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VITA E DESTNO. LA FORZA DEL BENE

 Il Limite / RANIERO REGNI / 232

 L’attualità incalza ad un ritmo insostenibile. La disputa quotidiana su qualsiasi argomento che l’agenda del presente ci mette davanti agli occhi, diventa spesso subito sterile e parolaia. La polemica si polarizza subito in un pro/contro che porta tutto all’estremo.  Il linguaggio e il pensiero si imballano e finiscono come un motore che va fuori giri, perché in realtà la marcia non è ingranata ma è sul folle. La strage a Gaza, la guerra in Ucraina, la svolta fascistoide negli USA, l’azione americana in Venezuela ecc., sul versante internazionale. Poi, nel “cortile di casa”, “la famiglia nel bosco”, la stagnazione di una società che sta nel presente, come ci dice il Rapporto Censis, senza però nessuna ambizione di presenza, il depotenziamento di ogni movimento a spinta ideale come quello a favore dell’ambiente e della transizione ecologica, e così via.  Ma intanto la realtà va avanti e schiaccia e stritola ingiusti e giusti, cattivi e buoni, soprattutto quest’ultimi.

Anche il Direttore della nostra rivista incalza – amichevolmente s’intende! – e spinge i redattori a prendere posizione. Il desiderio di guardare altrove, la tentazione, se non della fuga, almeno del rifiuto, e persino del disgusto, è forte. La nostra vita quotidiana scorre più o meno alla stessa maniera, ma c’è come un allarme continuo che suona nella nostra testa. Che siamo di fronte ad una sfida potente e nuova è oramai evidente, ad ogni livello. L’umanesimo, con i suoi valori di libertà, verità e bontà, come filosofia della democrazia, sembra messo in dubbio. Il valore del diritto internazionale e il rifiuto della guerra, sembrano costretti ad arrendersi al diritto della forza, al diritto del più forte, per cui sembra aver ragione chi vince. Nella vicenda della “famiglia nel bosco” la forma domina sul contenuto, a scapito dei più deboli e indifesi, ovvero i bambini. L’ammonimento del filosofo ebreo-lituano-francese E. Levinas, che anche nei regimi democratici ”l’amore deve sempre sorvegliare la giustizia”, sembra dimenticato.  Nelle cause ambientali ogni soluzione scelta sembra entrare a far parte oramai del problema.

Allora, con uno scarto un po’ brusco, distolgo lo sguardo dalla realtà che si impone e guardo ciò che ho nel cuore, e invito i lettori a fare altrettanto. In una recente classifica del più importante quotidiano italiano, sono stati stilati i dieci libri più significativi di questo primo quarto del XXI secolo. Tra questi ne spicca uno che è, nell’opinione di chi scrive, uno dei più grandi romanzi di tutti tempi, un’opera che fa scomparire tutti gli altri libri che noi classifichiamo come letteratura. Si tratta di Vita e destino dell’autore di origine ucraina ma di lingua russa e di famiglia ebraica, Vasilij Grossman (1905-1964).

La cosa strana è che si tratta di un romanzo scritto tra il 1955 e il 1960, sequestrato dal Kgb e pubblicato in Italia, nella versione integrale, soltanto nel 2008. Anzi, è uscita solo nel 2022 quella che era la prima parte della storia ovvero Stalingrado, uscito in Unione Sovietica nel lontano 1952. Già la genesi dice molto. Si tratta di un romanzo di complessive 1600 pagine che è stato concepito e scritto, ed è realmente così, come il Guerra e pace del ‘900 che si svolge sullo sfondo della battaglia di Stalingrado, con relativo confronto tra il nazismo e il comunismo, i due totalitarismi più distruttivi del ‘900.

