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IL CARRY TRADE SULLO YEN? SOLO UN TEMPORALE SUI MERCATI

Valore & Valori / Mario Travaglini / 228

 

Per qualche giorno sembrava che nulla potesse fermare la corsa di Wall Street. Gli indici americani salivano in modo quasi impeccabile, le aspettative di tagli dei tassi alimentavano un clima di fiducia e dicembre si annunciava come il gran finale di un anno sorprendente. Poi è bastato un improvviso sussulto dello yen per trasformare l’euforia in inquietudine. Nessun colosso è crollato, nessuna banca è fallita, eppure l’aria si è fatta pesante come nelle vigilie delle crisi vere. In realtà, dietro i titoli allarmistici non c’è un nuovo 2008 in arrivo: c’è solo un vecchio ingranaggio della finanza globale che sta presentando il conto dopo vent’anni di silenzio. È rumore, non una frattura del sistema. Ma per capirlo bisogna andare oltre le scintille di questi giorni.

La verità è che il Giappone, per oltre due decenni, ha offerto al mondo il finanziamento più conveniente immaginabile: tassi a zero, yen debole e un mare di liquidità. Era come avere una banca che ti prestasse denaro quasi gratuitamente. E quando il denaro non costa niente, finisce inevitabilmente a cercare rendimenti più elevati altrove. È così che si è sviluppato il cosiddetto “yen carry trade”: prendi in prestito yen a un costo che rasenta lo zero, li converti in dollari o euro e li investi in attività che rendono molto di più. Un meccanismo semplice, ma potentissimo, diventato nel tempo un pilastro silenzioso dei mercati globali.

Fondi speculativi, banche e grandi aziende hanno costruito intere strategie su questo equilibrio. Poi qualcosa ha iniziato a cambiare. L’inflazione, quasi scomparsa dalla vita economica giapponese, è tornata a farsi sentire. E con essa la necessità per la banca centrale di rialzare, anche se lentamente, il costo del denaro. È stato un movimento prudente, graduale, ma sufficiente a far vacillare una struttura che si reggeva proprio sull’idea del finanziamento a costo zero.

Quando il costo del prestito aumenta e la valuta si rafforza, per chi è indebitato in yen il conto diventa più salato. L’unico modo per evitare che la perdita si allarghi è chiudere rapidamente le posizioni: vendere gli asset acquistati all’estero, comprare yen e rimandare in Giappone ciò che si era preso in prestito. Questo processo, di per sé tecnico, produce però onde che possono diventare improvvisamente molto visibili: vendite forzate sulle azioni, prese di profitto, volatilità sulle criptovalute, scossoni su indici come il Nasdaq.

È comprensibile che tutto ciò faccia impressione, ma non siamo di fronte al collasso di un sistema. Nel 2008 c’era un mercato del credito paralizzato e banche piene di titoli tossici; qui, invece, assistiamo semplicemente a un riallineamento dei costi di finanziamento dopo un periodo eccezionalmente lungo. Non ci sono crepe strutturali, e la Banca del Giappone, consapevole della delicatezza del proprio ruolo, procede con cautela quasi chirurgica per evitare contraccolpi indesiderati.

Anche i numeri, se inseriti nel giusto contesto, aiutano a ridimensionare le paure. Lo yen carry trade è stimato tra i mille e i duemila miliardi di dollari. Una cifra enorme, certo, ma non tutto è a leva e non tutto finirà chiuso. Anche ipotizzando che venga smontato un quinto delle posizioni, si parla di qualche centinaio di miliardi a fronte di un mercato azionario globale che ne vale almeno centomila. Una correzione fisiologica, non un terremoto finanziario.

La domanda che molti si fanno è se questa turbolenza possa frenare la grande trasformazione dell’intelligenza artificiale. La risposta è no. Il carry trade è un meccanismo finanziario che amplifica i movimenti; l’AI è un processo industriale mastodontico che continuerà a richiedere investimenti enormi nei prossimi anni: data center da costruire, reti elettriche da potenziare, chip da produrre, software da sviluppare. È un treno che non si ferma perché qualche fondo deve ricomprarsi un po’ di yen.

Paradossalmente, queste fasi sono spesso preziose per chi guarda lontano. Le valutazioni si raffreddano, gli eccessi si riassorbono, e il mercato torna su basi più solide. È un reset, non una frenata strutturale.

I mercati hanno attraversato crisi vere e tempeste violente: dalla bolla asiatica al 2008, dalla pandemia alla crisi delle banche regionali americane. Ogni volta il sistema ha trovato un equilibrio nuovo. E anche questa volta accadrà lo stesso. La tempesta lascia rumore, spaventa, ma poi si dissolve. Quando la polvere si poserà, l’intelligenza artificiale sarà ancora lì, con la stessa forza di prima. E chi avrà saputo guardare oltre il rumore probabilmente scoprirà di aver guadagnato, ancora una volta, proprio nei giorni che sembravano più confusi.

 

 

 

 

 

 

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