di Borbone. Sintetizzò il suo interesse per questi luoghi con questa frase rimasta celebre: Mai tragedia tanto grande ha portato altrettanto grande felicità all’umanità.

Il pensiero di Goethe è proiettato alla Sicilia, dove tutte le civiltà del passato si concentrano e da dove, altresì, si irradiano come raggi di luce. Si imbarca sulla nave a vela, c’è però bonaccia. Al posto delle trentasei ore occorrono quattro lunghi giorni per raggiungere Palermo. Soffre il mal di mare ma, alla fine, la semplice vista dell’agognata meta gli regala il completo benessere.

Sbarca e trova alloggio. Il colpo d’occhio della città è molto positivo. La prima escursione è al Santuario di Santa Rosalia. Suggestiva è la strada che porta all’Eremo sul Monte Pellegrino, che definisce la più bella altura del Mondo. Ha l’occasione di vedere la statua della Santa, una “giovinetta con gli occhi velati” che riposa con la testa appoggiata ad una mano carica di anelli. Non è particolarmente attratto dai monumenti e dalle fontane della città. Trascorre, invece, ore felici nel meraviglioso giardino vicino al molo, corrispondente all’odierno Parco della Favorita, che gli ricorda, essendo uomo intriso di profonde letture classiche, il giardino dei Feaci. Sente, perciò, il bisogno impellente di acquistare un Omero per poter leggere, in quel suggestivo ambiente, all’amico pittore Kniep il brano dell’Odissea in questione. Tale preziosa Odissea adesso è custodita a Weimar. Palermo è una città sporca, le strade hanno dappertutto uno strato di rifiuti che non viene normalmente rimosso come, invece, succedeva a Napoli. Un anziano signore fornisce su questo fatto una spiegazione singolare: lo strato di immondizia serve a far viaggiare le carrozze dei signori sul morbido e a nascondere agli amministratori le parti sconnesse del ciottolato. Goethe si incuriosisce della famiglia di Giuseppe Balsamo alias Cagliostro, stregone e indovino famoso in tutt’Europa, coinvolto nell’intrigo della collana della Regina Maria Antonietta, finito poi in carcere nella Rocca di S. Leo. La famiglia di questo personaggio è umile e bisognosa. Goethe vorrebbe aiutarla donandole i soldi che le erano stati sottratti da Cagliostro ma le sue necessità di viaggiatore non lo consentono. Gli parlano di Palagonia e del suo bizzarro Principe, ne visita la villa ma è fortemente disturbato dalle numerose sculture di figure umane e animali, in forma di mostri, e dalle architetture stravaganti. Perfino il diligente amico Kniep tenta di rifiutarsi di dipingere queste oscenità. Esce da Palermo e visita il tempio di Segesta. La bellezza delle intatte colonne doriche di questo tempio, mai concluso, si inserisce perfettamente nel brullo ambiente collinare. Grande godimento anche nell’antica Girgenti, oggi Agrigento, con i suoi templi di Concordia, Giunone e Giove. La visita all’interno dell’isola a Castro Giovanni e a Enna è faticosa e poco interessante. Trova scarsa ospitalità. In una circostanza deve addirittura far tagliare delle tavole per potersi costruire un letto precario. Taormina, il teatro greco, lo sfondo dell’Etna sono occasioni per il pittore amico di disegni molto riusciti. Goethe effettua solo una timida escursione a dorso di mulo sui primi balzi del vulcano. A Messina effettua acute osservazioni sulle baracche costruite dopo un disastroso terremoto di pochi decenni prima.

Ritorna al continente. Il secondo lungo soggiorno a Roma servirà a concludere le sue opere letterarie prima accennate[1]. Egli approfondirà le sue osservazioni sui monumenti antichi. Verrà accolto con entusiasmo nell’Accademia dell’Arcadia con il nome fittizio di “Megalio Melpomenio”. Fa una dettagliata descrizione della corsa dei cavalli berberi sul Corso, dall’Obelisco di Piazza del Popolo a Piazza Venezia. Si sofferma sulla descrizione del Carnevale, una festa che il popolo, non l’amministrazione, regala a se stesso.

Poetica, infine, la pagina degli ultimi momenti nella Città Eterna. Per tre lunghe notti la luna piena splende sui grandi monumenti antichi. L’ultima notte Goethe esce dalla sua abitazione, attraversa Via del Corso, raggiunge Piazza Venezia, sale sul Campidoglio e si affaccia sul Foro Romano. La vista di quello spettacolo unico al Mondo, con davanti l’Arco di Settimio Severo, più distante la Via Sacra, ancora l’Arco di Tito, sullo sfondo il Colosseo e sulla destra il Colle Palatino, commuove il Poeta e dai suoi occhi inumiditi scende una lacrima furtiva, così come molti secoli prima accadde ad Ovidio, in partenza da Roma per il suo definitivo esilio nella remota Dacia “cum repeto noctem, qua tot mihi cara reliqui, labitur ex oculis nunc quoque gutta meis”.

 

[1]  Ricordiamo che nella prima parte del suo articolo pubblicata nel precedente Numero di Centralmente LA RIVESTA ( N, 163 del 7 luglio 2024) P.Simone  fa riferimento alle seguenti opere: Ifigenia in Tauride, il Tasso, il Wilhelm Meister, l’Egmond) (n.d.r)

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