Chi è Vasilij Grossman? È il corrispondente di guerra più celebre dell’Unione Sovietica, partecipa in prima linea, a rischio della vita, a tutte le battaglie che portano l’Armata Rossa fino a Berlino. È tra i primi ad entrare nel campo di sterminio (non di concentramento!) di Treblinka e il suo testo è la prima testimonianza assoluta sui massacri di massa. Pubblicato poi con il titolo L’inferno di Treblinka, verrà letto in aula durante il processo di Norimberga.  È coautore del Libro nero sullo sterminio degli ebrei nell’Europa orientale.

Tornato a casa alla fine del conflitto, scopre che sua madre è stata assassinata nelle fucilazioni di massa della popolazione ebraica nella sua città natale Berdicev. Caduto poi in disgrazia durante lo stalinismo verrà perseguitato e morirà in povertà. Ma Grossman non è solo questo, il suo romanzo è una riflessione profonda, come solo la più alta letteratura riesce a fare, sulla condizione umana, oltre che un’opera narrativa dal linguaggio e dalla sincerità unici. I due tratti più importanti che caratterizzano la sua opera sono, secondo il grande critico T. Todorov, l’attaccamento alle persone semplici e il gusto per la verità. Due aspetti di cui oggi, in un tempo di arroganza dei forti e di post-verità, si ha assoluto bisogno.

In una lettera alla madre, a cui è dedicato Vita e destino, scoperta dopo la morte dello scrittore, egli le scrive che è lei che gli ha insegnato ad amare gli altri con le loro imperfezioni e debolezze, lei che è sempre rimasta sempre tenera e generosa, e l’odio di cui è stata vittima non l’ha resa capace di odiare. Sua madre, ma soprattutto altre figure soprattutto femminili presenti nel suo sterminato romanzo, sono il simbolo della “vita”, cui fa riferimento il titolo, con il suo “piccolo bene”, che si scontra con il “destino”, con la storia e la sua potenza distruggitrice, compreso il suo “grande bene”. Le virtù eroiche hanno avuto grandi narrazioni. Anche il piccolo bene e le piccole virtù hanno bisogno di una narrazione e della presenza di un testimone interiore, il ricordo di un essere che incarna l’amore. Quindi la narrazione, l’esempio, il ricordo come mezzi educativi.

Quella di Grossman, morto povero e disperato, è “una voce umana in un secolo tragico” (T. Todorov). Nazismo e comunismo, che si combattono a morte nella storia raccontata dal romanzo, sono uno il riflesso dell’altro, come in uno specchio. L’eroico popolo russo che combatte i tedeschi, non per Stalin, ma per la propria libertà, sa tragicamente che una volta raggiunta la vittoria sul nemico, quello che lo attende è una società altrettanto totalitaria. Il nazismo dice la verità sul comunismo, la rivelazione dei segreti del Gulag (il grande crematorio bianco) diventa possibile grazie ai Lager. Non sono i russi né i tedeschi cattivi, lo sono il comunismo e il nazismo. Vita e destino: la vita è libertà, il destino è la schiavitù. Entrambi vogliono distruggere ciò che vi è di più nobile nell’uomo: l’istinto di libertà. I totalitarismi vogliono la sottomissione dell’individuo. I due totalitarismi, a cui si può aggiungere anche il Fascismo, non si somigliano in tutto, ma si equivalgono.

Impossibile riassumere questo sterminato romanzo corale con le sue centinaia di personaggi che appaiono e scompaiono e poi ricompaiono nella narrazione che, come nell’Iliade, appartengono ai diversi campi avversi. Ne cito solo uno, una donna russa a cui i soldati tedeschi hanno sterminato la famiglia, che vede passare lunghe file di prigionieri tedeschi che si sono arresi e si slancia contro uno di loro come per colpirlo ma poi tira fuori dalla tasca del grembiule un pezzo di pane. È quella che Grossman chiama “la bontà spicciola, granello radioattivo sbriciolato nella vita”. Essa “non è scomparsa.., è una bontà senza voce, senza senso. Istintiva, cieca…La bontà è semplice, come la vita…la bontà è forte finché è priva di forza”. E poi continua, “e dunque oltre al bene grande e minaccioso esiste la bontà di tutti i giorni. La bontà della vecchia che porta un pezzo di pane a un prigioniero, la bontà del soldato che fa bere dalla sua borraccia un nemico ferito, la bontà della gioventù che ha pietà della vecchiaia…È la bontà dell’uomo per l’altro uomo, una bontà senza testimoni, piccola, senza grandi teorie…La bontà è debole, fragile: questo è il segreto della sua immortalità. Essa è immortale”.

La libertà è il primo valore umanistico, la bontà il secondo. Il gesto che fa sì che, grazie alle nostre cure, un’altra persona diventi felice. La sconfitta del male in virtù della bontà illogica dei singoli. L’elogio della bontà fatto da Grossman si oppone alle dottrine del bene. Queste hanno un difetto insormontabile: pongono al vertice dei valori un’astrazione, non degli individui umani. I giusti non cercano il bene ma praticano la bontà.  Quello che ci propone Grossman è un umanesimo senza illusioni sull’uomo.

Ripiombo ai nostri giorni. Nell’infinito palinsesto, che ogni volta che accendiamo la televisione o il computer ci si squaderna di fronte, mi è capitato di vedere su di un cale Rai (rivedibile su RaiPlay) un bel docufilm intitolato You. Story and Glory of Masterpiece, ispirato ad un altro capolavoro di V. Grossman, ovvero La Madonna sistina (contenuto nella raccolta Il bene sia con voi!), testo dedicato dallo scrittore all’emozione provata di fronte al capolavoro di Raffaello che porta lo stesso nome. Dipinto nel 1513 su commissione di Papa Giulio II per la chiesa di S. Sisto di Piacenza, viene venduta dai frati al principe elettore di Sassonia nel 1754 e viene esposta nella reggia di Dresda. Messa in salvo dai nazisti durante la guerra, viene portata in Russia dai soldati dell’Armata Rossa, esposta a Mosca e poi restituita alla Germania.

Nella primavera del 1955 Grossman va a vedere il capolavoro di Raffaello e scrive una delle sue più belle prose poetiche nella quale cerca di svelare il mistero di questa straordinaria tela. Essa è stata contemplata da uomini potenti come Hitler e Stalin, padroni effimeri del mondo. Essi, dotati di una straordinaria forza distruggitrice, non sono riusciti a sostenerne lo sguardo: perchè? Perché lo sguardo della Madonna e di suo Figlio sono sguardi di esseri umani, sono l’umano nell’essere umano. Quella donna scalza che tiene in braccio il suo bambino, che ci guarda mentre avanza verso di noi, avanza verso il suo e nostro destino tragico, è il simbolo potente e indistruttibile della bontà, assassinata. Quello sguardo e quella postura sono per lo scrittore gli stessi delle donne che sono entrate nelle camere a gas e di quelle che hanno vissuto la collettivizzazione forzata dell’Ucraina. “Finalmente vedevo la verità di quei visi, l’aveva dipinta Raffaello, quattro secoli prima. Così l’uomo affronta il proprio destino”. “Sappiamo – scrive ancora Grossman, che pure era laureato in chimica – che nelle reazioni termonucleari la materia si trasforma in una quantità enorme di energia, ma ancora oggi non riusciamo a figurarci il processo inverso, la materializzazione dell’energia; sulla tela, invece, la forza dello spirito, la maternità si cristallizzano e prendono forma nella soavità della Madonna”. Che tipo di energia emana da quel quadro? “La tela ci parla della gioia di essere creature vive su questa terra, è questa la sua forza prodigiosa e quieta…E accompagnando con lo sguardo la Madonna Sistina, continuiamo a credere che vita e libertà siano una cosa sola, e che non ci sia nulla di più sublime dell’umano nell’uomo. Che vivrà in eterno, e vincerà”. Molti hanno detto che dopo aver letto Vasilij Grossman non siano stati più gli stessi.

 

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